Il suono delle nostre valli PDF Stampa E-mail

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Rassegna stampa - Parco dell'Antola
Scritto da Claudio Gnoli   
Giovedì 01 Gennaio 2009 00:00

Il territorio del Parco dell'Antola appartiene in pieno all'area di diffusione di un’importante tradizione culturale. Si tratta del complesso di musiche, stru­menti, danze, canti e feste detti "delle Quattro Pro­vince", per il fatto che li si ritrova nei paesi alti di tutti i versanti della catena dell'Antola: quelli geno­vese, piacentino, pavese e alessandrino.
Per un territorio dell'Italia settentrionale, è una for­tuna avere ancora la possibilità di partecipare a tra­dizioni di questo genere, dal momento che in quasi tutte le altre zone questi aspetti della vita radicati nella storia locale sono completamente scomparsi; situazioni vive come quella delle Quattro Province si possono ritrovare solo in aree molto periferiche, come le valli occitane del Cuneese o la friulana Val Resia.

Noi invece ci troviamo in un’area centrale rispetto a grandi città come Genova, Milano e Torino: ma essendo un centro montuoso, un po' come il Mas­siccio Centrale francese, ha straordinariamente con­servato un patrimonio che altrove è stato cancel­lato dall'avvento della modernità e della cultura di massa.

Ci sono infatti documenti che attestano come in passato le danze e gli strumenti oggi sopravvissuti nella nostra montagna fossero diffusi anche sulla Ri­viera, probabilmente compresa la stessa città di Ge­nova. Particolarmente nota era la passione per le feste da ballo fra gli abitanti delle alture di Torriglia, dove infatti troviamo il più antico nome documentato di un suonatore, Giacomo Chigorno detto u Scarcella, che nel 1661 suonava in un'osteria di Marzano; il cognome ci dice che quasi certamente era un abitante del vicino borgo di Fallarosa. Il suo stru­mento era una musa, ossia la cornamusa con ca­ratteristiche specifiche delle nostre montagne, con un chanter ad ancia doppia in do e una sola canna di bordone (la nota fissa di accompagnamento). Il duo classico di suonatori era costituito da una musa e un piffero, oboe popolare anch'esso esclu­sivo della nostra area: questa formazione si è tra­mandata fino ai primi decenni del Novecento, quando la musa è stata sostituita dalla fisarmonica. Le coppie di suonatori, chiamate nei paesi per le feste patronali o dei coscritti, i matrimoni, il carne­vale, si spostavano a piedi o a dorso di mulo per le valli Trebbia, Aveto, Scrivia, Borbera, Vobbia, rimanendo in giro per molti giorni, soprattutto nelle sta­gioni in cui non occorreva curare i campi. In questo modo diventavano portatori di notizie e cono­scenze fra una valle e l'altra, personaggi carismatici ed anche un po' leggendari, come il famosissimo Draghin di Suzzi, che si diceva fosse addirittura ri­cercato per l'omicidio di un suonatore rivale delle parti di Propata.

Nella valle del Brugneto infatti vivevano nell'Otto­cento suonatori importanti: in particolare nel paese di Frinti, oggi sommerso dal lago artificiale, c'era un pifferaio noto appunto come u Frintin che, insieme al suo compagno musicista, godevano di notevole popolarità. Erano considerati personaggi estrosi e insieme perdigiorno, come esprimeva il loro so­prannome di Pittapuexi (beccapiselli); il loro ricordo era tramandato ancora di recente a Sbarbari, nel­l'alto Aveto, dove costoro animavano regolarmente feste con pinfiu e müza, al cui suono si muovevano immediatamente i ballerini, come la bravissima Cattun. Anche a Caffarena c'era un pifferaio, u Pinolu, i cui discendenti frequentano tuttora il paese. Per costruire gli strumenti, solitamente in legno di bosso, erano necessari artigiani esperti e dotati di un tornio: sembra che uno di loro si trovasse a Retezzo.

I segreti dell'arte del piffero erano trasmessi da un suonatore all'altro, allora come oggi. Qualcuno si appassiona alla musica sentita dai suo­natori venuti nel proprio paese, o conosciuti in oc­casioni lavorative o familiari; così comincia a seguirli ad altre feste, cercando di carpire i segreti della loro abilità.
Spesso i suonatori ne sono gelosi, ma qualche volta acconsentono ad insegnare ai più giovani. In que­sto modo la tecnica del piffero in passato dalla val Brugneto, dove sembra avesse dei parenti, giunse al Luensin di Piancereto, un paesino della val Borbera sulla direttrice del valico di San Fermo. In seguito i grandi suonatori crebbero un poco più a nord, a Bruggi, Negruzzo e Cegni, mentre le valli genovesi subivano una trasformazione degli usi più rapida, per la maggiore vicinanza delle città. Così la musa divenne una fisarmonica, il piffero di­venne un clarinetto e le gighe divennero dei valzer, anche se fino al Novecento suonatori come l’An-giulin e u Bann-a di Pentema, famosi e apprezzati quanto i loro predecessori, hanno continuato ad eseguire il repertorio più tradizionale. Così alcuni anziani delle valli dell'Antola conservano tuttora il passo leggermente saltato per la polca, traccia inconfondibile di una consuetudine locale differente dal "liscio" d'importazione. Dopo il furore di cambiamento che ha percorso gli anni del Dopoguerra, oggi va sempre più ritor­nando la consapevolezza del valore delle tradizioni e delle specificità locali, specialmente in quei luo­ghi dove esse, fortunatamente, non si sono inter­rotte.

È allora possibile recarsi il giorno della festa in luo­ghi come Campassi, Connio, Capanne di Carrega, Fascia, Gramizzola, Pentema, Carsi per scoprirvi an­cora danze e suoni di una vitalità insospettata, a cui partecipano gli anziani insieme ai giovanissimi, ri­trovando un'identità di paese e di territorio di cui sentiamo di avere bisogno per essere completi. La dimostrazione più eccezionale si può incontrare probabilmente alla festa di Alpe di Gorreto, il terzo sabato di agosto, quando, per molte ore, ogni aia e ogni casa si trasformano in tappe obbligate per i suonatori, per i paesani e per qualunque visitatore, tutti moralmente tenuti ad entrare, assaggiare vino, torte e salumi, e possibilmente cantare o ballare. Per capire finalmente che non si tratta di uno spet­tacolo, ma che è la nostra festa. Per approfondire si può visitare il sito www.appennino4p.it; per condividere ricordi e testimonianze, o imparare le danze tradizionali, scriveteci a Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.


Claudio Gnoli

(Articolo tratto dal N° 17 – Gennaio 2009 del trimestrale “Le voci dell’Antola”)

 

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