|
La memoria è un magma. Mobile, in divenire. Per natura è deperibile e non riporta fedelmente ciò che è stato. Bisogna fare i conti con il come è stato vissuto, come ricordato, come dimenticato. Fino al momento in cui qualcuno decide di fermare il flusso, il metabolismo della storia, imprimendo la carta del racconto. Siamo in Val Trebbia, sull’Appennino, al centro di tre storie che qui si danno appuntamento. Quella del “Battaglione Vestone” della “Divisione Alpina Monterosa”, quella dei partigiani di Aldo Gastaldi Bisagno e quella di un giovane e del suo obbligo militare assolto in tempo di guerra: Gian Santo Beretta. La guerra, per Gianni e per gli altri, termina; l’indimenticabilità degli attimi pensati a sopravvivere restano dentro. Figli e nipoti ne attingono, ne fanno esperienza personale. E poi c’è chi non ti aspetti. Orecchie vergini che cercano storie. Da incamerare e poi ritrasmettere. Ecco l’origine di questo libro, della Storia di Gian. L’incontro tra un infermiere, Alessio Schiavi, appassionato e curioso storico locale, e il suo paziente, ex soldato del Vestone. Le pagine scorrono, a “fisarmonica” tra il personale e quella che si definisce “la Storia”, quella grande, generale, di tutti. Dai resoconti militari alla diffidenza per il pane nero, creduto guasto, d’impasto tedesco. Il racconto inizia il 18 dicembre 1943 a Zerbolò, vicino a Pavia, quando le Guardie Nazionali Repubblicane della vicina Groppello Cairoli arrivano a far incetta di giovani da arruolare negli alpini della Repubblica di Salò. Quel giorno tocca alle classi del ’24 e del ’25 spediti come altri in Germania, tra Ulm e Stoccarda, per un corso di addestramento. Si stava creando la nuova Divisione Alpina Monterosa, parte di una massa di sessantamila uomini da rispedire in Italia a ribaltare le sorti di una guerra in salita. Gian è inquadrato nel Battaglione Vestone, a cui viene assegnato prima il controllo dell’area della Val Trebbia poi, di stanza a Gorreto, il monitoraggio del territorio tra Marsaglia e il Passo della Scoffera. E’ giovane, e l’idea di cosa vuol dire essere repubblichino poco chiara. Sono i primi ordini dei superiori a sciogliere ogni dubbio. Iniziano i rastrellamenti nei confronti di connazionali. E lo straniero, l’invasore? L’obiettivo sono i resistenti, la Divisione Cichero che nell’autunno-inverno del 1943 è in grado di occupare le valli montane tra Genova, il Tigullio e la pianura, impedendo il libero transito ai nazi-fascisti. Gli scontri a fuoco tra i ribelli e i militari sono frequenti, ma anche le diserzioni: il fiume Trebbia segna il confine tra essere alpino e diventare partigiano. Ma questo non è solo il libro di Gian, le pagine sono intrise di ammirazione per un personaggio divenuto leggenda: Aldo Gastaldi, Bisagno, l’artefice in prima persona di un episodio rimasto unico nella storia della Resistenza e della R.S.I.: la resa dell’intero Battaglione Vestone. Duecento uomini - con muli, mitragliatrici, mortai, munizioni, coperte e divise - che si consegnano volontariamente alla Divisione Cichero. “Chi vuol restare faccia un passo avanti!” – è l’invito di Gastaldi ai militari. L’offerta è di partecipare alla Resistenza, gli altri sarebbero stati lasciati liberi. Gian decide di tornare a casa, sceglie di non legare, sulla divisa grigio-verde, il fazzoletto delle brigate garibaldine. Non diventa combattente ma disertore. Indossa i panni dell’eroe negativo, come spesso si crede. Una posizione che merita lo stesso rispetto, come pensa invece chi la guerra l’ha fatta. Una scelta che tiene in sé la solitudine di un percorso, lo stesso pericolo. “Resta il primo fondamentale gesto di resistenza, la ribellione all’imposizione, all’autorità, al senso comune” –scrive lo storico Manlio Calegari. E poi, ammonisce l’autore, “che cosa avremmo fatto noi al loro posto?”.
Simone Tallone
|