| Lo studio nato sulle orme del predatore più nobile e temuto dell'Appennino |
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| Rassegna stampa - Val Trebbia ligure | |||
| Scritto da Il Secolo XIX | |||
| Sabato 05 Giugno 2010 00:00 | |||
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La neve si è sciolta da poco sui monti genovesi e adesso è più difficile riconoscere le tracce dei lupi. Ma gli uomini che le cercano, non interromperanno le perlustrazioni. Sono gli studiosi del "Progetto Lupo", finanziato dalla Regione e un manipolo di naturalisti volontari pronti a scarpinare sulle orme del predatore più nobile e temuto dell'Appennino. Pochi riusciranno a vederli. «Questo non li scoraggerà» osserva Giovanni Diviacco, autore con Massimo Campora e Renato Cottalasso del recentissimo "Sulle tracce del lupo in Liguria", stampato da Grafiche Amadeo ed edito dalla Regione. Già ricercatore dell'Icram e direttore del Parco delle Cinque terre, Diviacco segue il progetto regionale sul lupo promosso dall'assessorato all'ambiente, la cui gestione operativa è affidata al Parco dell'Antola e la cui responsabilità scientifica è di Alberto Meriggi dell'Università di Pavia.
Diviacco quanti sono i lupi in Liguria? «Durante le nostre ricerche abbiamo raccolto più di venti genotipi. Equivalgono a venti individui ma il numero esatto varia nel tempo, perché dipende da un lato dagli arrivi di nuovi individui e dalle nuove nascite e dall'altro dall'elevata mortalità e dai fenomeni di dispersione in altre zone». Quanto costano i danni da lupo? «Poco, circa ventimila euro l'anno, per la provincia di Genova, molto meno di quanto si spende per risarcire i danni da ungulati selvatici, soprattutto cinghiali. E teniamo conto che tra i danni da lupo a volte vengono erroneamente inseriti quelli provocati da cani vaganti, talvolta responsabili di aggressioni fini a sé stesse, mentre il lupo, si sa, attacca una preda solo se ha bisogno di cibo». Come si prevengono? «Con l'informazione prima di tutto. Con l'introduzione di reti metalliche elettrificate a protezione degli allevamenti, con una maggior sorveglianza umana o utilizzando cani da guardia addestrati, come il pastore maremmano-abruzzese. Quando il lupo spari negli anni '60 si smise di sorvegliare greggi e mandrie, dimenticandosi, nel tempo, dell'antica minaccia. Capita che vengano lasciate in custodite al pascolo brado anche per settimane. Ma il lupo è tornato e occorre comportarsi di conseguenza, con idonee misure di prevenzione, da adottare caso per caso. Bisogna sempre ricordare che è un animale protetto, al vertice della catena alimentare. E non attacca l'uomo, che anzi teme» Come si studiano i lupi? «Con campagne di rilevazione lungo transetti, cioè percorsi di lunghezza variabile all'interno di quadrati di territorio di dieci per dieci chilometri quadrati, esplorati nelle varie stagioni dai ricercatori. D'inverno con la neve è possibile individuare le impronte e seguire le tracce anche per tratti molto lunghi. Lungo il percorso si raccolgono gli escrementi che vengono fatti analizzare in laboratorio, sia per l'esame della dieta, sia per l'identificazione del genotipo. Poi naturalmente studiamo le carcasse degli esemplari morti. E da qualche tempo installiamo fototrappole, videocamere e macchine fotografiche nascoste che scattano automaticamente al passaggio degli animali». Lei li ha mai visti? «Io no e molti tra coloro che se ne occupano da molti anni non sono mai riusciti a vederli. Evitano il più possibile di incontrare l'uomo».
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| Ultimo aggiornamento Lunedì 07 Giugno 2010 14:16 |



