| Mercanti e fiere in Valtrebbia |
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| Rassegna stampa - Val Trebbia ligure | |||
| Scritto da Giampiero Zanardi | |||
| Giovedì 03 Aprile 2003 00:00 | |||
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Agosto che brucia la pelle, pare fondere la testa il sole impietoso che scioglie i villeggianti in cerca di frescura, la Valle ristoratrice ed accogliente offre ristoro e tranquillità ai suoi ospiti. E' sul finire del mese per natura votato alle ferie, che un paese posato sul fiume dove appaiono le prime parvenze della pianura, ospita quella che per partecipazione corposa ed allegria è la classica nel suo genere: la fiera di Ottone. Vero assalto dai luoghi vicini, giovani ed anziani, foresti e valtrebbini si ritrovano in piazza per compiere quello che è il tour consueto tra le bancarelle che abbracciate come innamorati, si accampano nelle vie e nella piazza del paese; visi noti dietro ai banchi, volti altrettanto conosciuti impegnati a scrutare i più variegati prodotti. Motivo d'incontro più che ricerca di merce nuova, ripetizione d'antichi riti, giorno di festa come nel passato quando questa manifestazione, oltre che appuntamento tra conterranei, era l'occasione di vendita o acquisto di animali; quante volte nei discorsi vicino al camino abbiamo sentito i nostri vecchi raccontare di quella volta che la vendita di quella bestia dal nome così originale, aveva permesso alla famiglia di provvedere alle spese più impellenti ed indispensabili... Sembra un secolo, eppure poche decine di anni orsono queste fiere rappresentavano un momento atteso quale obiettivo temporale su cui programmare le scarpe nuove, il vestito o altri capi d'abbigliamento in sostituzione di quelli ormai consumati, riparati almeno una due, cento volte. Quando il nome vale la qualifica, ancora oggi nominare "Custante" di Fontanarossa, Tomasin Magro e Tomasin Grasso uomini d'oltre Carmo, è sinonimo di mercante e intenditore di mucche e cavalli, muli e asini; ecco, fino agli anni sessanta si può certamente dire che pochi erano in zona i conterranei che a dorso del loro cavallo o del loro mulo esibivano nel quotidiano, e nelle fiere in particolare, quella che era una vera arte; uomini profondi conoscitori delle bestie come dell'arte del commercio ma anche e soprattutto, uomini innamorati della loro terra e degli animali, tanto quelli cresciuti per dare sostentamento,che quelli usati nei campi per tutte le operazioni che l'agricoltura richiedeva, tutti comunque, da esibire nelle fiere quando il bisogno faceva sentire forte la sua voce senza concedere deroga alcuna. Ricordi lontani e pure così vicini quelli che frullano nella testa di chi scrive, realtà trasformata in romanzo, eppure il naso respira ancora quel profumo forte di bestiame battezzato secondo il colore del manto; nomi che si custodiscono nel cuore e fanno parte ormai del DNA, nomi che si accendono come luminarie natalizie davanti agli occhi, tutte le volte che sui nostri monti, il nitrito di un puledro ci riporta indietro di decenni alla fonte della nostra giovinezza. Uomini e animali, gli uni strettamente dipendenti dagli altri, uomini ed animali così vicini nei momenti della miseria, nasce forse da questo presupposto l'eterno amore che li ha uniti e sempre li unirà; la rigorosa cura nella gestione quotidiana frutto dell'amore e della necessità, animali da esibire in tutta la loro fierezza nelle antiche feste, tesori da portare in fiera quando era giunto il momento del doloroso ma necessario distacco. Ancora oggi, a distanza di decenni, mentre la legna scoppietta nel camino, il viso antico del narratore si rattrista e gli occhi si coprono di un malinconico velo, quando narra dell'indispensabile separazione da un animale che era stato compagno fedele ed insostituibile supporto di mille fatiche... Giampiero Zanardi
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