| Poco ma buono, il miele di vallata cerca apicoltori |
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| Rassegna stampa - Val Trebbia ligure | |||
| Scritto da Il Secolo XIX | |||
| Mercoledì 02 Settembre 2009 00:00 | |||
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Lunga vita alle api valligiane. Sì, perché nonostante l'allarme che, negli ultimi mesi, è stato lanciato per quella che è rivelata una strage negli alveari italiani, le api della Val Trebbia sono in buona, anzi ottima, salute. E producono miele, propoli e pappa reale di alto livello, celebrato nel prossimo week end a Torriglia con la ventiquattresima Sagra del Miele (vedi box). Il neo di questa idilliaca situazione, caratterizzata dalla eccellente qualità del prodotto e dall'immunità dai malanni delle "produttrici", è rappresentato dalla quantità, davvero scarsa. Gli apicoltori, qui, sono pochi e con pochissimi mezzi, quasi tutti dilettanti, anche se tuttaltro che allo sbaraglio. Lo conferma il presidente dell'Associazione Apicoltori Val Trebbia, Angelo Viacava, capofila di un gruppetto sparuto ma assai combattivo: «È vero, nel nostro piccolo siamo dei privilegiati. Qui in vallata, infatti, c'è scarsa agricoltura, e quindi niente pesticidi e anticrittogamici nell'aria, e il livello di inquinamento è pari a zero o quasi perché non ci sono fabbriche nelle vicinanze. Per questo, a differenza di quanto è successo e purtroppo succederà ancora in Piemonte, Lombardia e Toscana, le nostre api stanno benone. Tanto bene che le vendiamo, ci hanno richiesto diversi sciami quest'anno. Tutti in perfetta forma. Ma se la qualità del nostro miele è ottima, la quantità va sempre più diminuendo». Insiste Viacava: «Facciamo quello che possiamo, ma siamo pochi. Pochi ma buoni, s'intende. I nostri apiari sono di piccole dimensioni, da 15/20 alveari e un massimo di 50. E questa è una cosa negativa per la produzione, ma positiva per la salute delle api: se anche un alveare si infettasse della cosiddetta "peste americana" noi possiamo permetterci di bruciarlo senza conseguenze, cosa che i grandi apiari non possono fare senza avere pesanti ripercussioni di bilancio. A volte, essere piccoli è un vantaggio». I soci dell'Associazione Apicoltori Val Trebbia sono 75: tre anni fa erano 110, ma molti hanno gettato la spugna e chiuso gli alveari. Non getta la spugna Roberto Grillo, 63 anni, pensionato, apicoltore appassionato, che abita a Torriglia: «Ho cominciato per divertimento - racconta - e sono trent'anni che vado avanti, con tante soddisfazioni. Non si guadagna granché, certo, ma per chi ama stare all'aria aperta è un'attività bellissima. Si potrebbe migliorare, se ci arrivassero degli aiuti, ma in Liguria c'è anche il problema dei terreni, quelli adatti sono davvero pochi». Lavora ancora (in un'azienda vetraria), ma ormai è apicoltore al 200 per cento il collega Stefano Mangini, 63 anni di cui 35 con le api, anche lui di Torriglia: «Ho ereditato questa passione dai miei genitori e zii - racconta - e vedo che anche mio figlio e mia nuora si stanno appassionando e mi danno una mano. È una scelta fatta tra passione e divertimento, quando sto con le api perdo la nozione del tempo, come spesso mi dice mia moglie. Il guadagno? È davvero l'ultima cosa che ci interessa». Mara Queirolo (Articolo tratto da Il Secolo XIX del 02/09/2009)
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