Ritratto del pastorello nella civiltà rurale povera di beni materiali, ma ricca di amicizie e parentele PDF Stampa E-mail

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Rassegna stampa - Ottone
Scritto da Attilio Carboni   
Giovedì 06 Febbraio 2020 00:00

La civiltà rurale si definisce  “Integrata”  nel senso che nessuno andava mai in pensione e tutti ne diventavano, già pochi anni dopo la nascita, particella utile e necessaria; indispensabile. I fanciulli entravano a pieno diritto (Meglio sarebbe dire a pieno dovere), nel mondo del lavoro, addirittura verso i cinque/sei anni, allorquando erano ormai ritenuti idonei al ruolo di pastori di animali di grossa taglia (Mucche, buoi).   La funzione di pastorello  iniziava verso i quattro/cinque anni, facendo esperienza con pecore e agnellini, sotto la guida di fratelli più grandi ovvero, i nonni, gli zii, associati alla famiglia.   Tali zii, molto speciali, erano percepiti con un grado affettivo in più degli zii sposati con famiglia propria.  Venivano circondati con vincoli e legami pari o anche superiori a quelli riservati agli stessi genitori. Sull’Appennino Ligure/Emiliano lo zio e la zia, conviventi, venivano sempre chiamati  “Barba” e  “Lalla” e mai zii, appunto, per distinguerli e meglio onorarli. Un medico dell’Ospedale di Cortemaggiore, qualche anno fa, raccontava di essersi spesso commosso nel prendere atto del legame fortissimo che univa i figli della montagna ai genitori ricoverati e, soprattutto,  i nipoti a quei parenti molto amati, che erano  Barba e  Lalla.
La civiltà rurale, poverissima di beni materiali era alquanto ricca in fatto di amicizie e parentele, riferimenti.  Sempre ci si sentiva “Qualcuno” dentro “Qualcosa”: la Chiesa; la famiglia, il borgo, gli amici… Comunque  mai soli, timorosi, impauriti. Disorientati.  
Il monte Alfeo si erge solenne e maestoso con i suoi 1650 metri di altezza, alle spalle del borgo. Dalla  vetta  si ammira il Mar Ligure e porzione delle Alpi.  Suggestioni e meraviglie assolute!    Con il sottostante Pra di Cò, quel monte ha rappresentato, per millenni, frequentati pascoli d’alta quota dell’Ottonese.  Frazioni di Campi, Barchi, Bertone, Bertassi…
I Bambini di Campi Vecchio, ancora tra le due guerre del secolo scorso, vi si recavano con le loro mucche, partendo da casa al mattino presto. La mulattiera, impervia e faticosa richiedeva un po’ più di un’ora a salire e un po’ meno a scendere.    Verso sera, nel tardo pomeriggio,  sarebbero tornati sul monte per la quotidiana  “transumanza”, a ritroso. Una vita durissima, considerata l’età cronologica e quella scolastica a cui erano tenuti.   Partivano, dunque, al mattino di buon’ora, dopo aver calcolato con un certo margine di sicurezza il loro viaggio nelle due direzioni.   Arrivati al paese li aspettava la scuola, con il maestro; i libri e i programmi. Come si vede la figura dello  “Studente-Lavoratore”  sul nostro Appennino esisteva da tempo.     Ma quegli studenti, oggi, frequenterebbero la Scuola dell’Infanzia e la Primaria, oltre a essere lavoratori, molto anzi tempo.
Vecchia scuola di Campi L’antichissima scuola di Campi Vecchio era un edificio imponente, ora ridotto a rudere precario ed anche pericoloso.   Sconsigliamo di avvicinarlo.    Si può, comunque, ammirare da una distanza ragionevole. Si possono immaginare scolari che un secolo fa si affacciavano alla vita; guardavano il mondo dalle finestre delle loro aule. Concentrandosi è possibile, forse, udire ancora, le voci vivaci di quella  fanciullezza gioiosa e grave, in tempi lontani per costumi e mentalità, se non dal punto di vista di stretta cronologia.  Un ritratto, concreto e realistico, dei fanciulli nel mondo agricolo, ovunque in Europa, si specchia nella poesia:

“Oh, Valentino vestito di nuovo,
come le brocche dei biancospini! 
Solo, ai piedini provati dal rovo 
porti la pelle dei tuoi piedini;
porti le scarpe che mamma ti fece,
che non mutasti mai da quel dì,
che non costarono un picciolo: in vece
costa il vestito che ti cucì”.

Il nostro concittadino Malaspina Paolo, di Orezzoli Là, mio diligente ex alunno, raccoglie, da anni, con impegno e successo, foto dell’Ottonese e dei suoi abitanti, particolarmente del secolo scorso.  Ha messo insieme ottime testimonianze, preziose ed uniche.  Importantissime!  Mi ha donato una copia ingrandita di foto che mostra, appunto, come dice Pascoli, bambini (Maschi e femmine), di Ottone a piedi nudi, meno di dieci anni di età; ultimi decenni dell’Ottocento.  Sono ritratti in Piazza della Vittoria, allora sterrata!  Sembrano felici.  Come  “L’uccello venuto dal mare”. Avranno mai saputo: 
“Ch’oltre il beccare, il cantare, l’amare,
ci sia qualch’altra felicità”?
Aggiungo che in un Comune rurale, sempre sull’Appennino Ligure/Emiliano, un bambino da Prima Comunione, ebbe il vestito nuovo per la cerimonia, come racconta Pascoli. La famiglia non aveva, però, la possibilità economica di acquistare anche le scarpe.  Fu allora che un contadino del paese, versato nel disegno e  mosso a compassione, gliele dipinse sulla pelle nuda!   Il fatto, accaduto verso la fine dell’Ottocento, è vero e fa riflettere.  Molto riflettere! Casi, Tempi e Umanità, quelli sopra riportati, verso i quali dobbiamo guardare, ora, con tenerezza ed ammirazione profonda e sincera.  A questo proposito provo a esprimere un’idea:  “Erigere un monumento al pastorello”.  Un monumento semplice, dimensioni reali, anche in resina, poco costoso, ma in grado di visualizzare un aspetto esistenziale diffuso sui nostri monti: il lavoro e gli incommensurabili sacrifici dei giovanissimi.  Una mucca preceduta e seguita da due scolaretti scalzi, una bambina e un bambino con i loro libri, con il loro flauto.  Sarebbe pienamente significativa!  Vogliamo parlarne?   Cosa ne pensa il lettore?

Attilio Carboni ( Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. )

(Articolo tratto dal N° 4 del 06/02/2020 del settimanale ”La Trebbia”)
 

Ultimo aggiornamento Lunedì 17 Febbraio 2020 18:56
 

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