Ma davvero conviene vivere in città? Rispondono Albina, Federica e tre giovani ventenni che hanno scelto la Valtrebbia PDF Stampa E-mail

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Rassegna stampa - Ottone
Scritto da Barbara Sartori   
Giovedì 04 Luglio 2019 00:00

Ma davvero conviene vivere in città?

Avevano preso una casa i suoceri, per farci due mesi di ferie. Invece è diventata una residenza fissa. Addio hinterland milanese, benvenuta Val Boreca. “Lavoravo a Milano come ragioniera: tornavo la sera stravolta e non dormivo per lo stress. Qui alle 6 siamo già fuori per le consegne ma la sera abbiamo la testa libera”. Albina Cantù con il marito da 32 anni ha trovato in Val Boreca, a Cerreto di Zerba, una nuova stagione della vita. Lei impiegata a Milano, lui titolare di una birreria, hanno ricominciato con l’agricoltura biologica, poi sono arrivati al pane. Due volte a settimana lo sfornano secondo la ricetta di una volta. E lo consegnano da Ottone a Piacenza. Delle tre figlie, la minore frequenta la scuola a Bobbio, la seconda studia infermieristica a Milano, la grande lavora in un bar con un cugino, sempre nel Milanese. “Per Pasqua è tornata alcuni giorni a casa e al momento di andar via - sottolinea la mamma era davvero dispiaciuta”.
L’INFERMIERA PEDIATRICA
Altro che “mal d’Africa”. C’è chi soffre di “mal di Appennino”. Nel nostro viaggio ai confini della diocesi, siamo andati in Alta Val Trebbia e Val Boreca. Federica è nata e cresciuta a Genova. Dal gennaio 2017 gestisce il minimarket nell’ex Consorzio agrario di Ottone. “Mi comporto come se fosse mio”. Lo si vede dalla cura con cui cucina e confeziona cane- strelli e meringhe, “con il nastrino blu Consorzio”, ride, indicando il colore che caratterizza il negozio. Federica non nasce pasticcera e commerciante. “Ero infermiera pediatrica al «Gaslini» di Genova. Sono qui per i miei figli: volevo più tempo per stare con loro, ma non potevo avere il part time”. Complici le origini ottonesi del marito, la famiglia si trasferisce in Alta Val Trebbia. “E ne sono felicissima”.
 LA FORNAIA STORICA
Rosanna Valla nel negozio di famiglia di Ottone ha cominciato a bazzicarci quando aveva 5 anni. “I miei genitori lo hanno aperto il 21 aprile 1961, era piccolissima. Poi, nel 1968, papà l’ha ampliato”. Si alza tutte le mattine alle 4 e 10 per cuocere torte, biscotti e pane nel forno alimentato a legna. Ha già fatto i calcoli per la pensione: 21 maggio 2024. “C’è poca vendita: entrano 30-40 persone al giorno. I paesi si sono spopolati, si cerca di far arrivare i turisti con gli eventi. Il tempo non ha aiutato. Speriamo nell’estate”.
I GIOVANI DI BARCHI
In tre, fanno 64 anni. Samuele, 21enne operatore forestale, lavora nell’azienda del papà allevatore. Mattia e Samuele, 21 e 22 anni, hanno messo su insieme un’impresa edile. Di andarsene da Barchi di Ottone, dove vivono, non ci pensano proprio. “Ho provato un mese la vita a Piacenza: prendere l’auto, infilarmi in tangenziale, dover cercare parcheggio racconta Samuele -. Qui non c’è traffico, puoi parcheggiare dove vuoi e incontri persone familiari. Sicuri che conviene trasferirsi?”. Per chi vuol lavorare - dicono - le occasioni anche in montagna si trovano. Come il modo di stare insieme e divertirsi. “Forse cinquant’anni fa si poteva fare un discorso così. Non c’è il cinema? C’è Internet: posso vedere i film quando voglio. Con la macchina in cinquanta minuti siamo a Genova. Chi ce lo fa fare di andar via?”.

Barbara Sartori

(Articolo tratto dal N° 24 del 4/07/2019 del settimanale “La Trebbia”)
 

 

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