| Bellocchio: la mia valle e i pugni 40 anni dopo |
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| Rassegna stampa - Bobbio | |||
| Scritto da La Repubblica | |||
| Venerdì 19 Agosto 2005 00:00 | |||
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Come nei migliori gialli, il ritorno di Marco Bellocchio a Bobbio è quello dell' assassino sul luogo del delitto. Il delitto della famiglia perbene e perbenista italiana uccisa, anche in senso materiale, ne I pugni in tasca, che il regista ha ambientato in questo paesino della Val Trebbia. Il suo paese. «Ho fatto diventare questo posto uno dei simboli della provincia italiana. Magari un simbolo al negativo. Ma non se la sono mai presa, per fortuna. Un po' temevo lo scandalo, alla prima proiezione pubblica: era una cosa seria, con l' incasso devoluto all' acquisto di una nuova ambulanza per l' ospedale e pure il vescovo presente». BOBBIO - «Ma nessuno - neanche i miei parenti, che pure erano persone di chiesa - si soffermò sui contenuti: prevalsero fin da allora la soddisfazione e lo stupore perché uno del posto aveva girato un film di successo mondiale. E mi andò benissimo così». Al punto che è lo stesso Comune a celebrare il quarantennale di uno dei film più importanti del cinema italiano riproiettandolo in pubblico stasera (ore 21.30, cinema Le Grazie) alla presenza dello stesso Bellocchio e di una delle interpreti, Paola Pitagora. A Bobbio, paese di 3mila abitanti della Val Trebbia, in provincia di Piacenza, ma dove già si sente Genova che è lontana ma vicina (ad esempio, è nel territorio della diocesi del capoluogo ligure), il sessantaseienne regista è popolarissimo, anche se torna poco più di un mese all' anno, d' estate: cammina per le vie del borgo medievale e tutti lo salutano con affetto, senza neppur troppo badare al fatto che sia uno dei più significativi nomi del cinema d' autore italiano. Qui è Marco e basta, «uno di noi». Magari qualcuno ricorda con un sorriso di avere fatto la comparsa in I pugni in tasca, o nel documentario Vacanze in Val Trebbia, ma finisce lì. «E dire che è in fondo tutto nato per caso, per esigenze di budget. Dopo mille fatiche e mille porte in faccia, grazie a mio fratello Piergiorgio ottenni un prestito di 20 milioni di lire per il film. E per risparmiare abbiamo girato gli esterni in paese, come il campanile della basilica, su cui Lou Castel sale per vedere il panorama. Gli interni, invece, nella casa di famiglia o in un altro villino sul Monte Penice, anche se poi nel film fingemmo che fosse lo stesso posto. Un possibile finanziatore ci voleva a tutti i costi in una villa in Brianza, ma sarebbe stato tutto diverso. In qualche modo un film così non poteva che essere girato in questo posto». Un' altra Bobbio, certo, ma anche un' altra Italia. «Allora era tutto molto più paese. Qualcosa qui è rimasto, come allora. Ma forse sono io che mi rifaccio ancora alla mia generazione e a quel poco che resta di quelle precedenti. In realtà i giovani sono diversi, e uguali a tutti gli altri, c' è la droga, c' è la tv presente in modo pervasivo. E infatti quel che è restato di allora è un ciclo della vita sentito ancora in modo più lento e antico che nelle città, basato sui riti come i battesimi, i matrimoni e i funerali. Una volta la provincia era il simbolo dell' Italia, poi i cambiamenti hanno avuto velocità, tempi e ritmi differenti a seconda dei posti: ad esempio, Bobbio che era una cittadina benestante ora - senza averne colpa, anzi - è diventata sonnolenta e si riempie solo una volta all' anno, d' estate. Io stesso ne sono un esempio, visto che torno qui solo nella bella stagione. è ben diverso da un luogo vissuto veramente tutto l' anno. E credo che certe cose, adesso, si possano raccontare solo stando nelle metropoli. Tornare ad ambientare un film qui non mi dispiacerebbe, ma ovviamente sarebbe tutta un' altra storia. Se fossi giovane adesso e dovessi girare un film come I pugni in tasca, lo farei a Milano o Roma». A patto che un film come I pugni in tasca, adesso, lo si possa ancora girare. E non è detto. Non dimentichiamo che questa, tra l' altro, fu un' opera prima, di un 26enne appena diplomato al Centro sperimentale di cinematografia. Quale giovane mai potrebbe avere il coraggio - o tu chiamala se vuoi incoscienza - di fare qualcosa così, adesso? «Ma non è neppure colpa dei nuovi cineasti. Che anzi, da un punto di vista tecnico sono molto più bravi, sanno perfettamente giostrarsi con inquadrature, montaggi e tutto il resto, aiutati dalle nuove tecnologie, mentre allora fare un film era difficile proprio da un punto di vista pratico. Il punto non è questo. è che adesso il cinema è aristocrazia, perché non lo guarda più nessuno, e allo stesso tempo conformismo, perché le televisioni producono i film, quasi come un' elemosina, ma pretendendo una rigida autocensura e pellicole girate già pensando al passaggio sul piccolo schermo». è anche per cercare di rimediare a tutto questo che Bellocchio tiene ogni luglio a Bobbio un laboratorio, "Fare cinema", di cui si è appena svolta la nona edizione, che comprende lezioni teoriche (tenute dal regista, da sceneggiatori e da attori di fama) e pratiche, cioè la realizzazione di cortometraggi. Ambientati quasi tutti sulle rive del fiume Trebbia, dai ciottoli grandi e bianchi, nella zona del Ponte Gobbo, il simbolo del paese. Uno dei luoghi che il regista ama più di tutti, quando è in vacanza qui. «Però giriamo parecchio anche nel salotto della casa di famiglia. Non per altro: è il posto che negli anni è cambiato meno, qui». -
(Articolo tratto da La Repubblica del 19/08/2005)
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| Ultimo aggiornamento Domenica 11 Dicembre 2011 19:46 |



