Castropedano, uno “spedale” dell’abbazia bobbiese, oggi scomparso PDF Stampa E-mail

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Rassegna stampa - Bobbio
Scritto da Gian Luigi Olmi   
Giovedì 25 Ottobre 2018 00:00

Nell’alto Medioevo fra le opere del monachesimo vi era l’assistenza ai pellegrini, che in quel tempo  percorrevano a piedi strade e sentieri di mezza Europa. Anche l’abbazia bobbiese aveva perseguito quest’azione caritatevole creando, nel primitivo insediamento monastico e nell’ambito del suo territorio, piccole strutture funzionali a necessità ricettive / assistenziali detti senodochi. (“xenodochium”).
Tali ospizi portavano talora il titolo di “spedali” perché oltre ai pellegrini venivano accolti anche i malati. Le cure, mediche esaurendosi in un giaciglio di paglia e qualche tisana, non garantivano alcuna guarigione ma davano ai degenti il sollievo d’andare all’altro mondo con il conforto spirituale.
Di tali ricoveri posti nella valle di Bobbio ancora rimangono memorie scritte. Alcuni sono ancora identificati localmente come lo”spedale di Banzolo” ubicato presso il passo della Scaparina e del quale, in tempi recenti, esistevano ancora sparsi ruderi.
Di questi xenodochi (cinque/sei in tutto) il più evanescente e misterioso rimane quello di Castropedano, spesso anche citato come “chiesa” con la dedicazione di San Giovanni. Ma dov’era? Alcuni storici locali (Tosi, Fiori, Coperchini) lo indicano –purtroppo genericamente - comeesistente “dalle parti” di Vaccarezza.
Escludendo la zona a sud di questa frazione propendevo per quella a nord con al vertice la Pietra Corva, comprendendo quindi una vasta area nella quale rimaneva problematico collocare il sito.Castropedano, uno spedale dell’abbazia bobbiese, oggi scomparso

Una ventina di anni fa, quando già mi arrovellavo su Castropedano, andai a Casa Malossi (Cà d’Maloss) che si colloca oggi sulla strada di Pecorara, ma un tempo (col nome di Boschini Superiore) era località quasi isolata nella vasta area boschiva tuttora esistente.
Ad un anziano del posto non chiesi ovviamente notizie di uno “spedale” per non essere indirizzato  da quel buon uomo al Pronto Soccorso di Bobbio. Domandare poi di uno xenodochio non era neppure da pensare. Decisi quindi di chiedere in dialetto se avesse notizie “d’ona cesa”. Il contadino scrollando la testa mi rispose che nulla sapeva di chiese ma di conoscere un posto detto “pian d’la cesa” (piano della chiesa).
La cosa rivestiva qualche interesse ed avendo individuato - non senza difficoltà - il posto segnalato, vi rinvenni in effetti dello sparso pietrame con qualche frammento di laterizio emergente dalla boscaglia.
Dalle anguste dimensioni di tali vestigia prossime alla mulattiera di Pietra Corva, mi resi subito conto non potersi trattare né di chiesa né tanto meno di uno “spedale” bensì di un’edicola devozionale di epoca tarda simile a quelle che ancor oggi seguono lo spartiacque Aveto/Trebbia sulla costa di Barbagelata.
Disperando che ulteriori sopralluoghi da quelle parti mi potessero dare più consistenti indicazioni, non mi rimase che tornare ad una lettura ragionata dei documenti.
In particolare ai due diplomi di Ottone I° riportati nel Codice Diplomatico e diretti all’Abate di Bobbio. Uno è dell’anno 967, l’altro del 972. Il testo, nella parte che stabilisce i confini del territorio monastico, si ripete quasi identico nelle due carte, con trascurabili varianti (vedi in parentesi). Con una libera traduzione dal latino così si legge: “… sui confini de Alpe Penino (de Penice) discendendo in Petragrua (Petragroam) quindi al di sotto di Petra Pedara (Petra Padanam) si giunge in Dignam (in Costa trans Dignam) e per questa Costa si discende oltre iconfini de Barbarino in Fluvio Trevie (Trevia)”.
Castropedano in quei tempi remoti ancora non esisteva. Tuttavia la Pietra Pedara (o Pedanam) del testo richiama un toponimo da cui si può supporre la derivazione di Pedano, nome con il quale il “Castro” sarà ricordato per la prima volta in un documento del 1189. Dopo questa data però segue il silenzio e se ne perde la memoria. Oggi tentare la localizzazione di Castropedano comporta muoversi su un terreno di ricerca quanto mai instabile, che induce alla cautela nell’identificare i toponimi riportati nel testo. Del resto anche storici e studiosi di chiara fama hanno  affrontato tale materia con molti interrogativi e poche precisazioni logistiche.
Nella sommaria definizione dei confini si può supporre che il testo indichi il crinale che dal Penice si prolunga verso nord. Più incerto e problematico il termine “Petragrua” che, con approssimazione e qualche dubbio, parrebbe l’altura di “Pan Perdu” al di sotto della quale la “Petra Pedanam” altro non sarebbe che il Groppo cosi come oggi indicato nella moderna cartografia.
Non lasciano dubbi i successivi toponimi elencati in senso discendente: la costa del montePradegna (Petra de Digna) per poi giungere al confine di Barberino (inde ultra fines de Barbarino) ed infine alla Trebbia.
Tutto ciò mi induce a concludere che Castropedano sia da collocare al Groppo. Forse non sul Groppo ma nelle immediate vicinanze con l’azzardo di ipotizzare che il sito fosse ubicato dove oggi sono i Pianelli un tempo adiacente all’antichissima pista che salendo dal Tidoncello scendeva poi verso il Bobbiese. Molti dubbi rimangono. Quando si cerca di penetrare realtà vecchie di mille anni non potrebbe essere altrimenti. Mi accontento quindi d’aver tentato di restringere il cerchio attorno a questo evanescente sito il cui ricordo si è dissolto al pari dei suoi ruderi. Castropedano è certamente esistito ma oggi sono ormai tentato di abbandonare cartografie, sopralluoghi e scartoffie perché Castropedano si è ormai trasformato in qualcosa di idealmente astratto e sfuggente simile al canto remoto del cuculo. Forse è una chimera, forse una  archeologica Fenice, che volando sulle boscaglie del Groppo, mi ripete il suo beffardo ritornello: ”Che vi sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa.”.

Gian Luigi Olmi

(Articolo tratto dal N° 34 del 25/10/2018 del settimanale “La Trebbia”)

 

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