Centocinque anni tra i monti. La vita e i ricordi di Paolo Buscarini PDF Stampa E-mail

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Rassegna stampa - Bobbio
Scritto da Libertà   
Giovedì 25 Gennaio 2018 00:00
Paolo BuscariniDopo aver vissuto 105 anni non vuole mollare: non vuole abbandonarsi ai ricordi, ai rimpianti, all’inevitabile tristezza di veder scomparire gli amici, i parenti, la moglie con la quale ha condiviso tutto. Paolo tiene duro. L’anziano più longevo della provincia ci accoglie nella sua abitazione a Scabiazza: una decina di case, la fontana, la chiesa, tre strade in salita, boschi fitti e una vista spettacolare sulla Valtrebbia.
Qui Paolo Buscarini ha passato la vita tra campi da coltivare, vacche e capre da mungere, legna da tagliare: «Sono nato a Costa, a pochi chilometri da qui. In famiglia eravamo in 13», racconta il centenario in un dialetto strettissimo. «Ho lavorato da sempre la terra».
I Buscarini erano poveri, ma riuscivano a sopravvivere portando il frutto della fatica sui mercati della zona. «Un tempo qui in montagna si coltivava di tutto. Frumento, mais, patate, ortaggi. Facevamo tutto a mano e quando ci spostavamo lo facevamo a piedi. Ricordo ancora quando coi miei fratelli attraversavamo boschi e vallate per portare il raccolto o i capi di bestiame al mercato più vicino, quello di Bobbio».
Improvvisamente Paolo smette di parlare. I suoi occhi si perdono in un passato che nei ricordi è ancora intatto.
Comincia a ridere e riattacca: «Una volta un agnello, che mio fratello stava trasportando sulle spalle, ha fatto pipì bagnandolo tutto». La risata è lunga e contagiosa.
Frammenti di una vita, precisi episodi che si affastellano in una mente ancora lucida e presente. Cappello perennemente in testa, occhiali con lenti spesse, bastone in mano Paolo vuole che lo seguiamo durante il suo giretto mattutino. Con lui la badante Anna, la nipote Rita, altra unica abitante di Scabiazza, e Rosanna Porcari, segretaria di Coldiretti che gli ha portato un regalo per premiarlo nel suo essere il socio più anziano.
La salita per la chiesa è ripida, ma il signor Buscarini non si ferma. Continua a salire e racconta: «Quand’ero giovane ci mettevo trenta secondi ad arrivare in cima. Eravamo forti. Eravamo leoni. Non mi sembra vero di essere arrivato a 105 anni. Continuo a vivere, ma dalla morte di Carolina non sono più lo stesso. Sono più triste».
Anche se lo sperava, la sposa “fedele e sempre sorridente”, non è riuscita a vedere il nuovo millenio. Muore nel 1999 in una sera d’inverno. Da allora Paolo non vuole più dormire nella camera matrimoniale. Ci entra di rado. Dorme su un divano nella cucina-tinello vicino alla stufa da dove, attraverso una finestra, guarda la strada che si allontana verso valle.
La strada che ha percorso milioni di volte e grazie alla quale è sempre tornato. Anche dopo la guerra: «Ricordi bruttissimi. Mesi in Jugoslavia con la speranza che i piedi si congelassero per andare a riposare in ospedale. Dormivamo nella neve. Mangiavamo fango e patate. Una vitaccia».
Siamo arrivati alla chiesa. Paolo si siede sulla panchina che d’estate diventa il suo giaciglio per il riposino pomeridiano, usando un sasso come cuscino. Ogni tanto va a controllare il suo orto. Sovrintende ancora al taglio della legna. Non vuole abbandonare quelle abitudini che hanno arricchito una vita. Paolo non è ancora stanco. Vuole tornare a casa e guardare dalla finestra. Con piglio deciso si alza e comincia la discesa.

Luigi Destri (da Libertà)

(Articolo tratto dal N° 4 del 1/02/2018 del settimanale “la Trebbia”)

 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 31 Gennaio 2018 21:54
 

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