Templari a Torriglia - L'anello mancante Stampa

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Rassegna stampa - Torriglia
Scritto da Mauro Casale   
Venerdì 05 Novembre 2010 00:00
Templari a Torriglia E' uscito il nuovo libro di Mauro Casale:
Templari a Torriglia - L'anello mancante
Il libro descrive una nuova ricerca archeologica e storica effettuata in una fortezza medievale ed in un piccolo villaggio sul Chaminus di Lombardia da Genova, Porto Crociato per la Terra Santa a Pavia, Milano ed il nord Donetta di Torriglia.

Mauro Casale
Templari a Torriglia - L'anello mancante
SAGEP Editori - www.sagep.it
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Vi proponiamo un brano del libro:

Ed ora la vita.

Pezzi di storia, i reperti lasciano immaginare la quotidiana esistenza.
Quando i ragazzi dello scavo diseppellivano il passato, io ero lassù affascinato, se un paragone può reggere intravvedevo il corpo di una giovane donna che dopo il tempo d’amore riposava rannicchiata.
Ogni frammento, ogni colorazione del terreno, ogni vano messo in luce, mostrava la scena e lentamente la vita appariva.
La terra arrossata dai focolari, sul retro per segnalare presenza a chi si era attardato e di notte arrivava o dentro le mura protette per scaldare qualche pentola in rame appesa, minestra di miglio, di spelta, di orzo, l’arrosto del porco gustoso o dell’odoroso montone.
Il cibo non era da poco, il ginocchio di vitello trovato intatto ricorda la carne salata o seccata appesa ad un trave, tagliata e masticata lentamente, con gusto da questi guerrieri in riposo.
Il recipiente in ollare fa pensare ad una calda bevanda di vino speziato che lì si conserva sicura, fumosa nel tempo in attesa di altri che stanno stanchi arrivando.
Là fuori il forno sfornava pagnotte, odorose, roventi, fors’anche di grano.
Il frate poteva, il frate doveva per lui, per conservare la forza e l’ardore a difendere il Cristo.
Là fuori la forgia ardeva vivace col mantice che lento sbuffava, il fuoco, il ferro rovente sullo zoccolo del destriero prezioso, del mulo paziente, i chiodi, quelli lunghi, prominenti a mezzaluna, da ghiaccio, da fango, quali ramponi affilati dovevano dare sicurezza alla cavalcatura.
L’odore antico, dell’unghia, del ferro rovente che sfregola e fuma, lo sterco s’affloscia caldo, fumante, la splendida mula che sprizza orina che schizza lì attorno.
Raccogli, pulisci, un po’di foglia e poi giù al campo a perpetuare ancora la vita del seme.
E’ l’ospite grande, famoso, sta arrivando, è arrivato il messo, forse un giorno prima, posate di pregio, solenne funzione, odore d’incenso.
La santa reliquia in ginocchio si prega, col capo abbassato, rispetto e stupore, l’argento è lucido, la protezione sicura.
La sera, il sonno, di sopra saliva la scala, giacigli di paglia pulita, cambiata, la preghiera con gli altri, cantiamo le lodi in cantilena, i salmi del Dio d’Israele che tutti serviamo.
Fors’anche la reliquia preziosa custodita in scrigno dorato, le croci, patenti, le bianche colombe a rilievo, immagini che danno senso a questa vita d’attesa della morte, sempre vicina, sempre compagna.
Ed anche vestiti di seta, con piccoli bottoncini, di rame, d’argento, leziosi, quegli ampi tabarri appesi al muro in fila, fustanio rigido, caldo e intricato che solo protegge la pioggia e il vento del monte.
Le scarpe chiodate e spesso al piede sinistro l’aguzzo sperone fors’anche d’argento o d’oro coperto, in segno di grande potenza, di grande rispetto.
Quest’alto destriero, fumante, nervoso, coperto di sella e gualdrappa, e su il cavaliere armato, pesante, incute rispetto e timore, terrore al bandito.
A cavallo, montate le briglie, racchiuse le fibbie sicure, le armi raccolte, al fianco il pugnale, il corto coltello.
Acqua nella zucca e qualche provvista, poi via alla guardia di lunghe file di muli legati, con basti rigonfi di sacche di merce preziosa dalle terre del Cristo ai mercati del Nord.
Il libro di salmi, il canto, quassù il Dio d’Israele ci affianca, ci aiuta.
Un vecchio scrivano, guerriero devoto, raccoglie denaro, preziosi gli argenti brunetti della imperial Papia, la Genova ricca, di Fiorenza la zecca.
E scrive, trascrive, soffrega la pomice leggera sulla pelle ancor unta e scrive la penna d’oca intinge nel corno.
Racchiude la chiave, la cassa, il bancale, la nicchia sicura dell’oro custode.
Ed ora aspettando si gioca, si ride, su ciappa sarvega con belle pedine; rapido il gioco, la mossa altrettanto, l’intuito allenato, il vino t’aiuta.
Le cintole armate di spade, di cuoio, di fibbie rotonde, appese in attesa di secchi comandi, su clamidi bianche, crociate dal Dio d’Oltremare.
Preghiera nell’alba del freddo settembre, si parte, il fuoco in Montaldo segnala l’arrivo di lunga colonna dal mare di Sori.

 

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