Statale 45, una colpa da espiare PDF Stampa E-mail

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Rassegna stampa - Statale 45
Scritto da Marina Biggi   
Giovedì 16 Febbraio 2012 00:00

La valle della luce, così i monaci di S. Colombano chiamavano la Valtrebbia. L'epiteto descrive, con forza espressiva, la bellezza di questi luoghi, ma non è che uno dei tanti modi per raccontare le improvvise variazioni sul tema ininterrotto dei meandri del fiume. Come in una sinfonia di forme e colori che la luce esalta e vivifica. Con i suoi paesi abbarbicati alla montagna e i camini che fumano, questa valle, davvero, ha l'aspetto di un paesaggio incantato.

Dal giorno che ho cominciato a percorrere la strada che l'attraversa, non ho mai smesso di provare meraviglia di fronte allo spettacolo delle montagne innevate illuminate dal sole, ma altrettanta costernazione ho provato viaggiando fra tornanti che sfiorano dirupi e precipizi. In più di cinquant'anni non una sola modifica al tracciato e stata fatta sul versante Emiliano.

Cinquant'anni di assoluta indifferenza nei confronti di tutti gli impavidi che, irremovibili nei loro convincimenti, hanno continuato a credere (poveri stolti) che in Alta Valtrebbia fosse possibile realizzare il sogno di una vita fatta di lavoro, ma anche di ritmi non concitati, di valori e tradizioni che non fossero intaccati dalla stupidità imperante delle cose futili e da questioni assolutamente marginali quali il prestigio o la carriera.

Chi si ferma a vivere in Valtrebbia non ha, di certo, a cuore la villa con piscina o la visibilità su giornali e TV. Il desiderio di una casetta con un piccolo giardino, l'orto, la stufa a legna e la legnaia per non farsi cogliere impreparati dal freddo e dalla neve. Un lavoro dignitoso, l'opportunità di far studiare i figli, anche a costo di straordinari sacrifici. E' un sacrilegio? La caparbietà di voler restare uniti alle radici contadine, con la saggezza propria delle generazioni che ci hanno preceduto e ci hanno trasmesso tradizioni e insegnamenti. La voglia di non abbandonare e di conservare un territorio bello e aspro, l'orgoglio e il coraggio di sentirsi montanari perché avvezzi ad affrontare mille difficoltà e, spesso, dure condizioni di vita. E' un delitto?

A percorrere la Statale 45 da Marsaglia ad Ottone, si direbbe proprio di sì. Volutamente abbandonata al suo destino per consentire ai valligiani di espiare, ogni giorno, la loro terribile colpa: questi filibustieri non demordono, vogliono continuare a vivere in Valtrebbia.

Sul tratto ligure, da Torriglia a Genova almeno cinque gallerie; sul tratto Marsaglia-Ottone solo curve strette fra la montagna pietrosa e le scarpate a picco sul fiume. Sul tratto Torriglia-Genova, ponti mozzafiato, opere ingenieristiche; sul tratto Marsaglia - Ottone sassi in caduta e alberi, con rami pendenti sul selciato.

Ci è stato detto che la zona in questione è troppo impervia; che, dati i tempi di carestia, non è possibile recuperare risorse (troppo ingenti) per realizzare progetti di ammodernamento. Che la statale attraversa una zona destinata dalla Regione a parco naturale o SIC e pertanto è assolutamente necessario conservarne l'aspetto paesaggistico. Conforme a quello dei luoghi che attraversa. Che l'assoluta esiguità della popolazione non merita tanta considerazione.

Mi sorgono spontanee alcune domande: qual è la funzione della statale 45? Quella di permettere il transito di daini e lupi o ci possono passare anche i postini e gli insegnanti, anche se provocano ingenti danni all'ambiente, inquinando l'aria con le emissioni dei gas di scarico delle loro potenti automobili?

In Valtrebbia è possibile parlare di sviluppo sostenibile o dobbiamo tutti soccombere di fronte alle ottuse politiche comunitarie?

E accettabile che, nell'epoca della globalizzazione, in Valtrebbia si debbano sperimentare ad ogni costo autarchie economiche e sociali?

Una strada non scorrevole, e senza protezioni di sorta nei punti più pericolosi del suo tracciato, non stimola gli scambi e gli spostamenti, da e verso la città di Bobbio. E di certo non favorisce l'unica attività, quella turistica che potrebbe sollevare le sorti della nostra già provata economia. Dal monte Chiappo si vola in deltaplano e sui monti Lesima e Alfeo qualcuno ancora più temerario osa anche sciare. Ma senza una via di comunicazione che permetta spostamenti agili, restano casi isolati, possibilità non realizzabili, cause senza effetto.

Ci sono famiglie giovani, a Barchi, Campi, Zerba che allevano bovini e cavalli, ma la distribuzione è lontana e, in inverno, i disagi raddoppiano. Stiamo diventando poveri, i nostri giovani non trovano lavoro; il capitalismo tradizionale occidentale ha fallito nei suoi intenti. Prima o poi saremo costretti a ripensare un'economia, fondata un po' meno sul profitto e un po' di più sui valori umani. Quelli semplici che ci fanno sentire partecipi delle difficoltà altrui e che, nostro malgrado, ci uniscono nel sapere che la nostra sofferenza è l'altrui sofferenza.

E allora non sarà così difficile capire che una strada non pub essere lasciata senza protezioni, almeno lungo i bordi di precipizi e dirupi. I Sindaci si facciano portavoce di un'esigenza che sta diventando emergenza. Cari sindaci, cari politici, per aggiungere i guard-rail che mancano o sono da sostituire, i soldi che il Senatore Lusi sarebbe disposto a restituire, bastano e avanzano.
 

Marina Biggi

 

(Articolo tratto dal N° 7 del 16/02/2011 del settimanale “La Trebbia”)

 

 

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