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Rassegna stampa - Territorio delle Quattro Province
Scritto da Giorgio Macellari   
Giovedì 09 Aprile 2020 00:00

Giorgio Macellari

Gli storici della medicina sanno che l'espandersi di un'epidemia si ripete con dinamiche stereotipate. Dalla peste greca di Tucidide a Covid-19 a quelle del '300 e '600 e poi spagnola, asiatica, Sars, Mers... le reazioni si articolano in 4 snodi.
1. Si sottostima il contagio - fino a negarlo - per autorassicurazione o interessi economici.
2. Il dilagare del morbo e i primi morti obbligano al confronto con la realtà, la paura si diffonde, la gente chiede spiegazioni alle autorità, ma ne dà anche di proprie, spesso fantasiose e mendaci.
3. L'epidemia esplode in tutta la sua potenza e solo allora partono, sempre in ritardo, misure di contenimento pubblico e strategie di cura.
4. Prima o poi il fenomeno - da solo o per nostra capacità - rallenta, cede e svanisce: è l'ultimo atto, con il bilancio dei danni e la rinascita.
Quali insegnamenti se ne possono trarre? Parecchi. Primo, migliaia d'anni di civiltà non ci hanno cambiati. La nostra natura istintiva aspetta solo l’occasione per manifestarsi nella sua essenza cruda, strutturata per attivare risposte riflesse, fra le quali primeggia il cercare qualcuno cui addossare la colpa del disastro: un nemico, un diverso, le donne, i gatti, un complotto, Dio, il demonio... L’importante è scaricare panico e rabbia e dare un senso allo smarrimento: azione che sortisce più effetti se il responsabile da additare è un’entità sfuggente e misteriosa.
L’altro insegnamento è che tragedie come Covid-19 denudano senza pietà   debolezze e miserie del sistema: sprechi, corruzione, iniquità sociale, miopia sul lungo termine, crimini ambientali, cupidigia, energie sottratte a ricerca, sanità e istruzione e stornate verso puerili elargizioni per racimolare voti.
E ancora: come mai abbiamo così a lungo chiuso gli occhi davanti ai milioni di decessi da fumo e alcol, lasciando che gli stati ne vendessero liberamente? O ai morti sul lavoro, a stili di vita che sapevamo insalubri, alla tossicità di sostanze cancerogene? Come mai siamo in fibrillazione per contenere un’epidemia di cui avremo comunque ragione, ma non ci disturbano le stragi permanenti da malaria, epatite, tubercolosi e carestie varie, sulle quali pure disporremmo di potenti azioni preventive?
Poi, però, c’è il rovescio della medaglia: le risposte di cui siamo capaci, oggi sono massicciamente intrise di razionalità, sapere e sentimenti nobili. Abbiamo dato fiducia a chi ha le competenze per guidarci, tappato la bocca agli imbonitori, rintuzzato i ciarlatani, emarginato i complottisti. Il virus ha ribaltato le nostre priorità e mostrato ciò che più ci sta a cuore: le relazioni, gli affetti, l’onestà, l’intelligenza, la libertà, la salute, la vita. Così abbiamo assistito a un’esplosione spontanea di generosità, volontarismo, donazioni, fraternità, disciplina, inventiva, empatia. Nel contempo, il silenzio che ci ha improvvisamente circondati – interrotto solo dalle sirene – ci parla con voce autorevole, trasmette ammonimenti dimenticati, ci indica la “diritta via smarrita” e si riempie di canti, musica, applausi, incitamenti e gratitudine per quanti – ricercatori, virologi, operatori sanitari, studiosi e tantissimi anonimi, ma non per questo meno decisivi – si sono messi a testa bassa al servizio della collettività. Di tutti questi insegnamenti sarebbe folle non conservare memoria, dopo: dice il filosofo “chi non ricorda la storia è condannato a ripeterla”. Sarà sui ricordi impressi nella nostra carne che bisognerà ricostruire – una sfida destinata soprattutto ai giovani, che qui mostreranno il loro valore. Ma per farlo, gli sforzi individuali non saranno sufficienti. Da vecchio, ai più giovani dico: dovete cominciare a pensare sul serio a uno scenario ardito, lungimirante, oggi utopico, ma presto una necessità. Dovete immaginare una terra con un solo governo, capace di rispondere ai bisogni di tutte le diversità: è vostra missione costruirlo. Dovete capire che siete tutti umani, tutti; che solo collaborando in una rete integrata potrete sgusciare dalle vestigia animali – come la farfalla dal bruco – e avviarvi all’era del nuovo “sapiens”; che la guerra è lo strumento degli stupidi e dei tiranni: se ve ne libererete potrete vivere tutti bene e con poca fatica; che povertà e ingiustizie generano sofferenze che mordono anche chi le produce; che gli eccessi di ricchezza degenerano in rabbia e instabilità sociale, perciò dovrete impegnarvi a rendere ogni vita vivibile con dignità; che la brama di potere e denaro miete vittime innocenti e dunque non potrete tollerarla; che aria e acqua sono beni prioritari e che tutti ne hanno eguale diritto; che siete una specie mortale e prima o poi dovrete lasciare il posto ad altri, evitando di usare un eccesso di risorse per prolungare ossessivamente la vecchiaia; che la natura non la potete dominare a piacere, perché ha leggi di fronte alle quali la vostra arroganza appare ridicola e il vostro capriccio insignificante: se volete godere dei prodigi che dispensa avete solo una strada, amarla; e per amarla dovete prima conoscerla. L’etica del sapere – la scienza – è il filo d’Arianna che vi può far uscire dalle tenebre e mostrarvi le luci del nuovo ordine mondiale.

Giorgio Macellari

(Articolo pubblicato sul N° 12 del 09/04/2020 del settimanale “La Trebbia”)
 

 

 

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