Manifesto di Camaldoli per una nuova centralità della montagna PDF Stampa E-mail

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Rassegna stampa - Territorio delle Quattro Province
Scritto da Marco Gallione   
Giovedì 16 Gennaio 2020 08:59

Il Manifesto è stato promosso dalla Società dei Territorialisti/e (www.societadeiterritorialisti.it).
La “commissione montagna”della SdT, attiva dall’incontro di Firenze del 29 gennaio 2019, coordinata da Giuseppe Dematteis e Alberto Magnaghi, è composta da Fabio Baroni, Luisa Bonesio, Aldo Bonomi, Enrico Ciccozzi, Pietro Clemente, Federica Corrado, Dimitri D’Andrea, Luciano De Bonis, Lidia Decandia, Carlo Alberto Gemignani, Marco Giovagnoli, Claudio Greppi, Giampiero Lombardini, Giancarlo Macchi Janica, Anna Marson, Diego Moreno, Daniela Poli, Rossano Pazzagli, Marco Revelli, Andrea Rossi, Massimo Rovai, Antonella Tarpino, Camilla Traldi.

1. Affermare la visione delle montagne italiane come peculiare patrimonio di valori, risorse e saperi per il futuro del paese

Più di un terzo del nostro territorio nazionale è considerato montagna. Puressendo caratterizzato da notevoli diversità (di ordine geologico, climatico, idrologico, ecologico, storico, antropologico, sociale, economico e istituzionale), essopresenta molte specificità e problemi comuniche lo differenziano dal resto del paese. Questa differenza va riconosciuta e trattata in modo adeguato.Nellenostre montagne ci sonovalori, risorse e cambiamenti positivi in atto che meritano di esser messi al centro dell’attenzione, delle pratiche e delle politiche, in netta antitesi con un’idea di montagna comemondo statico, arretrato, poco produttivo,ovvero come semplice assenza di ciòche caratterizzalapianura. Leterre alte si distinguono per la straordinaria ricchezza e varietà del patrimonio ambientale, paesaggistico, architettonico e storico-culturale,per lapresenzadi infrastrutture (percorsi, versanti terrazzati e altri manufatti rurali) disponibili al riuso, per la rete policentrica degli insediamenti e dei sistemi socio-produttivi modellata sulla varietà del rilievo e delle sue condizioni climatiche, per le risorse potenziali idriche, energetiche, agro-pastorali, forestali e turistiche, per una biodiversità agricola alimentare e culturale. Sono tutte caratteristiche che fanno della montagna un contesto particolarmente adatto a sperimentare innovazioni rivolte a coniugare tutela e produzione. Pur in presenza di una ricchezza patrimoniale particolarmente resiliente, la montagna del XXI secolo dovrà fronteggiare rilevanti minacce ambientali, alcune endemiche, altre derivanti dai cambiamenti climatici e dagli eventi connessi: la scomparsa dei ghiacciai, la riduzione dell’innevamento necessario agli sport invernali, i crolli rocciosi dovuti alla fusione del permafrost, l’aumento dell’instabilità dei versanti e dell’erosione del suolo conseguente all’aumento e all’intensità delle precipitazioni, la frequenza di eventi meteorologici estremi, la migrazione altimetrica delle specie vegetali e animali. La crisi climatica fa crescere l’importanza della montagna: permette di introdurre nuove colture in quota, mentre le pianure, colpite da siccità, calure estive e inquinamento atmosferico, stanno facendo crescente ricorso alle risorse idriche, climatiche e forestali dei loro retroterra montani. Tutto fa pensare che nel XXI secolo la montagna sia destinata a diventare un nodo strategico dell’assetto non solo territoriale, ma anche culturale, economico e ambientale, dell’Italia intera. Una montagna frequentata, abitata e produttiva, che presidia il territorio, preserva la piena funzionalità dei servizi ecosistemici, riduce i rischi naturali, salvaguarda il patrimonio, contribuisce all’occupazione e al reddito nazionale, diventa un laboratorio di nuovi stili di vita e di integrazione sociale.

2. Sostenere quanti (“restanti”, “ritornanti”, “nuovi abitanti”) restituiscono centralità alla montagna come luogo di vita e di produzione

Il principale problema comune alle nostre montagne continua ad essere lo spopolamento e l’abbandono delle terre. Esso non dipende da cause naturali, ma dal fatto che nel secolo scorso vaste zone interne sono state impoverite da un modello di crescita che, in assenza di politiche adeguate, non offriva alternative all’esodo verso i poli urbani e industriali della pianura e delle coste. Pur avendo - gli Appennini in Italia e le Alpi in Europa - una posizione geografica centrale, le nostre montagne continuano ad essere considerate“marginali” rispetto ai territori dovesi concentrano gli agglomerati urbani, le produzioni di beni materiali e di conoscenza. Senza una loro autonomia politico-amministrativa e funzionale i territori montani rischiano di diventare spazi di risulta di cui disporre per risolvere i problemi delle metropoli. Grazie a valori di cui il“centro”difetta, i “margini” montani hanno le potenzialità per divenire un laboratorio dove ruralità e urbanità innovative si fondono per dar vita a una nuova civilizzazione, con effetti rigenerativi sulla vita stessa delle metropoli. I loro valori patrimoniali cominciano oggi ad esser visti come un insieme di risorse che possono rendere le comunità locali resilienti, in quanto basate su una cultura del limite, sulla peculiarità dei prodottie su una qualità della vita superiore. Negli ultimi tempi un “ritorno alla montagna” è stato praticato, tra molte difficoltà, da giovani nativi, da“ritornanti”e da “nuovi montanari” per scelta. Non si tratta di grandi numeri, ma sufficientia evidenziarla come un’alternativa praticabile e soddisfacente, che aiuterebbe i “margini” a farsi “centro”se fosse sostenuta da politiche pubbliche adeguate. Esistono già le premesse per questa trasformazione. Con il graduale venir meno del divario tra città e campagna, perde significato la vecchia contrapposizione tra una montagna rurale “marginale” eun “centro” che si identifica con le maggiori città. Tra di essee la montagna si riducono le differenze culturali, mentre crescono i rapporti di complementarietà grazie ai quali i grandi agglomerati pedemontani beneficiano gratuitamente o quasi di servizi ecosistemici ed eco-territoriali che riguardano l’approvvigionamento idrico e idroelettrico, la prevenzione dei rischi idrogeologici, la tutela ambientale e paesaggistica e quant’altro dipende dal presidio, dalla cura e dalla manutenzione dei retroterra montani da parte dei residenti e delle imprese locali. Tuttavia i vantaggi che ne traggono le aree forti dell’avampaese sono scarsamente ricompensati, mentre i territori e le società montane continuano a dipendere fortemente da esse. Il superamento di questa dissimmetria può prendere a modello il legame reciprocamente vitale delle città interne alla montagna con i loro territori rurali. Ma ciò richiede una capacità di autogoverno che permetta ai territori montani di valorizzare e gestire autonomamente le proprie risorse. Solo così si potrà parlare di due centralità, quella di vecchio tipo, che pone le metropoli al vertice della gerarchia territoriale, e quella nuova urbano-rurale di tipo policentrico-solidale. Esse non sono necessariamente contrapposte. Se considerate in una dimensione territoriale più vasta e con un grado di autonomia capace di modificare i rapporti attuali di dominanza-dipendenza, possono dar luogo a sistemi territoriali tra loro complementari, basati su scambi reciprocamente vantaggiosi

3. Fondare la centralità della montagna sullo sviluppo locale integrato, autosostenibile, agro-ecologico, bioregionale, inclusivo, comunitario

La nuova centralità della montagna deriva dai valori e dalle potenzialità del suo patrimonio e dal fatto che le terre basse dipendono da quelle alte per eco-servizi vitali, tra cui l’approvvigionamento idrico, la regimazione delle acque correnti, la prevenzione del rischio idro-geologico. Nella grandiosità di un patrimonio montano in buona parte dimenticato, il paesaggio ha un ruolo essenziale, poiché ci mostra l’ambiente montano come una costruzione umana millenaria, un vero e proprio “manufatto”,prodotto di equilibri artificiali continuamente ricreati in un rapporto interattivo con la natura originaria dei luoghi, basato su regole di adattamento e di trasformazione consolidate, attento al rispetto di quei limiti che la modernità tende a violare. Così come nel passato il rapporto co-evolutivo con gli ecosistemi locali si è basato essenzialmente su usi produttivi del suolo, anche oggi il recupero produttivo della montagna interna richiede un approccio integrato in cui le attività manifatturiere e terziarie operino come componenti di un organismo territoriale reso vivente e resiliente da una base agro-silvo-pastorale di piccole e medie imprese territorialmente responsabili e da nuove forme reticolari di urbanità rurale. Va inoltre tenuto presente che la forte specializzazione, in particolare quella turistica, è poco sostenibile in montagna, dove prevale la compresenza di più settori e la multifunzionalità delle imprese. Le potenzialità di un nuovo sviluppo, e la sua auto-sostenibilità nel tempo, si fondano sulla peculiarità, unicità e ricchezza del patrimonio ambientale, energetico, insediativo, paesaggistico,  relazionale e culturale. In questo contesto un ruolo importante nel coniugare istanze non oppositive di conservazione e innovazione può essere anche svolto dai parchi nazionali e regionali, che occupano una grossa parte della superficie montana. L’idea che la montagna lasciata alle forze della natura ritrovi da sola un equilibrio stabile -la cosiddetta ri-naturazione - è del tutto infondata. Come tutti i manufatti la montagna richiede manutenzione. In netto contrasto con i comportamenti odierni di tipo distruttivo e predatorio va riscoperta la tradizionale cultura del limite, che dovrà anche presiedere all’uso produttivo della terra, ai consumi di suolo eagli altri usi del territorio. La naturalità va  gestita. In particolare va governata l’espansione della boscaglia a scapito di pascoli e terre coltivabili. Una gestione forestale consapevole deve tutelare le foreste mature e la produzione di servizi ecosistemici  essenziali. Va anche tenuto presente che il silenzio,  la lentezza e il rapporto con le sue componenti  naturali rendono la montagna un dispositivo di salute fisica e mentale. Occorre dunque lavorare a uno scenario alternativo a quello della città che invade la montagna, della proliferazione delle seconde case, delle piste da  sci sempre più dipendenti dall’innevamento artificiale e dal prelievo  idrico. Nuovi  modelli di vita, di socialità e di compresenza culturale richiedono un’alleanza fra anziani restanti, depositari di saperi contestuali, e “nuovi montanari” innovativi. Vi concorrono iniziative e nuovi strumenti come cooperative di comunità, ecomusei  che attivano coscienza di luogo, osservatori del paesaggio, comunità del cibo, feste paesane “sagge”,  forme attive e inclusive di valorizzazione delle minoranze linguistiche e di integrazione dei migranti.

4. Rendere concreta questa prospettiva di sviluppo con un progetto nazionale di neo-popolamento della montagna che crei diritti, convenienze e statuti di donne e uomini liberi

Per uscire dalla sua fase “eroica”, la tendenza a riabitare la montagna richiede politiche innovative a sostegno sia di chi già vi abita e vi lavora, sia delle famiglie e delle imprese che intendono trasferirvisi  per riattivare in modo sostenibile gli spazi dell’abbandono.  In ogni caso il neo-popolamento dovrà puntare alla qualità dei rapporti  e all’intensità relazionale e non ad accrescere senza limiti il numero degli abitanti.

Ilritorno alla montagna-e prima ancora il diritto di chi ci nasce a restarvi -si deve sostanziare in un grandioso progetto promosso dal governo centrale insieme agli enti territoriali e gli attori locali, comprendente un insieme di azioni che valorizzino lenuove convenienze a vivere e a lavorare in aree montane, specie in quelle più bisognose di recupero. Oltre alle infrastrutture e ai servizi essenziali  già previsti dalla Strategia nazionale per le aree interne e dall’Agenda digitale, servono centri di accesso facilitato ai servizi telematici, scuole, anche di alta formazione, facilitazioni per le famiglie e le imprese di nuovo insediamento, incentivi, anche normativi,  per attivare forme di economia  circolare, per la formazione di  filiere produttive basate sull’uso durevole del patrimonio, a cominciare dalla lavorazione del legno, dei  latticini, delle conserve alimentari e delle altre materie prime di origine locale. Al fine di garantire a chi vi abita e vi opera parità di condizioni con il resto del paese, occorrono norme differenziate, appropriate alle condizioni di vita e di lavoro specifiche della montagna, specie in materie come l’agricoltura di piccola scala, i contratti forestali, l’edilizia, l’igiene,  gli obblighi fiscali e burocratici. In particolare occorre una legge-quadro nazionaleper ilrecupero dei terreni agricoli incolti, dei pascoli e dei boschi, per facilitare l’accesso dei giovani alla terra e per affidare la gestione delle terre abbandonatea strutturecomunitarie, come le cooperative di comunità. La spesa pubblica per la montagna deve superare la logica assistenziale ed essere vista in funzione di questo grande progetto di recupero di spazi di vita e di risorse, quindi come un investimento vantaggioso per tutto il paese. Essa deve essere accompagnata da politiche specifiche e progetti di territorio partecipati dalle comunità della montagna

5. Promuovere nuove forme di autogoverno comunitario, ispirate alla autonomia storica della montagna, capaci di contrastare la dipendenza e di promuovere una nuova civilizzazione che scende verso le pianure, le coste, il Mediterraneo, l’Europa

La montagna non può essere gestita in modo“coloniale”da attori esterni che non ne comprendono le esigenze, le specifiche condizioni di vita, di produzione, di cultura. Nella lunga durata storica l’interazione delle società locali con l’ambiente montano ha generato forme di organizzazione sociale e giuridico-istituzionale caratterizzate da democrazia partecipativa, autonomia, solidarietà, associazionismo, cooperazione, gestione comunitaria di beni comuni (usi civici) e collettivi. I valori fondamentali da riscoprire e preservare sono un forte senso civico delle comunità,  la subordinazione del profitto individuale al benessere comune, la salvaguardia, valorizzazione e riproduzione innovativa dei beni                                       patrimoniali e quindi la non alienabilità dei beni comuni e collettivi, la loro gestione e il loro uso comunitario. Oggi una certa autonomia di governo è riservata solo alle Regioni e alle Città metropolitane, per cui quasi dappertutto il governo effettivo delle montagne dipende da altri luoghi, caratterizzati da altre priorità e valori. Lo sviluppo di forme di autogoverno proprie della montagna, che tengano conto della peculiarità di ogni contesto è fondamentale per evitare la dipendenza e per sviluppare relazioni autonome sia tra territori al suo interno,sia con le grandi città della pianura e con il resto del mondo. A tal scopo occorrono autonomie specifiche, con regimi differenziati rispetto ai  territori non montani, necessarie anche per promuovere  la “risalita” di abitanti e produttori. Da questo punto di  vista una spesa pubblica straordinaria può essere controproducente, se non concorre all’attivazione di articolati istituti di autogoverno, in grado di promuovere relazioni  virtuose tra popolazione e risorse.  Il rilancio di forme di democrazia comunitaria che siano in grado di restituire autonomia alle comunità locali e alle loro reti di relazione interne e esterne è essenziale per attivare le risorse sociali latenti, per produrreinnovazioni appropriatealle specificità del territorio montano,anche riattualizzando le buone pratiche del passatoe le conoscenze tradizionali alla luce della contemporaneità.
Va rivista l’articolazione istituzionale dei territori montani, come momento formale di partecipazione dei nuovi istituti di autogoverno alle decisioni pubbliche, la cui rappresentanza negli ultimi anni è stata ulteriormente indebolita. Vanno individuate forme di cooperazione intercomunale capaci  di organizzare i vari  livelli del “locale”, da quello delle piccole borgate che non sempre si riconoscono nei comuni di appartenenza, a quello di aggregazioni  sovra comunali di “area vasta” abbastanza stabili eomogenee per svolgere efficacemente funzioni che richiedono professionalità tecniche e gestionali di cui i singoli comuni sovente non dispongono. Infine occorre garantire nuove arene pubbliche in cui vecchi  e nuovi abitanti abbiano voce e possano confrontare dialogicamente le proprie posizioni, creando comunità di progetto. Quindi l’intercomunalità di area vasta non deve ridursi alla sola gestione associata dei servizi, ma deve anche e soprattutto assicurare a opportune aggregazioni di comunila capacità di operare con continuità come agenti collettivi di strategie specificheper losviluppo auto-sostenibile.

PRIME ADESIONI:

LEGAMBIENTE
FAI –FONDO AMBIENTE  ITALIANO
ASSOCIAZIONE DISLIVELLI
SEZIONE ITALIANA DELL'ALLEANZA MONDIALE PER IL PAESAGGIO TERRAZZATO
COMITATO SCIENTIFICO di tsm|step
SCUOLA PER IL GOVERNO DEL TERRITORIO E DEL PAESAGGIO
CONSORZIO AASTER
SYMBOLA FONDAZIONE PER LE QUALITA’ ITALIANE
CENTRO STUDI VALLE IMAGNA
OSSERVATORIO PER IL PAESAGGIO “LA PRIMA LANGA”
FONDAZIONE FRANCO DEMARCHI
SISEF –SOCIETA’ ITALIANA DI SELVICOLTURA ED ECOLOGIA FORESTALE
ISTITUTO DI ARCHITETTURA MONTANA DEL POLITECNICO DI TORINO
ARCHIVIO OSVALDO PIACENTINI
MOUNTAIN WILDERNESS
NEMO –NUOVA ECONOMIA IN MONTAGNA
UNCEM
EURAC RESEARCH
ACCADEMIA DELLE ALTE TERRE
Area Territorio e Ambiente IRES PIEMONTE
CIPRA ITALIA
ECOMUSEO DELLE ALPI APUANE
FONDAZIONE NUTO REVELLI onlus

GRUPPO TERRE ALTE DEL COMITATO SCIENTIFICO CENTRALE CAI
SoZooAlp –SOCIETA’ PER LO STUDIO E VALORIZZAZIONE DEI SISTEMI ZOOTECNICI ALPINI
FEDERTREK
MUSEO DEI SANATORI DI SONDALO
Cluster di ricercaCULTLAND PAESAGGI CULTURALIUNIVERSITA’ IUAV VENEZIA
Comune di OSTANA
Cooperativa Sociale L’INNESTO onlus
FONDAZIONE MONTAGNE ITALIA
Consorzio OSSERVATORIO DELL’APPENNINO MERIDIONALE–Università degli Studi diSalerno
CIRCOLO CULTURALE GHISLANDI(Valle Camonica)
LABORATORIO APPENNINO
ASSOCIAZIONE PERLA DECRESCITA
DOLOMITI CONTEMPORANEE

Adesioni individuali:
Francesca Silvia Rota, IRCrES CNR Marco Giovagnoli, Unicam, SdTLidia Decandia, Uniss, SdTFilippo Tantillo, INAPPLuciano De Bonis, Unimol, SdTPaolo Piacentini, FedertrekMoreno Baccichet, Laboratorio di Paesaggi FVGAlberto Budoni, Uniroma1, SdTGiampiero Lupatelli, Archivio Osvaldo PiacentiniGiampiero Lombardini, Unige, SdTFilippo Barbera, Collegio Carlo Alberto Torino, dipartimento CPSUniToAndrea Membretti, Eurac ResearchFabio Fatichenti, UnipgAntonio Ciaschi, gruppo montagna dell'Associazione Geografi Italiani (A.Ge.I)Enrico Ciccozzi, SdTLino Gentile, Sindaco del Comune di Castel del GiudiceFiorenzo Ferlaino, IRES Piemonte, Stefania Cerutti, Università del Piemonte Orientale e ArsUniVcoMarco Bussone, Presidente Uncem, Presidente Fondazione Montagne ItaliaVanda Bonardo, LegambienteAntonio De Rossi, IAM PolitoRossano Pazzagli, Unimol, SdTFabio Parascandolo, UniCa, SdTLuisa Bonesio, SdTViviana Ferrario, Presidente della Fondazione Comelico Dolomiti -Centro Studi TransfrontalieroDonatella Murtas, Alleanza mondiale per il paesaggio terrazzatoAndrea Rossi, Ecomuseo del CasentinoGianluca Cepollaro,tsm|step Scuola per il governo del territorio e del paesaggioAnnibale Salsa,tsm|step Scuola per il governo del territorio e del paesaggioBruno Zanon, tsm|step Scuola per il governo del territorio e del paesaggioDavide Biolghini, RES -Rete italiana di Economia SolidaleGiuseppe Pidello, Ecomuseo Valle Elvo e Serra (BI)Alberto Ziparo, Unifi, SdTRoberto Leggero, LabiSAlpVittorio Curzel, Chorus FilmFactoryTrentoValter Bonan, Comune di FeltreAntonio Carminati, direttore del Centro Studi Valle ImagnaAlberto Tarozzi, Unimol, SdTNazarena Lanza, SlowfoodCostanza Pratesi, FAIAlberto Marzo, Uniroma1Renato Galliano, Osservatorio per il Paesaggio La prima LangaCarla Danani, UnimcFrancesca Impei, Uniroma1, SdTGiovanni Sanesi, SISEFAldo Bonomi, AASTER, SdTRoberta Cevasco, Unisg, SdTCarlo Alberto Gemignani, Unipr, SdTGiacomo Lombardo, Comune di OstanaGiancarlo Maculotti, Coordinatore Incontri TRA/MONTANI, Marco Leonetti, Uniroma1Maurizio Dematteis, DislivelliTania Salvi, UnifiFabio Renzi, Fondazione SymbolaDavide Pasut, SoZooAlpSilvana Mattiello, SoZooAlpSabrina Lucatelli, Vice Presidente OCSE Territori RuraliMarco Revelli, Fondazione Nuto Revelli, SdTAntonella Tarpino, Fondazione Nuto Revelli, SdTCamilla Traldi, UniGeLuigi Casanova, Mountain WildernessLodovico Patelli, Presidente Cooperativa Sociale L’INNESTO onlusSergio De La Pierre, SdTMariella Minini, Presidente del Circolo Ghislandi –Valle Camonica (Bs)Andrea Omizzolo, Eurac ResearchDavid Fanfani, Unifi, Associazione Parco Agricolo di Prato, Legambiente Toscana, SdTSilvy Boccaletti, UnipdFabio Baroni, Ecomuseo delle Alpi ApuaneMariagiovanna Riitano, UniSa, Consorzio Osservatorio dell'Appennino MeridionaleFederica Corrado, DIST Polito, SdTPaolo Cacciari, SdTAntonella Golino, UnimolClaudio Greppi, Unisi, SdTPaola Jervis, SdTAnna Marson, IUAV, SdTCesare Lasen, primo Presidente del Parco nazionale delle Dolomiti BellunesiRoberto Bobbio, Unige, SdTMauro Varotto, Gruppo Terre Alte del Comitato Scientifico Centrale CAIFausto Gusmeroli, Fondazione Fojanini di Studi SuperioriMassimo Rovai, Unipi, SdTPietro Clemente, già docente di Antropologia culturale (Università di Siena,Roma, Firenze)Francesco Di Meglio,NEMO -Nuova Economia in MontagnaMauro Bonaiuti, Associazione per la Decrescita, Saverio Russo, UnifgDaniela Storti, CREA, Comitato tecnico Aree InterneFranco Di Nucci, Operatore economico di filiera produttiva del territorio dell'Alto MoliseGianluca D'Incà Levis, curatore Dolomiti Contemporanee e Progettoborca, direttore Nuovo Spazio di CassoMonica Bolognesi, Unifi, SdTFrancesco Erbani, giornalista de “La Repubblica”Domenico Luciani, architetto

Questo testo sintetizza le osservazioni e le integrazioni alla “Bozza di Manifesto” presentata al Convegno “La nuova centralità della montagna” (Camaldoli, 8-9 novembre 2019), che sono state discusse nel corso del Convegno stesso.
Hanno collaborato all’organizzazione del Convegno: tsm|step Scuola per il Governo del Territorio e del Paesaggio, Dislivelli, Rete Montagna, SISEF, Legambiente, FAI, Symbola, CIPRAItalia, DIDA Unifi, DIST-PoliTo, Mountain Wilderness, UNCEM, Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Convenzione delle Alpi, Unimont -Progetto Italian Mountain Lab, AASTER, IAM-PoliTo, Eurac Research, AGEI, Archivio Osvaldo Piacentini, Comitato Scientifico Centrale CAI -Gruppo Terre Alte, NEMO, Carta dell’Appennino, Centro Studi Valle Imagna, Fondazione Franco Demarchi, Fondazione Nuto Revelli, AISRe, IRES Piemonte, SNAI Comitato Scientifico, Accademia delle Alte Terre, ArIA -Centro di Ricerca per le Aree Interne e gli Appennini –Università del Molise, Unione Comuni Montani del Casentino/Ecomuseo del Casentino, Ecomuseo delle Alpi Apuane, Alleanza mondiale per il paesaggio terrazzato, Fondazione Comelico Dolomiti, Ordine degli Architetti della provincia di Arezzo.

 

Ultimo aggiornamento Giovedì 16 Gennaio 2020 09:14
 

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