Viaggio nella Stradella “stellata”: l’alta cucina come ricetta anticrisi PDF Stampa E-mail

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Rassegna stampa - Territorio delle Quattro Province
Scritto da ilperiodiconews.it   
Mercoledì 01 Gennaio 2020 16:41

Cuochi di Stradella

Voghera sarà anche la capitale “politica” dell’Oltrepò ma, se si parla di divertimento e ristorazione, la leadership sul territorio appartiene a Stradella. Una piccola realtà di Provincia che offre un numero così elevato di ristoranti di alto livello rappresenta sicuramente una rarità. Perché in tanti l’hanno preferita alla pur vicina Voghera? La crisi economica rappresenta una zavorra oppure un trampolino di lancio per chi ha idee su cui investire?Infine, lavorare in Oltrepò piuttosto che in un centro più attrattivo dal punto di vista turistico è davvero così penalizzante? Sulla tavola dei ristoranti di Stradella, uno dei quali può da poco vantare anche una Stella Michelin, tradizione e innovazione si incontrano. L’offerta culinaria è ampia e fonde la tradizione oltrepadana all’oriente,  la Provincia di Pavia con Roma e alterna con disinvoltura carne e pesce.

Perchè Stradella – Chi ha scelto di aprire o restare a Stradella lo ha fatto per una serie di ragioni. Secondo Caterina D’Urso, del Garybaldi Japanese Restaurant, la posizione geografica è stata determinante. «Stradella ha una posizione strategica, a metà tra la provincia di Pavia e quella di Piacenza e quindi potenzialmente offre un bacino molto ampio di clientela».
Secondo Giacomo Viglini, di Villa Naj (ristorante fresco di stella Michelin), è importante essere qui perché «Stradella è una città che vive, non tanto per il contributo delle varie amministrazioni che si sono succedute nel tempo, ma per il contributo dei singoli commercianti che credono in questa realtà, che credono nel territorio e che investono in esso ogni giorno. Soprattutto vive per la gente che popola la città e i dintorni, che sempre hanno eletto Stradella come punto di riferimento per il tempo libero, il piacere ed il divertimento».
Sempre dettata da motivi strategici la scelta di Filippo Savini, titolare del White Rabbit: «Fare un locale in un altro luogo non avrebbe lo stesso effetto, perché qui c’è una massa di gente che si sposta in città. Logisticamente, poi, è un posto che è in mezzo ad altri paesi che alla sera non lavorano o dove comunque c’è poco. Qui invece c’è pieno di bar e ristoranti».

La crisi – Ci sono diverse scuole di pensiero riguardo ai periodi di congiuntura economica particolarmente difficile. Una di queste vede nei periodi di crisi terreno fertile per idee nuove e innovative. Nel caso di Stradella, i ristoratori hanno saputo reagire in modi diversi, ma sempre in sinergia, facendo gioco di squadra come nel caso della manifestazione “Le Vie del Gusto” organizzata l’estate scorsa. Il resto lo  hanno fatto fantasia e piglio imprenditoriale. Filippo Savini si è perfino inventato il ristorante “segreto”, unico nel suo genere in Italia. «Il White Rabbit – racconta – in realtà è un bar, ma se si entra nella porta giusta, che va cercata, si entra nella parte ristorante».
Porte segrete, un pozzo da 15 metri e un menù con il lucchetto. Se le è inventate tutte, e funzionano. «Arrivano moltissimi clienti da fuori e le grandi aziende ci contattano perché interessate dal progetto».
«Non si può stare fermi e aspettare che i clienti arrivino – gli fa eco Caterina D’Urso del Garybaldi – Periodicamente creiamo serate ed eventi speciali, i social sono fondamentali per pubblicizzarsi anche al di fuori del proprio territorio e credo che le collaborazioni con altri locali siano utilissime a promuovere il territorio e quindi se stessi».
Se l’unione fa la forza, un’altra ricetta anticrisi è l’investimento sulla qualità assoluta. Così ha fatto Villa Naj: «Nel difficile momento storico in cui viviamo l’unico aspetto da non sacrificare è la qualità, imperativa nella responsabilità che abbiamo nei confronti dei nostri clienti quotidianamente» dice Giacomo Viglini. Qualcun altro, invece, come Simone Cucchiarelli del Simo Restaurant, ha scoperto di avere un talento anche sui social network, riuscendo a tenere alta l’attenzione sul proprio lavoro sfruttando il web a suo vantaggio: «Le sere un po’ scarse ogni tanto capitano ancora ma grazie al lavoro sui social riusciamo  sempre a garantirci un buon risultato.
Per questo Simone si impegna molto» spiega la partner Deborah Leonello. «Studia i social ed è diventato molto bravo con pubblicità, video, locandine. Riesce sempre ad attirare l’attenzione della gente e non a caso abbiamo più di 10 mila follower su Instagram e Facebook».

Tradizione o innovazione? – Le strade scelte dai ristoratori per percorrere le vie della qualità sono diverse ma, a loro modo, tutte efficaci. Il Garybaldi ha dedicato una sezione del bar alla cucina giapponese, con un concetto lontano dallo stile dell’all you can eat che oggi è di tendenza: «Puntiamo  sull’abbinamento con materie prime del Mediterraneo e vini di qualità. Abbiamo pochi coperti, solo 24, che permettono anche una maggiore attenzione al dettaglio e soprattutto al cliente». Sempre legato all’esotico il “White Rabbit”, la cui cucina è figlia delle esperienze internazionali del suo proprietario Filippo Savini. Nord della Spagna e Oriente le principali fonti di ispirazione.
A Villa Naj, con l’acquisto dello chef Proietti Refrigeri, forte delle esperienze al Noma di Copenhagen e alla Pergola di Roma, è arrivata la Stella Michelin (attualmente l’unica in Oltrepò). “Simo” invece punta sulla tradizione (che sia romana e non pavese poco importa) e sulla fidelizzazione della clientela.
La semplicità è regola anche per il Gioele, che per ottenere il massimo dal rapporto qualità prezzo ha puntato sull’ “home made”, producendosi in casa gran parte delle materie prime.
«Pasta, pane, dolci. Abbiamo tantissime cose fatte in casa – spiega Elena Grigoroi - che sono quelle che permettono di risparmiare e di dare comunque un’alta qualità».

Oltrepo: Terra arida o fertile? – Investire e lavorare in Oltrepò vuol dire confrontarsi con un territorio “gnucco”, ma anche ricco di risorse da sfruttare. Nel giudizio sul territorio i pareri dei ristoratori stradellini si dividono.
C’è chi vede il bicchiere mezzo pieno delle potenzialità ancora inespresse e chi invece sente di più il peso di una “zavorra”.
«Alla gente del posto – spiegano da “Simo” – piace godere del buon cibo e del buon vino e in più tante persone del milanese (e non solo) vengono qua per scappare dai ritmi caotici della città. Posto più azzeccato per aprire un ristorante non c’è!».
Dello stesso segno l’opinione di Viglini a Villa naj: «L’Oltrepò non è un limite, anzi, dovrebbe essere il nostro cavallo di battaglia da sfruttare per attirare a noi il turismo, realtà ancora così poco sviluppata nel nostro territorio in realtà fatto di scorci, sapori e profumi unici e di una bellezza e ricchezza rara».
Al Garybaldi, invece, vedono contrapposto a un enorme potenziale inespresso una «mentalità chiusa e rivolta al proprio orticello» che finisce per fare da tappo a uno sviluppo che potrebbe essere più rapido. «Operare in Oltrepò attualmente non è un vantaggio, perché non è una zona rinomata, e perché non c’è un’unità di intenti, come ad esempio tra le cantine» attacca Filippo Savini.
«Ma la nostra città, grazie alla collaborazione e la sana concorrenza tra gli operatori del settore, può diventare un vantaggio: un locale solo non fa il posto, ma dieci locali vicini sì».
Conclude Elena Grigoroi: «L’Oltrepò è un bel territorio, lo dico molto onestamente, ma non siamo bravi a valorizzarlo. Proprio per questo dobbiamo fare tanto per crescere e farci conoscere. Ma non lo ritengo uno svantaggio».

di Elisa Ajelli

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