Perchè questa montagna viva PDF Stampa E-mail

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Rassegna stampa - Territorio delle Quattro Province
Scritto da Massimo Angelini   
Mercoledì 21 Febbraio 2018 15:17

Montagna

Lo spopolamento dei monti, con i borghi più ascosi destinati a diventare ruderi popolati da ombre come Reneuzzi, in Val Borbera, e Carsegli e Monte Bano, in Valle Scrivia; decenni di progetti di promozione e valorizzazione della montagna e della sua agricoltura - marginale per l’economia dei grandi numeri e per il PIL - che quando va bene hanno promosso e valorizzato chi li ha scritti e incoraggiati non certo chi sui monti ci vive; il cosiddetto ritorno alla terra oscillante fra idealizzazione e nostalgia e la difficoltà quotidiana di lavorare malgrado la miopia di astratte norme fiscali e igienico-sanitarie e talvolta quella di chi, sonnambulo ma ligio come sanno esserlo i funzionari, è incaricato di applicarle; i contadini, sempre mezzadri: un tempo di un padrone che, per sopravvivere, dovevano tirare a far fesso (e lui a lasciar fare per non vederli scomparire), oggi dello Stato e delle sue emanazioni (e anche oggi bisogna chiudere un occhio se non si vuole vedere scomparire chi lavora e non può stare dietro a imposte, carte e altre burocrazie)… ecco, non so più da quanti anni leggo e sento parlare di questi argomenti, non di rado in incontri inutili, dopo i quali non è successo nulla: inutili le lamentele, inutile l’indignazione, inutile la nostalgia per la fine di un mondo, quello contadino dei nostri monti, che non vagheggia solo chi l’ha conosciuto per davvero. Da qualche parte ci sono segni di ritorno, sì, ma nelle valli più interne lo spopolamento continua: così il selvatico continua a cannibalizzare il domestico, la terra scivola, scende, e poi quando piove a valle ci si fa il segno della croce.

Ma cosa ci vuole perché la nostra montagna e i suoi borghi vivano?
Per esempio, serve che ci si viva. Non da villeggianti o residenti sulla carta, ma da abitanti: sì, a volte il lavoro non è vicino, ma oggi non è più strano essere un po’ pendolari; c’è chi arriva al lavoro in un’ora, imbottigliato nel traffico, e chi ci arriva da un paese dell’entroterra: la differenza non è così rilevante. Solo se nei paesi la gente ricomincerà a viverci, ci sarà più forza per chiedere che la strada d’inverno sia mantenuta pulita, e che dove ci sono bambini si riaprano le scuole, e avrà senso chiedere di restituire gli uffici postali e i servizi sanitari e le linee delle corriere, e forse ci potrà essere interesse ad aprire qualche bottega, oppure a non chiuderla. Servono amministratori che lo facciano per servizio, solo per servizio, a devoti al bene comune, solo al bene comune. E serve un’apertura di credito verso chi viene da fuori e porta energie e idee: la paura claustrofobica per i foresti e la miopia del localismo sono segno certo di una morte imminente, prima di tutto morale. Ma serve pure che si torni a fare produrre la terra e il bosco, per tanto o per poco, per lavoro o per passatempo, per fare commercio o anche solo per l’orto di famiglia. E serve che i ristoratori e i negozi preparino e vendano i prodotti del posto, la carne degli allevamenti che tengono in vita i pascoli, le acque minerali più vicine… E quante altre cose ancora servirebbero.
La villeggiatura non è più di moda; le escursioni di camminatori, naturalisti, buongustai, visitatori sono una cosa buona (a piccole dosi); ma la nostra montagna, le nostre valli, il nostro entroterra con i suoi borghi può vivere o tornare a vivere solo se c’è chi ci vive o ci torna a vivere, in estate come in inverno, anche potendoci svolgere attività produttive e commerciali al riparo (come una riserva indiana, se necessario!) da un sistema di norme che a volte pare votato a ostacolare il lavoro sulla terra (e intorno alla terra) e il ritorno delle comunità.

Massimo Angelini

 

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