Avevo solo sei anni e insieme ad altri sono stato messo al muro dai tedeschi PDF Stampa E-mail

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Rassegna stampa - Val d'Aveto
Scritto da Andrea Agogliati   
Giovedì 26 Aprile 2001 00:00

Il 25 Aprile è una ricorren­za importante per l'Italia e ho notato con piacere che la "Trebbia" la ripropose alla memoria con brevi raccon­ti di guerra partigiana vissu­ti dai bambini di allora

Anch'io ero bambino, nel '44 avrei dovuto frequenta­ne la prima elementare, ma per le vicissitudini della guerra tutti gli alunni perse­ro un anno scolastico. La scuola elementare di Salsominore infatti era occupata dai nazifascisti e nessuno andò a scuola.

Proprio perché risiedevo in un luogo strategico, a quei tempi è da tener presente che in tutta la provincia vi erano solo due strade che portavano al mare, una era quella di val d'Aveto che aveva l'unico ponticello per l'attraversamento del fiume proprio dove abitavo. Ogni giorno vi era un fatto nuovo da scolpire nella memoria, come lo sferragliare del pri­mo autoblindo con gomme piene, che transitò su quel­la strada appena appena inghiaiata.

Ma il fatto di cui fui prota­gonista avvenne ad autun­no inoltrato del 1944. Una colonna di tedeschi soprag­giungeva dalla strada dei Bo­schi e stava per arrivare alla centrale di Ruffinati, quan­do due partigiani appostati nel bosco, uno si chiamava con nome di battaglia "Porcu", sparò un colpo di moschetto al capitano che marciava alla testa della co­lonna. Il capitano per no­stra fortuna rimase solo leg­germente ferito di striscio alla tempia, ma la rappresa­glia tedesca non si fece at­tendere ugualmente. Rapi­da ed efficace.

Tutte le persone che in quel momento si trovavano nelle loro abitazioni di Zermogliana (tanto per in­tenderci le attuali case dell'Enel a Ruffinati) furono fatte uscire e messe al muro davanti alla casa stessa. Di­nanzi a noi, sul piazzale dell'abitazione, piazzarono due cannoncini e si misero a sparare nella direzione da dove era partito il colpo che aveva ferito il capitano te­desco. Restammo al muro sino all'imbrunire, circa tre ore, infatti se anche avevo solo 6 anni, anch'io fui sot­toposto allo stesso tratta­mento dei grandi. Solo per mia madre che in quel tem­po era incinta attuarono un trattamento di riguardo e fu mandata in casa. La fortuna volle che i tedeschi non stes­sero ad individuare i singoli componenti del gruppo che avevano messo al muro. In­fatti fra di noi vi erano i due figli e la moglie del Commis­sario Politico della sesta Zona, i Lazagna tanto per intenderci, che erano sfolla­ti da Genova.

Chi erano con precisione fu però scoperto da mia madre, molti anni dopo nel periodo delle Brigate Rosse quando comparve la foto di Lazagna arrestato, nei tele­giornali. Mia madre in parti­colare, che in periodo bellico era quella che aveva più cibo in quanto prove­niente da una famiglia con­tadina locale, sfamò per cir­ca 8 mesi tra il '44 e il '45 i tre sfollati.

Al muro, più che per il freddo si tremava dalla pau­ra, avevamo due fucili mitragliatori costantemente puntati addosso. A pochi metri da noi vi erano i can­noni che continuavano a sparare nel bosco. Per for­tuna ero in compagnia di una decina di persone, altri­menti ripensando ora a quel­la situazione, non saprei pro­prio cosa mi sarebbe potu­to succedere, avrei forse tentato di darmela a gambe con le conseguenze che tut­ti possono immaginare, non sarebbe stata neppure la pri­ma volta che avevo attuato tattiche del genere, in situa­zioni un pò meno sotto con­trollo da parte dei tedeschi.

Quel giorno andò bene per tutti. Al capitano, che fu solo leggermente ferito, ai due partigiani che nei gior­ni successivi si seppe erano riparati nottetempo in una casa ospitale di Curletti, a noi ostaggi - scudi umani che con il sopraggiungere della notte fummo rimanda­ti nelle nostre case.

Purtroppo in quei tempi le cose non andavano sem­pre cosi bene; infatti, i molti ricordi che sono rimasti in­delebili nella memoria pro­pendono quasi sempre per fatti luttuosi e tristi.

Andrea Agogliati

(Articolo tratto dal N° 16 del 26/04/2001 del settimanale “La Trebbia”)

 

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