Ricordanze avetane, un mondo lontano ricco di personaggi ancora vivi nella memoria PDF Stampa E-mail

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Rassegna stampa - Val d'Aveto
Scritto da Walter Cordani   
Giovedì 16 Gennaio 2003 00:00

Quando ci si sente "antichi" di dentro, ma s'è costretti a convivere con la modernità, i casi sono due: o ci si adegua - ed è quando si diventa patetici - o ci si tuffa nel passato. Orbene, le mie acque predilette onde sciacquarmi scorrono a S. Stefano dove vissi una decina d'anni e dove ho contratto debiti di gratitudine con tante care persone.

Sono in obbligo d'incominciare da due "Antoniette" - una Pareti e l'altra Tassi, detta "la Provvidenza" – che m'hanno ospitato nelle loro locande, con pigioni da sottoproletariato, quando Ministero Finanze e Pubblica Istruzione erano fon­damentalmente sinonimi di carestia.

Il primo approccio fu con Casimiro Todeschini, deus ex machina del luogo, par­roco, notaio, avvocato della comunità, il cui imprimatur aveva la valenza d'un pas­saporto internazionale in tempi da "guerra fredda". Con quelle credenziali fu uno scherzo trovare camera e cucina da Marrè e familia­rizzare coi colleghi remotis­simi parenti dei Fieschi, dei Doria ed in dimestichezza coi Bombrini.

Il paese - già dominato dall'Hotel Siva - consisteva in una piazzetta, una bella chiesa, belle aule scolasti­che accorpate nel municipio, un vicolo lungo e stretto che s'allargava sul ponte "dei bravi" e le vestigia del castello dei Doria. Il turi­smo era già moderatamente prospero e sorretto da tre locande: il "Leon d'Oro", il "Genovese" ed il "Maggiorasca", oltre che dal "Siva", mecca di milionari.

C'erano pure tre caffè ove si smerciavano più "bicchieri" che tazze, l'un gestito da "Pain"- un perso­naggio che aveva ingoiato dei fili ad alta tensione, tant'era elettrificato - l'altro dai "Marrè" ove volteggiavano Matilde, Laura e Giovanni, e l'ultimo, "ilSavoia"-exCasa del Fascio - dove furoreg­giavano valzer e mazurche che avevano preso il posto di "Giovinezza giovinezza primavera di bellezza".

Il resto erano orti di patate. Ai dirimenti ed impedimenti non deputati a don Casimiro, provvedeva l'avvocato Calestini, ex ufficiale dei granatieri, un monumento alla fraternità, il legale che nulla detestava più delle liti e delle preture. Esimersi dalla sudditanza di "Lessiu" -tabaccaio, gestore insieme ai figli Rino ed Albino del "Genovese", e nel tempo libero macellaio di carne caprina che diceva essere ambrosia - era uma­namente impossibile.

Così come lo era sfuggire alle tentazioni della "Pastic­ceria Chiesa" e dei manica­retti dell'Eugenia Marrè. Ma S. Stefano sarebbe stato meno santo senza le ordinanze del pentasindaco Sardi, che governò per più d'un quarto di secolo quel municipio, dove il compianto amanuense Eugenio Livellara stilava atti, con una serietà e dei sospiri come s'avesse redatto le sue ultime volontà.

Per qualsivoglia incom­benza in Italia e all'estero c'era Giuseppino Carpanese che quando s'annoiava faceva una capatina a Cascais, a scambiare quat­tro chiacchiere col "re di Maggio', sull'avvenire della repubblica.

Alla sicurezza provve­devano quattro carabi­nieri ed il vigile Cervini, al cui fratello "Pinulin" era demandato l'incarico di portare le valigie dei "signuri" che sbarcavano dalla Fiumana bella. Ci si vestiva dai fratelli Fugazzi o dalla Mariuccia Calestini, che gestiva una boutique ante litteram che pareva nata per abbigliare fate e non mulattieri.

A rimandare le fiere, nel caso non fossero state di suo personale gradimento, provvedeva "Carlun" che espletava la delicata man­sione, con vigorosi colpi di tamburo, di fronte ai quali quelli del Tamburino sardo erano mollizie.

Ed ecco che sfilano nella mia mente il collega Armando Campomenosi, medaglia d'argento al valor militare, il dottor Livellara, con quel baschetto blu che gli dava un'aria birichina, la maestra Bigio che aveva la fisima ch'io fossi l'ebreo errante.

Personaggi indimentica­bili che attutiscono le mie solitudini come i fratelli Pinamonti e le sorelle Ada e Geromina - vestite di nero - i fratelli Cella - autentiche macchine da lavoro - Berte che tra un clic e l'altro ven­deva orologi a rate.

E si possono scordare i Rossi Pierino - il cineopeatore del Gropporosso - e la Rosina ch'era il compendio di tutte le "perpetue" della terra in questo unicum di paese dove all'esprit dei Fontana rispondeva la biblica famiglia del Leon d'Oro con trentun membri alla stessa tavola?

No, sicuramente. Non c'erano bastoni da passeggio nelle mani dei mulattieri, non s'usava il baciamano alle signore, ma i sanstefanini erano genti sane, che avevano l'eroismo nascosto delle persone semplici che non producono bollicine ma che tirano avanti il mondo.

Walter Cordani

(Articolo tratto dal N° 3 del 16/01/2003 del settimanale La Trebbia)

 

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