Artigiani di S. Stefano d’Aveto, i fabbri, artisti di un tempo PDF Stampa E-mail

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Rassegna stampa - Val d'Aveto
Scritto da Cristoforo Campomenosi   
Giovedì 29 Novembre 2001 00:00

L'ombrellaio era un giro­vago un po' strambo, che andava di paese in paese per aggiustare o vendere ombrelli. Un mestiere come un altro, che forse non richiedeva grandi doti arti­stiche o intelligenza supe­riore, ma assolutamente dignitoso. Comunque sia, sembra che dalle nostre parti questa professione non sia mai stata molto

apprezzata se ancor oggi si dà dell'ombrellaio, per non dargli del deficiente, a chiunque goda di scarsa considerazione. D'altra parte questa è - per motivi a me sconosciuti - anche la sorte del cioccolataio.

Ma cosa c'entra l'ombrel­laio con gli artigiani di S. Stefano? Assolutamente niente. Era solo tanto per scrivere.

Quelli di cui vogliamo parlare sono artigiani veri, quelli che forgiano la mate­ria e che oltre all'abilità manuale, alla tecnica e all'esperienza, possiedono anche una buona dose di inventiva e di gusto artistico. Per questo è molto difficile tracciare un con­fine netto tra l'artigiano e l'artista (non per niente le due parole hanno la stessa radice), tant'è vero che quelli di cui stiamo per parlare sono veri maestri del ferro.

La bottega dei fratelli Ettore e Mario Tassi, ormai chiusa o funzionante solo in casi di emergenza, è stata per mezzo secolo un punto di riferimento nella Val d'Aveto per chi voleva far eseguire qualsiasi lavoro di piccola carpenteria o riparazione nel campo dei metalli.

Chi vi accedeva aveva l'impressione di entrare nell'officina del dio Vul­cano. Una forgia da cui sprizzavano fuoco e fiamme rendeva incandescente il ferro, che poi i due fratelli piegavano e plasmavano battendolo con mazze e martelli a colpi alterni sull'incudine: din den, din den, din den...

Tra loro si capivano a segni o borbottii, mentre con i clienti non comuni­cavano affatto: tu entravi e, tra il risuonare dei martelli e l'odore (sì!) del ferro, cercavi di farti notare. Ma era come se fosse penetrato l'uomo invisibile: prosegui­vano il loro lavoro senza dar segno di essersi accorti della tua presenza. Solo dopo qualche mezz'ora, cercando di intrometterti nel loro lavoro, venivi final­mente ascoltato. Non che poi la conversazione risul­tasse molto varia: ti rispon­devano solo con cenni del capo e con qualche .. .mm ...mm. Più di un forestiero se n'è uscito convinto che fossero muti.

Un giorno ad una villeg­giante cui si era guastato l'ombrello fu consigliato di andare a farlo aggiustare dai fratelli Tassi. Entrata nell'of­ficina senza naturalmente destare alcuna reazione, riuscì finalmente dopo lunga attesa a spiegare il suo problema, senza ottenere risposta. Solo dopo ascoltato la faccenda per la seconda volta, Ettore alzò leggermente la testa e guardando la cliente al di sopra degli occhiali, indicò il fratello borbottando laco­nicamente: "l'umbrellà l'è quellu là". Così il titolo di ombrellaio toccò a Mario, che pure era sempre stato la mente e l'artista di questa taciturna ditta.

Ma questo mutismo è sempre stato riservato solo al luogo di lavoro: da tempo immemorabile di domenica al bar si può incontrare Ettore mentre, col gomito appoggiato sul bancone, sciorina discorsi intermina­bili. Anche chi va a trovare Mario nella sua nuova "villa" può stare a conversare con lui delle ore davanti ad una bottiglia di vino.

Ti racconta che già da militare faceva il mani­scalco e che presso la sua officina sono stati ferrati migliaia di muli e di cavalli. Da una semplice barra di ferro in pochissimo tempo nascevano le calzature per gli equini fatte apposta sul momento con arte e perizia. Invece adesso la maggior parte dei ferri sono forniti già pronti, ma fusi. E che differenza c'è? Beh, c'è la stessa differenza che esiste fra un abito su misura fatto da un grande sarto e un vestito qualsiasi comprato al supermercato.

Eppure questi "stilisti" non hanno mai conosciuto il vero valore del danaro, se non quando dovevano pagare le tasse. Se gli portavi da aggiustare un attrezzo ti facevano aspet­tare tutto il giorno, ma poi ci lavoravano insieme di buona lena per un'ora. Alla fine ti chiedevano cinquemila lire. Facevi un po' di conti e per la vergogna gliene davi dieci, ma pensavi subito che con i prezzi erano rimasti indie­tro di una trentina danni. Certamente gli idraulici, artigiani anch'essi anche se un po' meno artisti, sono sempre stati più aggiorna­ti...


Cristoforo Campomenosi

(Articolo tratto dal N° 42 del 29/11/2001 del settimanale “La Trebbia”)

 

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