In alta Valdaveto massi erratici compaiono qua e là Ogni roccia ha il suo nome PDF Stampa E-mail

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Rassegna stampa - Val d'Aveto
Scritto da Piero Campomenosi   
Giovedì 24 Dicembre 2020 07:52

Monti Val d'Aveto

Santo Stefano d’Aveto presenta alcune caratteristiche interessanti sia dal punto di vista della morfologia del territorio sia per la peculiarità della sua storia. La conca a U si è formata nel Quaternario in seguito ad una gigantesca frana, che ha messo a nudo i monti Maggiorasca e Groppo Rosso, portando a valle grossi massi di pietra, che compaiono qua e là nei campi e nei pascoli. Può sembrare strano ma, per chi si reca sui monti suddetti, la segnaletica per i viaggiatori della mia montagna è dipinta su queste rocce con vari poligoni, per lo più gialli, e svolge una funzione preziosa soprattutto in caso di nebbia. Ogni roccia quassù ha un suo nome: alcune contengono talco. Uno dei miei giochi preferiti, da bambino consisteva nel grattare dei sassi a base di talco, per estrarne la polvere. Ogni roccia ha un proprio nome. Ricordo la “ Rocca da Cagna” e la “Rocca del Prete”. Il 27 agosto, in occasione della Festa del Maggiorasca, dove dal 1947 è intronizzatala statua bronzea della Madonna di Guadalupe alcuni fedeli passano a attraverso la strada del Prato della Cipolla, altri partono dal Passo del Tomarlo, sulla destra, altri ancora percorrono il sentiero diretto dai piedi del Maggiorasca alla cima. Tutti i pellegrini incontrano immancabilmente le rocce erratiche qua. C’è pure un secondo aspetto da non sottovalutare, il fatto che campi, case e tetti (ormai di un tempo) fossero fabbricati con questo materiale. Chi arriva sopra il paese, giungendo dai territori di Parma o Piacenza, dove i tetti sono coperti di laterizi rossastri, nota subito le scure coperture delle abitazioni, severe, come, starei per dire come il volto dei genovesi. Il Carducci scrive del Mazzini in una nota lirica: “Quel volto che giammai non rise”. Forse è arrivato il momento per noi Liguri, e soprattutto per noi di Santo Stefano, di aprirci almeno a un sorriso, in tempi in cui ciò è diventato molto difficile. Termino con alcune parole di Paul Celan, tratte dalla lirica - labbra, tessuti tumefatti della notte - Tu : “Sguardi di curve ripide giungono rampicando/costituiscono la commessura/si aggraffano qui saldamente”. Vivere “aggraffati alla roccia” è certo il modo migliore per affrontare il futuro.

Piero Campomenosi

(Articolo tratto dal N° 42 del 24/12/2020 del settimanale “La Trebbia”)

 


 

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