Com’era bella quella valle… PDF Stampa E-mail

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Rassegna stampa - Val d'Aveto
Scritto da Giusy Asperti   
Giovedì 19 Giugno 2014 22:03

Cerisola anni '70

Sono passati ormai 40 anni da quel giorno in cui mi ero trovata a risalire per la prima volta uno dei sentieri che da Cerisola porta alle Zerreie, nei luoghi dove si trovano le stalle che allora servivano da ricovero per le mucche ed altri animali durante la stagione estiva.
Dopo un bel tratto di strada tra boschi di castagni e campicelli a terrazze ero arrivata sul vasto pianoro dove, messi uno accanto all'altro come fazzoletti di stoffa di colore diverso uniti a fare un telo più grande, stavano i campi ora verdeggianti di grano che appena iniziava a mostrare le sue tenere spighe, o color terra dove in file ordinate si vedevano i ciuffetti delle prime foglie delle patate o del granoturco, il tutto immerso in cornici colorate di fiordalisi, margherite e più rari papaveri.
Presso un muretto di contenimento sul sentiero sostavano, con un fascio di legna, e semplici attrezzi di lavoro, tre anziani del posto (avrei saputo dopo che si trattava di Giacomo, Luigi e Cristoforo).
Osservata con curiosità, un po' imbarazzata ero stata costretta dal loro saluto e da qualche domanda a fermarmi.
Il discorso era finito su Milano, che da là venivo: la conoscevano bene loro quella città perché c'erano stati per lunghi inverni di lavoro stagionale a trafficare con legna e carbone, uno poi la prima volta l'aveva conosciuta ricoveratovi in ospedale nel 1918 da soldato proveniente dal Piave.
La guerra, a oggi cent'anni fa, eccome la ricordavano (anch'io ci ho perso degli zii), Luigi, ragazzo del '99, a 18 anni sbattuto sul Piave solo qualche mese dopo la morte del fratello, a San Donà, Fagaré, Nervesa, Giacomo che da alpino se l'era vista brutta sugli Altipiani, sull'Ortigara ed il Grappa, Cristoforo, il bersagliere che sul monte Rombon aveva assistito impotente tra i tanti caduti alla morte dell'amico d'infanzia Antonio di Cerisola nel terribile inverno del 1917 e poi aveva vissuto il caos della ritirata di Caporetto fin sul Piave: quante sofferenze e paure, quanti morti nelle loro parole, nei loro occhi che ora guardavano lontano come asfuggire ancora a quella cruda realtà.
A distogliere il pensiero da quel tragico ricordare, d'un tratto le campane del paese difronte, Villanoce, s'erano messe a suonare, uno scampanio festoso dal campanile, che da lassù pareva una esile stele tutta bianca puntata dritta al cielo di tra le case: era il lunedì di Pentecoste e per tradizione, così mi spiegarono, avrebbero portato la statua di San Rocco sulla collina che stava, quasi priva di alberi, difronte a noi.La statua della Madonna sul Monte Aiona

Difatti dopo qualche minuto una lunga fila di persone che da distante parevano piccole piccole, era apparsa sul tratto di provinciale visibile fuori dal paese per poi sparire dietro la collina e ricomparire dopo un po' più in alto, a tratti ancora parzialmente nascosta, su su lungo il crinale fin sulla sommità presso la cappella del Santo che ha accanto l'antenna della Rai, sapore di fede antica e la modernità dirompente che stava cambiando tutti e tutto. Tacevano ora i tre anziani, sui volti rugosi, nei loro occhi fissi alla collina si leggeva una muta preghiera, intorno la Natura ne accompagnava i pensieri, canti di uccelli, il lontano solitario richiamo del cuculo, più vicino tra i castagni il ritmico martellare di un picchio con in sottofondo l'allegro suono di campanacci di mucche al pascolo e da presso lo scalpiccio sul selciato degli zoccoli ferrati di un mulo che tirava la slitta con il carico di erba.
Oggi risalgo lo stesso sentiero: un po' sconnessi, ancora al loro posto i sassi del selciato e dei muretti a secco costruiti da chissà quali mani tanto tempo fa, ora sono seminascosti tra il muschio e l'erba che nessuna mucca bruca, i boschi di castagni già così curati stanno lasciando il posto a rovi ed intrecci impenetrabili di arbusti, mentre la processione di San Rocco, divenuta molto corta, come tutte nei paesi, s'intravvede appena tra i cespugli ed i pini che ricoprono quasi del tutto la collina.
E' ancora lì attorniata da altre diavolerie l'antenna della Tv, svettante superba: dov'è finito quel mondo che io, abituata alla metropoli della pianura, avevo visto come un'oasi felice dove natura ed umani parevano ancora vivere in simbiosi?
Per tanti è stato un sogno: la città, la fabbrica, l'auto e le vacanze al mare ed ai monti, alcuni pure ai Caraibi ed alle Maldive, ma oggi tra disoccupazione, tasse, burocrazia, "l'etica laica" e la solitudine dilagante il risveglio é e sarà ancora più cupo.
Un vecchio di Cerisola negli anni ottanta, quando trionfava l'illusione che il "progresso" non sarebbe mai finito, mi aveva detto con saggezza tutta contadina: "tra non molto torneranno i lupi e gli orsi" (intendeva, beninteso, non lo spauracchio di quei simpaticissimi animali che comunque sono tornati davvero, bensì il regredire a periodi storici non propriamente tra i più brillanti per l'umanità, anche se questa volta non ci saranno clave e caverne).
Si sta avverando la profezia di quel vecchio: abbiamo distrutto tutto un mondo dove, pur con tanti problemi, la semplicità, il sapersi accontentare, l'umiltà anche e la vera solidarietà gratuita erano la norma del vivere quotidiano.
Che ci sarà ora dietro l'angolo?

Giusy Asperti

(Articolo tratto dal N°  22 del 19/06/2014 del settimanale “La Trebbia”)

 

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