Quanto bene fecero a Torrio Tugnin e la popolazione in tempo guerra PDF Stampa E-mail

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Rassegna stampa - Val d'Aveto
Scritto da Jean Pierre   
Giovedì 12 Giugno 2014 00:00

Torrio (foto di Giacomo Turco)

Insieme a un omaggio a Tugnin, proverò a rendere un omaggio a Torrio, il suo paese, il nostro paese, perchè a un certo momento, la storia di Tugnin e quella di Torrio hanno costituito una stessa ed unica storia. Il periodo a quale accenno è quello della seconda guerra mondiale. Tugnin e alcuni altri abitanti hanno fatto di Torrio un paese salvatore di vite umane, un paese di «giusti».
Tugnin fa parte di quelli che in Francia si chiamano «i giusti», ha salvato della morte un medico ebreo, ha aiutato a nascondersi dai tedeschi degli ufficiali inglesi, prigionieri in fuga, come pure giovani torriesi disertori dell'esercito mussoliniano.
Gli ufficiali inglesi e i disertori italiani sono arrivati a Torrio all'inizio del settembre 1943. È successo questo fatto quando il maresciallo Badoglio annunciò pubblicamente che il paese avrebbe cambiato campo, passando da quello dei tedeschi a quello degli anglo-americani. L'esercito italiano che aveva subito parecchi scacchi, rimase addirittura disorientato. I prigionieri inglesi che si trovavano in un campo vicino a Parma ne approntarono per fuggire. Erano stati catturati durante le campagne in Africa, e l'esercito di Mussolini li aveva portati in Italia. Nello stesso modo i soldati torriesi in grado di fuggire hanno abbandonato le loro caserme. Nella loro fuga, gli uni e gli altri si sonno ritrovati a Torrio, gli inglesi arrivarono lì per caso e i disertori, inizialmente arruolati nell'esercito mussoliniano, si ritrovarono a Torrio perchè era il loro paese.
Questo rifugio fu davvero provvidenziale, perchè pochi giorni dopo l'esercito italiano fu recuperato dai tedeschi. Le divisioni motorizzate tedesche, piombavano sull'Italia settentrionale e centrale che esse occuperanno fino a Monte Cassino. Occorreranno quasi due anni agli alleati e ai partigiani per farle indietreggiare fino a Milano. Durante tutto quel periodo, il territorio occupato fu posto da Hitler sotto il regime della Repubblica di Salò, località del lago di Garda dove il Furhrer insediò un governo fantoccio con Mussolini, che fungeva da capo illusorio.
Sotto quel governo, in breve tempo furono organizzate le deportazioni, volendo sfuggire a quelle, due ebrei si sono rifugiati a Torrio, uno nella famiglia di Bardughen, l'altro in quella di Tugnin. Loro vi si sentivano più
sicuri che nella loro città ligure. Ma la storia volle che Torrio non fosse risparmiato dai controlli tedeschi.
Torrio si situa nell'Appennino ligure, a 60 kilometri dalla Riviera che si stende a est di Genova, dove i generali di Hitler temevano un sbarco che avrebbe facilitato agli angloamericani la liberazione dell'Italia settentrionale. Volevano eliminare dalle montagne vicine ogni possibile gruppo di partigiani in grado di aiutare i liberatori. Perciò Torrio fu visitato, rivisitato, e rastrellato da distaccamenti tedeschi.
Sin dall'autunno 1943, una cappa di piombo nazi-fascista s'era abbattuta su gran parte del paese, ma nella zona occupata s'erano alzati i partigiani. Per iniziativa di Tugnin e di alcuni altri abitanti, Torrio scelse il campo del sostegno pacifico ai partigiani e dell'aiuto ai fuggitivi. Questo Torrio resistente, paesino che in quel tempo contava un trecento abitanti, s'è proposto di proteggere non solo una decina di uomini in fuga, ma anche tutti gli uomini in età di combattere, che potevano essere mandati sul fronte russo o quello greco.
Dal Subasto al Monte di Mezzo, dalla Casetta a Casa di Sopra, Torrio solidale s'è mobilitato. Tugnin aveva federato intorno a sé gli antifascisti di Casa di Sopra, dai comunisti e simpatizzanti ai futuri democristiani. Tra altri, vicino a lui, c'era Bruno Molinari, un amico che ci ha lasciato da poco, era quello del gruppo che i giovani disertori ascoltavano e seguivano; c'era Carlo Rezoagli ad accompagnarlo per stabilire il legame con i partigiani; c'era Bardughen che ospitava un medico giudeo, c'era Aldo Masera, futuro albergatore di Torrio, grande figura del paese che anche lui ci ha lasciati da poco, portava i viveri a quelli nascosti in montagna. E stato Aldo a riferirmi una parte dei fatti che a mia volta riferisco; un'altra parte proviene da Livia, figlia di Tugnin, e di Tugnin stesso. E gli abitanti che non si schieravano dalla loro parte hanno taciuto. Non ho mai sentito dire che un simpatizzante fascista avesse denunciato un fratello resistente, benché le autorità fasciste incitassero alla delazione in quel periodo. Se questo fosse successo, il fatto sarebbe noto. Il minimo fatto è conosciuto e riferito a tutti; in questi paesini tra i monti, uomini e donne tramandano le «voci». La vita in comune nello spazio ristretto d'un paese costretto a vivere nell'autarchia, ha creato una vera solidarietà e tale solidarietà è stata rinforzata dai valori transmessi da una generazione a l'altra. Un etica fraterna si è creata.
Dunque, sin dall'autunno '43, le tre parti del paese si sono organizzate per proteggere quelli che rischiavano d'essere arrestati. Alcuni facevano da sentinella ai punti strategici. E nella Cassetta, degli uomini si davano il cambio nel campanile, probabilmente con la benedizione del prete, in modo di avvertire l'arrivo dell'invasore. Occorreva stare attenti, specialmente d'inverno, quando i tedeschi procedevano nella neve, vestiti di bianco. Appena s'avvertiva l'arrivo del nemico, al segnale della sentinella, i profughi uscivano dalle case, e dal retro andavano verso i loro nascondigli, sui monti o nel paese stesso se non facevano in tempo a allontanarsi da esso. Questo sistema d'allarme funzionò bene, malgrado diverse perquisizioni i soldati tedeschi non trovarono niente a Torrio.
Ci furono però dei momenti difficili, in cui Tugnin e i suoi protetti, per poco rischiavano l'arresto. L'episodio più critico è senz'altro quello in cui loro sono rimasti a lungo nascosti a pochi centimetri di una pattuglia tedesca. Tugnin aveva confezionato un cassone nel quale potevano stare più uomini. L'aveva sistemato vicino a un fienile e ricoperto di letame. Aveva anche confezionato un sistema di tubi che affioravano, rasente al letame e permettevano di respirare. Una sera dopo le perquisizioni nel paese, un gruppo di tedeschi decise d'usare come dormitorio il fienile vicino al quale stava il cassone. Tugnin e alcuni altri uomini vi si trovavano. Fu un momento d'angoscia che parve lunghissimo. Ci volle la prontezza di spirito d'un vicino, probabilmente Paulin de Pipa che aiutava spesso Tugnin. Lui propose ai soldati di venire a mangiare una scodella di minestra a casa sua, i soldati accettarono, lasciando la via libera a Tugnin e ai suoi compagni.
Tugnin e la sua famiglia ospitavano quattro persone: un giudeo, il Dottore Rocca; un canadese-inglese, il maggiore Gemmel, chiamato «Tomaso» a Torrio; un inglese, l'ufficiale Spaven che i torriesi chiamavano "Enrico»; uno scozzese, il capitano Caldwell.
Di notte, per maggiore sicurezza, gli uomini dormivano nella stalla, che in quell'epoca faceva parte della casa. In fondo, Tugnin aveva sistemato una fossa in cui era possibile nascondersi in caso d'emergenza.
Di giorno, i profughi condividevano la vita degli abitanti, ognuno cercava d'essere utile alla popolazione secondo le sue capacita. Così, il medico curava i malati, ho sentito dire che ha salvato qualche persona; l'ufficiale inglese, alla grande sorpresa di tutti, proponeva d'eseguire lavori di cucito.
Livia ha conservato le lettere che questi uomini hanno scritto quando sono tornati a casa loro. Certo, ringraziano Tugnin e la sua famiglia, ma anche il paese, e particolarmente gli abitanti di Casa di Sopra. In queste lettere, certi di loro chiedevano di trasmettere il loro affettuoso ricordo a delle donne, lasciando presumere di certe storie d'amore nascoste.
Sono venuto a conoscenza di questi momenti di vita a Torrio, grazie a Livia e anche alle conversazioni avute con Tugnin, conversazioni durante le quali, la figlia l'aiutava a ritrovare la memoria di Torrio, il suo paese che affezionava tanto.
Tugnin era sposato con Emma, ed ebbero insieme tre figli: Giuseppe, il primogenito, Aldo, il secondo che è mancato, lasciando un gran vuoto, anche perchè, tra l'altro è stato di quelli che hanno ridato vita d'estate al paese attuale. Livia è l'ultima, lei aveva solo un anno nel' 43 e i suoi fratelli erano ancora molto giovani. Ciononostante, Giuseppino, che aveva apena dieci anni aiutava il papà a nascondere gli uomini che ospitavano, sapeva guidarli sui monti nei nascondigli che bisognava variare secondo la direzione che prendevano le pattuglie.
Senza il sostegno di Emma, Tugnin non avrebbe potuto provvedere alle necessità quotidiane delle persone che ospitavano.
Tugnin assumeva le sue responsabilità familiari: ha cercato di aiutare gli altri minimizzando sempre i rischi per i suoi cari. La prima cosa che fece fu di seppellire il vecchio fucile che possedeva ed eliminò accuratamente dalla casa tutto ciò che poteva parere sospetto durante le perquisizioni. Questa cautela risultò efficace.
Infine, Tugnin era pacifista. Capiva quelli che combattevano le armi nelle mani, li ha aiutati trasmettendo dei messaggi tra partigiani, ma il combattimento armato non era il ruolo che si era assegnato. Non si sentiva di sparare su altri uomini, ma si sentiva destinato a proteggere e salvare delle vite umane e cosi fece.

Jean-Pierre dall' Anna du Negretu

(Articolo tratto dal N° 21 del 12/06/2014 del settimanale La Trebbia)

 

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