Fra storia, leggenda e humor a Rezzoaglio PDF Stampa E-mail

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Rassegna stampa - Val d'Aveto
Scritto da Sandro Sbarbaro   
Giovedì 05 Maggio 2011 00:00

Forse qualche solerte funzionario genovese è appassionato di storia.

Non si capirebbe altrimenti l'invio "al dorato confino" di 30 cittadini eredi degli ex sudditi del Bey dì Tunisi in quel di Rezzoaglio, ridente (sic!) comune della Provincia di Genova.

A chi ne fosse digiuno, ricordiamo che il borgo di Rezzoaglio anticamente faceva parte del marchesato di Santo Stefano d'Aveto. Il Feudo imperiale fu retto, per un certo periodo, dall'ammiraglio genovese Gio Andrea Doria.

Gio Andrea Doria era il "pronipote" di Andrea Doria, e a sua volta fu ammiraglio della flotta imperiale che correva il mediterraneo alla caccia delle feluche dei corsali barbareschi. Era al servizio dell'imperatore Filippo il di Spagna, figlio di Carlo V.

Nel maggio del 1560 la sua flotta venne decimata nell'impresa di Tripoli dai turchi presso Gerba, ove i Doria persero 7 galere, o galee, e Gian Andrea si salvò a stento.

Gli attacchi da parte dei corsari barbareschi alle cittadine della Riviera di levante furono probabilmente la triste conseguenza di quelle vicende. Si ricordano, saccheggi, lutti ed incetta di schiavi- cosa che altresì facevano i "cristiani" a parti inverse. Il corsaro Dragut, fiero avversario di Andrea Doria, aveva colpito nei 1549 a Rapallo, nel 1557 a Recco, nel 1564 a Lavagna. Ricordiamo anche, ad onor del vero, che Mulei-Hassan nel 1535 era stato rimesso sul trono di Tunisi -dove era stato spodestato dal corsaro Barbarossa, signore d'Algeri, da Andrea Doria.

Ricordiamo altresì che i genovesi ufficialmente contrastavano i turchi nel Mediterraneo, ma spesso con loro commerciavano, e addirittura in Genova v'era una moschea.

Ora, il suddetto funzionario/memore del motto della Regione Liguria: "Liguria una terra da mare", per una volta ha pensato bene che esistono pure i monti. E onde evitare traumi ai rivieraschi, deve aver pensato: "Ohibò! Non sia mai che gli eredi di quelle fiere genti si stanzino in Riviera. Non vorrei che qualcuno mi rinfacciasse di non conoscere la Storia della metà de! Cinquecento." Pensa che ti ripensa ha trovato ahimè la soluzione.

"Li dirotto nell'entroterra! Tanto qualche storico afferma che alcuni saraceni sono giunti fino in Val Trebbia, ma mica in Val d'Aveto!"

Ma qualche lacuna dal punto di vista storico, così come tutti, costui deve pur averla; infatti non si è rammentato che Rezzoagiio all'epoca dei Doria apparteneva di fatto, in buona parte, ai Della Cella, una parentela di "leghisti".

Ricordiamo che detti nobili ed i loro accoliti facevano parte, nei 1552, della 'Ligha de Celaschi'. Tutta gente sanguigna, nobili, mulattieri, zappaterra e banditi.

D'altro canto il funzionario citato non poteva mica mandare i tunisini a Santo Stefano d'Aveto, ove l'imponente castello dei Doria avrebbe ricordato loro i patimenti subiti dai loro antenati nelle galee del Doria. E poi suvvia! Proprio in occasione della settimana Santa popolare le strade del borgo con gli eredi degli "infedeli" non era certo mossa arguta. Molto meglio Rezzoaglio!

Ricordiamo a titolo storico che la Val d'Aveto fu ed è terra d'emigrazione. Già a partire dalla seconda metà del Seicento i flussi migratori dei nostri contadini si diressero verso il basso Piemonte, la Lombardia e la Toscana, e naturalmente a Genova, per trovare un lavoro che li affrancasse dalla fame. Poi verso la seconda metà dell'Ottocento la destinazione fu Roma ed infine il grande balzo verso l'America. A New York li attendeva il Castle Garden, non certo un albergo.

Val forse la pena di ricordare che i nostri antenati non furono, per la maggior parte, accolti a braccia aperte. Si adattarono a fare i mestieri più umili, con grandi fatiche e sacrifici; qualcuno fece anche "fortuna", ma furono purtroppo casi sporadici.

Speriamo che gli ospiti tunisini e qualsiasi altro emigrante dalle terre d'Africa, che per varie ragioni cercano fortuna in Italia e altrove, io comprendano. L'Italia non è certo quella rappresentata dalle TV.

Sandro Sbarbaro

 

(Articolo tratto dal N° 17 del 05/05/2011 del settimanale “La Trebbia”)

 

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