Storia di un italiano che ha trovato l’America: Ettore Steccone PDF Stampa E-mail

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Rassegna stampa - Val Borbera
Scritto da Marco Gallione   
Mercoledì 15 Settembre 2010 00:00

Ettore StecconeLa storia di Ettore Steccone è quella di un giovane originario di Maggiolo, nel Comune di Mongiardino Ligure, in provincia di Alessandria, alta Val Sisola tributaria della Val Borbera, che decide di andare a cercare fortuna in America per coltivare il sogno di un futuro migliore, diverso da quello che la vita sembra riservare.
Nel 1922, a 26 anni, Ettore Steccone decide di partire per la “Merica”, come venivano chiamati allora gli Stati Uniti dalla gente comune.
Ha frequentato la scuola fino alla terza elementare, è creativo e intelligente, un ragazzo calmo e preciso. Diventato falegname, i compaesani ricordano ancora come senza conoscere i trucchi del mestiere riescisse a realizzare serramenti perfetti, soltanto guardando come erano fatti gli altri. Combatte per quattro anni nella Grande Guerra del 1915-18  ottenendo, a guerra finita, il titolo di Cavaliere di Vittorio Veneto.
Gli anni del dopoguerra sono difficili ma Ettore, consapevole di avere idee e talento, nel 1922 decide di partire per l’America e sbarca a New York e in seguito arriva a Oakland, in California.
Qui intraprende numerosi lavori per mantenersi: dal fioraio, al fruttivendolo, a portiere e lavavetri, e sarà proprio questo ultimo mestiere che cambierà radicalmente la sua vita facendogli raggiungere il successo. Fonda infatti una piccola impresa in proprio e continua a lavorare duro, coltivando le proprie intuizioni.
Dopo 10 anni, nel 1932 torna in Italia dalla famiglia e si ferma per un breve soggiorno durante il quale si sposa con Emma, una sua cugina di Camincasca, bellissima e più giovane di 17 anni.
Nel novembre del 1932 tornano in California e si dedicano entrambi al lavoro di portieri e lavavetri dividendosi i compiti: Ettore fa il portiere e lava l’esterno delle finestre, Emma lava l’interno e fa pulizie negli uffici e negli appartamenti.
Svolgendo il suo lavoro di lavavetri Ettore si rende conto che gli attrezzi che utilizza non danno risultati soddisfacenti: all’epoca si usavano pesanti asciugatori in metallo chiamati tergivetro “Chicago”, dalla città dove vengono prodotti, con l’aggiunta di spatole in setole di cinghiale e spugne naturali, molto pesanti, ingombranti e scomodi. Per questo motivo Steccone impiega il suo tempo libero nel progettare un nuovo attrezzo che gli permetta di asciugare i vetri bene e velocemente trascorrendo notti insonni insieme alla moglie per ottenere il suo scopo. Il risultato di tanto lavoro è un tergivetro leggero, con un’impugnatura in ottone lucido e una lama in gomma affilata e facilmente sostituibile.
Nel 1936 ottiene il brevetto del nuovo utensile che inizialmente chiama “New Deal”, in onore della politica che Franklin D. Roosevelt sta attuando per migliorare la vita degli americani.
Però la strada verso il successo è difficile: c’è diffidenza verso un immigrato italiano, ritenuto analfabeta. Inoltre incontra innumerevoli difficoltà ad avere dalle fabbriche di gomma, elemento indispensabile nella sua invenzione, un prodotto dalle caratteristiche tali da potere ottenere ottimi risultati. Un’altra difficoltà consiste nel distribuire la sua nuova invenzione sul mercato: Ettore non vuole indebitarsi per finanziare un team di rappresentanti che distribuiscano il suo prodotto: fino a quel momento egli ha diffuso la sua invenzione facendola provare ai suoi colleghi, ma in questo modo non può diffonderla sul mercato.
Decide quindi di farla conoscere al più grande grossista di articoli per lavavetri del paese: J. Racestein Co, che si trova a New York. Racestein boccia il nuovo tergivetro dicendogli che non sarebbe mai riuscito a venderlo e che nessuno l’avrebbe utilizzato. Ferito nell’orgoglio Ettore gli lancia una scommessa: entro un mese la compagnia farà un ordine per il suo nuovo tergivetro, e il vincitore riceverà il più bel cappello da uomo che il denaro possa comprare. Per vincere la scommessa inizia a girare tutta Manhattan facendo provare l’attrezzo a tutti i lavavetri professionisti i quali, rendendosi conto della sua praticità e dell’ottimo funzionamento, gli chiedono di acquistarlo: Steccone gli risponde di rivolgersi alla J. Racestein Co. Risultato: nel giro di un mese gli viene fatto un ordine di 2000 dollari, gli viene richiesta la spedizione immediata e gli viene fatto recapitare un magnifico cappello Borsalino!
A questo punto bisogna far fronte agli ordini per cui Ettore fonda la sua prima fabbrica nel garage della sua casa di Oakland e, insieme alla moglie, si occupa della maggior parte della produzione: lui lavora alle presse, cambia dadi e assembla i prodotti, mentre Emma taglia ed ispeziona a mano ed una ad una ogni lama in gomma, tagliando via le imperfezioni per lasciare solo una striscia di gomma dal taglio netto. Per potere sostenere la nuova attività continuano a lavorare la notte come portieri e raccogliendo scatoloni di scarto per poterli utilizzare come imballaggio per spedire i tergivetro ai clienti.
Ma le difficoltà non sono ancora finite: dapprima lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale che fa fermare l’attività a causa del razionamento e delle tasse del materiale, poi la perdita del brevetto e del diritto di usare il suo nome sul prodotto a causa della sua inesperienza in materia legale. Terminata la guerra Ettore intraprende una lunga battaglia legale che gli permette di riottenere l’uso del nome, seppure con alcune limitazioni.  
Nel 1957 inizia la produzione su larga scala dell’attrezzo, infatti Ettore e Emma abbandonano il vecchio garage per fondare la prima fabbrica con un piccolo numero di dipendenti. Superando con caparbietà tutte le difficoltà e senza mai ricorrere a prestiti di denaro, Ettore alla fine degli anni ’50 riesce ad esportare il suo prodotto anche sul mercato europeo.
I due coniugi però non dimenticano la loro amata terra e ogni due o tre anni vi ritornano facendosi apprezzare per la loro generosità verso i compaesani: doneranno persino 6 milioni e mezzo di lire, una cifra enorme per quell’epoca, alla Chiesa di S. Giovanni Battista situata a Maggiolo per far rifare il tetto, il pavimento, l’intonaco e altri lavori.
All’inizio degli anni ’60 gli affari vanno talmente bene che Ettore progetta la seconda fabbrica e assume personale con più esperienza negli affari e nelle ricerche di mercato per far crescere ulteriormente la sua attività.
Negli anni ’70 insegna tutti i trucchi del mestiere alla figlia Diana e al genero Michael Smahlik per prepararli al passaggio di consegne; gli eredi amplieranno la gamma degli attrezzi di alta qualità per la pulizia delle finestre. Attualmente la “Ettore Products” ha uffici e magazzini ad Amsterdam e Shanghai, e guidata da Michael Smahlik, vende i suoi prodotti in 40 paesi in tutto il mondo.
Ma anche quando la fabbrica è gestita dalla figlia e dal genero Ettore si presenta al lavoro ogni giorno alle 8 del mattino, fermandosi sino alla chiusura e incontrando tutti, continua a tenersi impegnato armeggiando con viti, bulloni e altro materiale nel retro della fabbrica e ogni venerdì non dimentica di spazzare il pavimento della fabbrica nella sua immancabile divisa da lavoro, abbigliamento per il quale a volte i venditori lo scambiano per il portinaio.
Dopo una lunga malattia, Ettore Steccone si spegne nel 1984, all’età di 87 anni, seguito nel 2003 da Emma.

Ettore Steccone e l’11 settembre

Sul finire degli anni ’50 la stampa americana scopre la vicenda umana e imprenditoriale di Ettore Steccone e gli dedica un lusinghiero articolo nel quale lo paragona ad un eroe delle opere letterarie dello scrittore Horatio Alger. Ettore ed Emma vengono descritti sulla stampa come “una coppia di creativi genovesi”. Un anno dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, compare sui giornali una storia incredibile: l’invenzione di Ettore ed Emma salva la vita a 6 persone intrappolate in una delle torri. Nel 2009 la televisione pubblica italiana, trasmette su Rai Tre una puntata del programma di Piero Angela “Ulisse, il piacere della scoperta”, in cui si parla del pericoloso mestiere del lavavetri sugli altissimi grattacieli americani e si fa riferimento al brevetto dell’italiano Ettore Steccone. Poco dopo, sempre nel 2009, esce sul quotidiano La Stampa un articolo sull’emigrato che “ideò la spazzola lavavetri” e fece conoscere il suo nome in tutto il mondo. Nel 2010 La Pro Loco e l’amministrazione comunale di Mongiardino Ligure decidono di ricostruire la vicenda di Ettore ed Emma dando vita ad una mostra in loro onore, in segno di gratitudine per la generosità verso la comunità d’origine e del contributo al progresso industriale. Segni di riconoscenza sono inoltre la lapide che ricorda la donazione alla Chiesa di S. Giovanni Battista e la targa con il nome della piazza dedicata ad Ettore dal Comune di Mongiardino.

"Un lavavetri per eroe: ecco come l’invenzione di Ettore ed Emma Steccone salvò la vita a 6 persone l’ 11 settembre”.
Questa è la storia mai raccontata di un lavavetri (dispositivo per lavare i vetri inventato nel 1936 da due emigranti italiani) che salvò la vita a sei persone il giorno della caduta delle Torri Gemelle e che adesso è esposto all’ Istituto Smithsonian. L’ 11 settembre la giornata lavorativa del lavafinestre del WTC , Jan Demeczur (48 anni) iniziava alle 6, impegnato per oltre due ore a rimuovere sporcizia da alcune delle 21,800 finestre della Torre1, fece una pausa caffè verso le 8 in compagnia dei “ ferri del mestiere” (un secchio e il lavavetri, il cui manico d’ottone brillava per l’ usura). Dopo salì sull’ascensore 69-A con altri 5 uomini e si diresse al 70° piano. Nel giro di alcuni istanti l’edificio tremò, i cavi dell’ascensore oscillarono e poi la cabina precipitò. Qualcuno premette il bottone d’emergenza e l’ascensore si fermò improvvisamente, nel frattempo un annuncio trasmesso via citofono avvertiva che c’era stata un’esplosione, ed una fitta coltre di fumo riempì rapidamente l’aria. Mentre un uomo cercava un uscita d’emergenza gli altri servendosi del manico di ottone del lavavetri di Demeczur forzarono le porte dell’ascensore, sul muro era indicato 50° piano, (siccome non era previsto che l’ascensore si fermasse lì non erano state neppure previste delle porte, che forse sarebbero state necessarie). Demeczur, che aveva trascorso 11 anni pulendo dall’interno le finestre del Trade Center, sapeva che le pareti erano fatte di cartongesso e quindi potevano essere facilmente tagliate. Non avendo un coltello, Demeczur, immigrato polacco che ora viveva a New Jersey City (New York), tirò con forza la lamina del suo lavavetri e sfruttandone il bordo d’ottone iniziò a tagliare il cartongesso. Man mano che passava il tempo i muscoli della mano s’indolenzivano e la lamina gli scivolava e il manico iniziava a rovinarsi, così nella disperazione Demeczur tenne la lama con le mani, mentre gli altri suoi compagni fecero a turno per fendere il cartongesso (spesso 3 pollici). Poi sfondarono a calci una piastrella del muro e arrivarono nel bagno degli uomini. Un ascensore li portò al 40° piano, dove i pompieri li condussero alla tromba delle scale. Da qualche parte circa al 12° piano sentirono un rumore infernale, la Torre Sud, il 2 World Trade Center stava crollando. Tutt’intorno si udivano urla:”sbrigatevi, ognuno raggiunga l’ingresso”. Demczur ricorda di aver raggiunto il marciapiede alle 10:23 e di aver indugiato a bere un po’ acqua, pochi istanti dopo la Torre Nord crollava ed uno strato di polvere lo avvolgeva mentre correva per mettersi in salvo. Sebbene allora Jan Demczur non lo sapesse, l’attrezzo che portava quotidianamente nel secchio era prodotto dall’Ettore Products Co. Di Oakland ,California e inventato da una coppia di sposi italiani che fondarono l’omonima compagnia."

(Testo tratto dal sito http://www.ettoresteccone.altervista.org)

Ultimo aggiornamento Mercoledì 19 Aprile 2017 22:56
 

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