Emilia, quella terra affascinante e fragile che non sappiamo difendere PDF Stampa E-mail

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Rassegna stampa - Val Trebbia emiliana
Scritto da Corriere della Sera   
Martedì 15 Settembre 2015 00:00

Alluvione in Val Nure

È un mondo sommerso da fango e detriti, un mondo devastato da una pioggia che in due ore diventa una bomba e gonfia i fiumi e i torrenti, un mondo che si volta indietro senza trovare qualcosa di simile e improvviso nella storia recente, quella che si può ancora raccontare. Un mondo che si sente tradito, dal clima ormai impazzito e dalle poche risposte al dissesto incombente, denunciato ogni anno con lettere in fotocopia: scarsa manutenzione, alvei inadeguati e privi di aree golenali e di espansione, ponti malmessi, argini innaturalmente ristretti per far spazio a rischiose costruzioni.
Era facile scrivere di Valnure e Valtrebbia qualche giorno fa, di paesaggi e cucina, di rocche e castelli, di torrenti con le trote e di boschi con i funghi, di coppe, Gutturnio e squisiti anolini, di Hemingway che dopo un’escursione ne fa una leggenda, del poeta Caproni che ci passa gli ultimi anni in una casa fatta di sassi e scrive: «Viviamo di poco/ Al fuoco/ Lasciateci qua. Contenti».
Oggi si piange, si spala, si chiede aiuto, si cerca di uscire da quella che non è più solo emergenza, è un disastro, è il rischio quotidiano che incombe su interi paesi di collina e di pianura a causa della fragilità di un territorio che dovremmo proteggere e tutelare di più. Perché non c’è solo l’imprevedibile ondata torrenziale provocata da una pioggia inaudita, che travolge quel che trova come una gamba infilata in un calzone troppo stretto, dice un geologo locale: c’è la difficoltà, in questo nostro Paese, di creare un servizio di previsione del rischio idrogeologico, con autonomia operativa e certezza di risorse, in grado di rafforzare le difese e la sicurezza di cittadini, famiglie, imprese.
È allagata Bettola, il Nure ha rotto gli argini a Ferriere e Farini d’Olmo, ha mangiato pezzi di strada e si è portato via delle vite: erano in auto di prima mattina, un padre, il figlio, la guardia giurata. Sono stati presi dalla corrente, senza nessuna possibilità di scampo. Il giorno prima c’era una fiera a Bettola, è sempre così da queste parti d’estate: la gente s’inventa con il turismo strategie anticrisi.
E la valle che si incunea verso l’Aveto? Di solito è un percorso d’avventura, strapiombi, speroni di roccia che incantano i motociclisti: adesso è bloccata dalle frane che qui sono un’abitudine, ma con la tanta pioggia caduta si rischia un lungo stop. Correva qui l’antica via del sale che porta a Genova, quasi in parallelo con la Statale 45, percorsa da viandanti e venditori, itinerario di suggestiva intensità per monaci e religiosi. È il versante di Bobbio, Marsaglia, Ottone, i luoghi santi di Colombano, il monaco irlandese che nel 615 si fermò qui a incivilire il territorio con il vangelo di Cristo, lottando secondo una leggenda col diavolo sul ponte del Trebbia, che per questo diventò gobbo: anni fa una piena ha portato via un’arcata, ieri mattina per fortuna ha retto.
È venuto giù invece un altro ponte, quello di Barberino, luogo splendido per i bagni e per la pesca e simbolico per il regista Marco Bellocchio: erano girate qui certe scene dei «Pugni in tasca», il film capolavoro di cinquant’anni fa, con Lou Castel che getta nel Trebbia, un poco più avanti, la madre oppressiva. Da anni il sindaco di Bobbio recapitava lettere su lettere al Genio civile chiedendone la messa in sicurezza: ha risolto tutto la piena, prima di un improbabile intervento.
È un’acqua brutta quella venuta giù domenica notte. Ha allargato il bacino del Trebbia fino a farlo espandere in pianura, nello slargo dove si erano fermati gli elefanti di Annibale, tra Rivalta e Rivergaro, prima di affrontare e sconfiggere le legioni romane di Scipione. E l’idea della devastazione provocata dall’acqua è proprio quella di una guerra, di un assedio improvviso, senza potersi difendere. D’altra parte qui era un’abitudine dar battaglia, tra nobili litigiosi e belligeranti come i Malaspina, gli Scotti, i Nicelli, i Landi, gli Anguissola e i dal Verme: dominavano le vallate dai loro fortilizi, hanno scavato ovunque strade e stradine che attraversano la collina per poter fuggire e potersi difendere.
Sarà difficile fare un bilancio, ma sarà facile fare una previsione: ce la metteranno tutta i cittadini della Valnure, della Valtrebbia e del basso Piacentino per riparare i danni, per tamponare le ferite, per riallacciare luce e gas, riaprire scuole e attività economiche. La spinta solidale di un esercito di giovani e quello della Protezione civile stanno già facendo miracoli. Ma ancora una volta, quel che è accaduto, quel che è successo in queste vallate, impone uno scatto della politica: o si fa di tutto per mettere in sicurezza i territori oppure ricominceremo, la prossima volta, ad elencare quel che si doveva fare e non si è fatto. I divieti pagano, ha detto un giorno il direttore del parco del Ticino: la conservazione del territorio deve impedire di costruire dove non si deve costruire e spingere a pulire dove si deve pulire. I vantaggi della tutela vanno tutti sul Pil. I danni no. E quando ci sono di mezzo anche le vite umane, il prezzo è sempre esagerato.

Giangiacomo Schiavi

http://www.corriere.it (15/09/2015)

 

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