| «Tanti, troppi lupi sul nostro Appennino» |
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| Rassegna stampa - Val Trebbia emiliana | |||
| Scritto da Filippo Columella | |||
| Giovedì 13 Gennaio 2011 00:00 | |||
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O l'uomo o il lupo. Sull'Appennino settentrionale la convivenza tra i due mammiferi sembra messa a dura prova. Ben lontano dall'essere venerato come in Mongolia, nel Piacentino, il lupo sta infatti esasperando alcuni allevatori. «E' giusto che questo predatore abbia un proprio territorio, ma non sui nostri monti». La pensa così Pietro Mozzi, a Piacenza conosciuto come il medico "alternativo" per antonomasia, quello che negli anni Settanta ha fondato la cooperativa Mogliazze nell'omonima località in comune di Bobbio. Lì i lupi sono stati avvistati anche in pieno giorno a cinquanta metri dalle case. «Se nella storia sono sempre stati cacciati, un motivo deve pur esserci e questa ragione è la loro incompatibilità con le attività umane», commenta Mozzi. A farne le spese in Valtrebbia sono stati gli ovini allevati dalla cooperativa per tenere in ordine i prati o per evitare un'eccessiva crescita del sottobosco. «Dal 2007 circa - racconta - perdiamo ogni anno dalle sette alle dieci pecore. Ci fruttano poco, basti pensare che la lana la smaltiamo nella discarica. Ma le impieghiamo principalmente per la "manutenzione" dei terreni visto che non distruggono alberi e colture, a differenza delle capre. Non sono mai andato a caccia e non mi sogno di sparare, eppure non sono in condizione di difendere le mie greggi». E sebbene la notte i capi trovino ricovero in un ovile, a Mogliazze è difficile proteggerli dagli assalti diurni. «Per la nostra realtà - spiega - il cane da pastore è inefficace: è più indicato per grandi greggi che pascolino in territori molto vasti dove non vi è presenza umana. Qui invece non siamo del tutto isolati e questi cani dalla natura aggressiva potrebbero azzannare qualcuno di passaggio». E di indennizzi Mozzi non vuole nemmeno sentire parlare a causa «delle lungaggini burocratiche che ostacolano la riscossione del risarcimento». Il problema, a detta del medico, sembrerebbe dovuto ad «un'errata concezione della montagna», come se le istituzioni si rivelassero più sensibili alle esigenze della fauna selvatica che degli esseri umani che ancora resistono sull'Appennino. «C'è alla base una visione distorta dell'ambiente -accusa - propria di chi non vive qui e occupa la poltrona di qualunque ente pubblico. Il risultato poi si vede: a Zerba sono morti cinque cavalli e non è stato possibile rimuovere le carcasse perché servivano per sfamare i lupi. Invece di agevolare l'insediamento delle persone, sembra si preferisca reintegrare il lupo». Con un rischio: quello di scoraggiare definitivamente gli ultimi superstiti. «La zona è in crisi a causa delle frane, in aumento perché quasi nessuno cura più i terreni. Cosa succederà - si chiede Mozzi -quando il lupo avrà preso il sopravvento e tutti se ne saranno andati?».
Filippo Columella
(Articolo tratto dal N° 2 del 13/01/2010 del settimanale “La Trebbia”)
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| Ultimo aggiornamento Mercoledì 02 Febbraio 2011 12:05 |



