Deportato in Germania tornò a Ferriere a piedi PDF Stampa E-mail

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Rassegna stampa - Val Trebbia emiliana
Scritto da Nadia Plucani   
Giovedì 16 Settembre 2010 00:00

Nella valigia che lo ha accompagnato durante tutto il viaggio di ritorno dalla Germania fino a casa, a Ferriere, aveva coperte e patate. Quella valigia oggi è tra le cose più care di Pompeo Labati, classe 1922, originario di Ferriere che vive a Bettola con la moglie e le figlie. Ed è piena di tanti ricordi di quel periodo che ha segnato indelebilmente la sua vita di giovane.

Balilla, avanguardista, giovane fascista, a 20 anni fu chiamato alle armi nel 77esimo Reggimento Fanteria della Divisione "Lupi di Toscana" con destinazione fronte russo dove però non arrivò perchè, dopo qualche mese di servizio in Francia a fare il guardiacosta tra Tolone e Marsiglia, l'Arma dei carabinieri, cui aveva fatto domanda di arruolamento anni prima, lo chiamò. Tre mesi di corso e poi servizio a Vercelli nei giorni in cui Mussolini fu arrestato, portato sul Gran Sasso e poi liberato dalle SS.

E' in quel periodo che per Labati inizia il calvario della prigionìa. «Dopo l'armistizio i tedeschi ci hanno portato a Bolzano» racconta e descrive i segni incancellabili lasciati dalla guerra come le ferite sul corpo provocate dall'esplosione di una bomba a mano. «A Bolzano - racconta - ci portarono a pulire il deposito di munizioni. Lavoravamo con il mitra puntato alla schiena. Pulivamo zaini, cassette di bombe a mano. Una scoppiò. Morirono quattro dei miei compagni. Mi trovai contro il muro, mi fischiavano le orecchie. Le schegge mi provocarono ferite sul naso, a una gamba e a una mano».

Per riprendersi dovette rimanere due mesi all'ospedale a Bolzano, dove in quei giorni, era il novembre del 43, si trovava anche Mike Buongiorno. Lì lo raggiunse la mamma, da Ferriere. Riformato dalla commissione mista italo-tedesca per ferite di guerra, tornò a casa. «Avevo il foglio che attestava la riforma - spiega - e quindi ero in regola, ma io scappavo, con i partigiani. Il 18 luglio 1944, stanco di dormire fuori, tornai a casa.

Un giorno, guardavo dall'abbaino i tedeschi arrivare. Buttarono giù la porta di casa. Mi hanno preso tutto e mi hanno catturato insieme a mio padre. Ci hanno portati a calci nel sedere sulla pesa di Ferriere». Questa particolare esperienza di Labati è stata raccontata anche dal bettolese Gino Pancera nel suo volume "Due stagioni in Val Nure".

«Quando mi catturarono - ha proseguito Labati - mia madre mostrò all'ufficiale tedesco il documento del riformato. Glielo strapparono di mano. L'ufficiale, strattonandola perchè insisteva, le gridò: «Ieri riformato, oggi abile, se non essere buono oggi essere buono domani». Fu deportato in Germania e caricato sui carri bestiame a Verona e da qui Innsbruk, Lipsia, Francoforte, Norimberga e giù nella zona industriale del Reno tra Belgio e Olanda fino a Wiesbaden a scaricare merci e armamenti per il fronte occidentale.

Arrivò a pesare 48 chili e a cercare il pane in mezzo alle macerie dei bombardamenti. «Dopo dieci giorni senza mangiare - ha raccontato - finalmente ci portarono una zuppa di ceci». Scappò dalla Germania. Con sé quell'unica valigia piena di coperte e patate. «Partii a piedi l'8 aprile 1944, trovai qualche passaggio di fortuna fino a Pontedellolio. Alle 5 di mattina dell'8 maggio, giorno della fiera a Ferriere, un negoziante mi diede un passaggio. Arrivai a casa, dopo due anni che i miei non avevano mie notizie».

 

Nadia Plucani

 

(Articolo tratto dal N° 31 del 16/09/2010 del settimanale “La Trebbia”)

 

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