| L’acqua, un patrimonio da salvare |
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| Rassegna stampa - Val Trebbia emiliana | |||
| Scritto da Franca Oberti | |||
| Mercoledì 15 Settembre 2010 00:00 | |||
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Mentre camminavamo sulle coste dei monti, mio padre ed io ci guardavamo intorno e lui, spesso, additando questa o quella valletta tra le fiancate brulle, mi diceva: "Garda! Vedi quell'albero laggiù. Con questo secco, se é così verde, è perché vicino scorre una sorgente". Succedeva quasi ogni estate, quando si andava in montagna al suo paese natio: Alpe di Vobbia in provincia di Genova. Mia madre era nativa di Sanguineto e quando si tornava insieme a trovare i nonni, mio padre commentava con una punta di amarezza: "Però, quanta acqua che hanno in questo paese, proprio il contrario del mio. Là si deve risparmiare ogni goccia d'acqua, e piuttosto che lavarci, dobbiamo far bere gli animali. Mentre in questo paese dovunque ci si giri si vede acqua che scorre e viene sprecata". Si riferiva naturalmente al Trebbia, all'Aveto e alle varie fontane che si trovavano un po' dovunque intorno al paese. Ricordo che andavo con la zia a pascolare e le mucche si fermavano al "Rio Arbarone" dove una vasca in cemento nuova (erano gli inizi degli anni '60) era ricolma e il getto d'acqua continuava a sgorgare ricco e impetuoso, era fresca e dolce e mentre le mucche bevevano, anch'io riempivo le mani a coppa e oltre a bere grandi sorsi, mi lavavo la faccia. In Trebbia, qualche volta mi era concesso un piccolo bagno perché la zia aveva paura che annegassi e mi proibiva di inoltrarmi nella corrente. Il nonno aveva costruito un "basto" di legno anche per le nipotine, che poteva portare due minuscoli secchielli di alluminio, sempre pronti per l'occasione. Fiera del mio ruolo, andavo con la nonna a prendere l'acqua al "Rio del Nespro", la fontana che serviva d'acqua tutte le case del paese, ma si doveva andarla a prendere con grossi secchi che si portavano a spalla. Anche quella era fredda e vigorosa e il suo getto riempiva un grosso tronco di legno scavato che fungeva da vasca. Intorno al tronco si erano formate colonie di muschio e ogni tanto qualche fiorellino minuscolo completava quella splendida scultura. Il getto dell'acqua sgorgava da un muretto a secco ed era diretto sul tronco tramite un grosso tubo di ferro semi-arrugginito, ma splendente nel tratto dove l'acqua continuava a scorrere. Allora non si temevano le malattie' tutto quanto faceva parte della natura incontaminata nella quale a Sanguineto si viveva ancora. Ogni cambiamento, ogni miglioria, era solo opera di contadini con buona volontà, mani grosse e abituati al lavoro duro, non si usavano attrezzi a motore, prodotti chimici, diserbanti, tutto veniva svolto in perfetta armonia con la natura e nel pieno rispetto di essa. Fu poi costruito l'acquedotto, utilizzando una sorgente poco distante dal paese, lungo la strada che conduce a Marsaglia, nella zona "Ronchi Nuovi". Venne così a mancare l'ennesimo getto di una fontana, a beneficio di ogni abitante di Sanguineto che potè usufruire da quel momento di una fontana propria, sotto il tetto di casa. Ancora oggi, però, si usa andare al "Rio del Nespro" per l'acqua da bere e posare sulla tavola all'ora di pranzo, con bottiglie brinate che sembrano appena tolte dal frigorifero Ai "Ronchi Nuovi" rimase soltanto un rivoletto che venne incanalato da qualche contadino per bagnare i campi vicini alla strada. Mia cugina ed io ci recavamo al Trebbia passando da quella fontana, che nel tempo, aveva formato una pozza di circa 40 centimetri di diametro e che si trovava a livello del sentiero polveroso. In quegli anni nessuno passava di lì ed ogni volta che ci capitava di transitare avevamo di che bere per dissetarci. Per alcuni anni la pozza rimase, ed era spesso utile per tanti usi, anche per lavare la frutta di chi decideva di passare la giornata in Trebbia. Poi, col tempo, le auto, le moto e la maleducazione della gente la fece sparire, disperdendola sul sentiero polveroso in mille rivoli ormai prosciugati. In questi ultimi anni, anche al di sopra della strada, quell'unico rivoletto della sorgente è andato perduto per colpa di una frana. La terra, però, è bagnata per un lungo tratto, come ad indicare che la possibilità di usufruire di quell'acqua esiste ancora, ma non c'è più nessuno che pensa di utilizzarla, si preferisce andare al supermercato e comprare cestelli di bottiglie in plastica, che verranno poi regolarmente abbandonate nel greto del fiume o scaraventate nella corrente. Procedendo oltre Sanguineto, in località "Cesa grosa" un'altra strada porta al fiume, per la precisione. alla confluenza tra l'Aveto e il Trebbia. Quella strada era molto frequentata dai nostri contadini, perché prima di arrivare alla confluenza, si aprono diverse piane e i terreni, allora, erano tutti utilizzati. Alcuni vi piantavano le paiate, altri l'erba medica per le bestie. Altri ancora il frumento. Lì vicino c'era una sorgente: "Le fontanelle" che ora nessuno conosce nemmeno più. Ora è disperso lungo l'ultimo tratto di strada e rende persino disagevole la discesa al fiume. Ma che importa, chi passa di lì non è certo gente che ha a cuore la salvaguardia di questi luoghi! Quest'anno vengono da noi, l'anno prossimo andranno in un'altra località... sono nomadi che non capiscono quanto sia importante il patrimonio naturale su cui posano i piedi. Ho tentato spesso di sensibilizzare ancora la gente di Sanguineto sperando di poter fare qualcosa per questo patrimonio idrico, ma l'interesse è scarso. Forse sono un po' nostalgica e quello che intendo salvare sono solo ricordi, forse è ancora l'eco della voce di mio padre che mi insegnava ad apprezzare ogni piccola sorgente, ogni rivoletto d'acqua come fosse un filone d'oro. Forse la mia sensibilità è esagerata, ma spero proprio di sbagliare, perché se i nostri figli ne dovessero avere bisogno non saprebbero neppure dove andare a cercare.
(Articolo tratto dal N° 30 del 3/08/2000 del settimanale “La Trebbia”
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