Il vecchio mobile in ciliegio trova rifugio
in quella che nel passato era la casa calda ed accogliente
per mucche e vitelli, i suoi cassetti ampi e profondi resistono
bene al tempo e ora sono l'accogliente sito di tanti
oggetti in disuso.
Mani sagge l'hanno forgiato forte e resistente, e così manca
il coraggio per farne legna da ardere o per passarlo
nelle mani del consueto ricercatore di mobili d'epoca; non
sarà certamente il suo valore di mercato, peraltro
scarso, a tenerlo in vita come una reliquia, sarà piuttosto
il rispetto alla memoria di colui che avrà sudato
le cosiddette sette camicie per costruirlo e farne un mobile
necessario per l'abitazione scarna e povera del suo
tempo.
Legno segno di continuità, legno ambasciatore d'antiche
fatiche, legno carpito al bosco per essere supporto indispensabile
alla vita quotidiana di famiglie che nella più serena
miseria hanno piantato le radici forti e sane, capaci di
creare l'oggi.
Tracce di un passato consumato nei campi e nei boschi col
solo intento di sopravvivere, residui ancora attuali e funzionali
che conserviamo con riverenza, scorie che sono capaci
di regalare un tocco d'arte povera alle nostre moderne abitazioni,
troppo spesso arredate secondo i canoni vulnerabili ed instabili
della moda del momento; una pennellata d'antico capace di
ricordarci le nostre storie, le nostre origini e i nostri
cari, un tocco magico e lontano in grado di aggiungere
funzionalità e sostanza ad abitazioni arredate in
regime copiativo.
Non è cosa inconsueta incontrare Valtrebbini impegnati
in pazienti opere di pulizia e restauro di mobili che per
troppo tempo hanno riposato in soffitte e stalle; non è solo
la moda del momento a spingerli in queste operazioni, è l'amore,
la passione, il desiderio di ridare spazio al passato con
la giusta riabilitazione di oggetti che ancora oggi non sono
nota stonata, anzi sono perfettamente incastonati per le
loro infinite qualità, tra arredi più appariscenti,
ma certamente meno duraturi e validi.
Se il legno avesse la parola, certamente sarebbe capace di
sbalordirci con racconti di uomini e donne schiavi della
fatica, se il vecchio. tavolo addormentato in soffitta potesse
vedere le quantità e le varietà di cibo che
transitano sulle nostre tavole, si "mangerebbe
le gambe dalla rabbia e dall'invidia; così, l'armadio
accampato nell'angolo più buio della stalla diventerebbe
rosso dalla vergogna nel vedere i molteplici abiti che stagnano
nei moderni "suoi fratelli" ad un numero esagerato
di ante, al solo ripensare quanto misero e limitato fosse
il suo contenuto negli anni sessanta.
Se l'antico torna di moda, se ciclicamente l'uomo ha bisogno
di ripercorrere la sua storia, se anche noi Valtrebbini riesumiamo
gli antichi oggetti, vuole proprio dire che, sempre l'uomo
nel suo cammino ha il bisogno di guardarsi indietro; quando
il passato è stato valido, sano e propositivo può solo
aiutare a costruire un futuro carico degli stessi ingredienti.
Guardare questo passato che "parla", essere capaci
di ascoltarlo, per noi moderni Valtrebbini vuol dire conservare
il rispetto per chi ha saputo disegnare la nostra vita e
regalarci un futuro migliore, ma fondamentalmente vuole
dire vivere con la saggezza e la lungimiranza che ha contraddistinto
una generazione che non c'è più; se fra molti
anni, i nostri oggetti e i nostri arredi saranno custoditi
con gelosia dal nuovo che arriva, saremo stati capaci di
vivere il nostro tempo anche in funzione del domani.
Solo le impronte robuste hanno la capacità di resistere
allo scorrere veloce del tempo, solo uomini forti e saggi
hanno la licenza di tramandare nel futuro i segni del loro
passaggio, magari potrà sembrare presuntuoso, ma credo
che i Valtrebbini, per i loro principi sani che solo la montagna
e l'umiltà insegnano, hanno ora, come nel passato,
la capacità di tramandare i segni migliori di una
vita
vissuta nel
rispetto delle più semplici
leggi dell'uomo e di Cristo.
Giampiero Zanardi
(Questo articolo è stato tratto dal N° 2 del 09/01/03
del settimanale "La Trebbia")
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