Mio nonno era un contadino, le sue mani
lo dicevano chiaramente, avevano un che di familiare con la
terra, screpolate, rugose, ricordavano la corteccia degli
alberi, non di tutti gli alberi, ma di quelli che crescono
e vivono nei boschi dell'Appennino Ligure.
Mani forti che rivelavano attitudine all'uso di attrezzi duri
quali la zappa e la vanga, mani che giorno dopo giorno guadagnavano
un cibo povero fatto di patate, granturco, castagne e che
nelle pause di riposo si adoperavano nell'arte di arrotolare
rustiche sigarette al trinciato.
Dai suoi vestiti emanava un sottile odore di legno e tabacco,
sempre lo stesso, aspro, familiare, un odore che associavo
ai lunghi racconti di guerra che noi bambini, la sera, ascoltavamo
a bocca aperta.
Sul piccolo tavolo senza tovaglia si trovavano spesso alcune
noci, un coltello con il manico in legno e la lama consumata
dall'uso; un sottile aroma di aglio impregnava il piano del
tavolo e, lieve, invadeva la piccola linda cucina.
Erano i genitori di mia madre e vivevano in una piccola frazione
a qualche decina di minuti a piedi da casa mia e le sere in
cui andavo a far loro visita, erano caratterizzate, oltre
che dalle care premure e dai dolci sorrisi della nonna, dai
resoconti di guerra e prigionia che il nonno amava narrare
con metodica precisione.
Nato nel 1891 si era trovato a partecipare direttamente, come
fante addetto ai rifornimenti, al tragico conflitto del 15-18
e tutto quello che aveva vissuto era registrato alla perfezione
nella sua mente, fotografato fin nei minimi particolari, impresso
in maniera indelebile nel più profondo del suo essere.
I suoi racconti erano straordinari, ognuno rappresentava un
vero e proprio capitolo di quel libro mai scritto, li conoscevo
tutti, uno ad uno, tanto che nella mia mente infantile avevo
assegnato a ciascuno un titolo, così da poter avanzare
spesso la richiesta di sentirne uno in particolare.
..."Nonnu, te me cunti"...e dopo essersi sollevato
il cappello dalla fronte con un lento gesto della mano e grattato
un poco in testa, come per richiamare la memoria, il nonno,
seduto su di una piccola seggiola impagliata, si accingeva
a raccontare.
Sempre strettamente in dialetto, la storia prendeva corpo,
non c'era fretta nella sua voce, non enfasi patriottica, non
risentimento per le violenze subite, c'erano vicende vissute
con semplicità in cui la guerra faceva da sfondo a
ritratti umani ancora vivi; una donna che viveva con le oche
dentro ad un mucchio di spazzatura, le parole di un barbiere
militare che elogiavano i suoi bei capelli neri, i pidocchi
nelle cuciture della divisa, il Natale passato in prigionia,
quando con un sigaro aveva tentato inutilmente di soffocare
i morsi della fame.
Poi gli aerei, i terribili aerei con le ali di tela che, simili
ad uccelli rapaci seminavano il panico tra i soldati; pareva
proprio di vederli mentre le braccia magre del nonno si muovevano
in aria quasi ad indicarli e, poi, ancora le lunghe marce
notturne, la pioggia, i vestiti logori, ma tutto era intriso
di una strana forma di rassegnata dignità mai per un
solo momento dimenticata, sottolineata, anzi, dalle lunghe
pause con le quali era solito intercalare le vivide immagini
dei suoi ricordi.
Gli ultimi racconti ai quali ho assistito vedevano la nonna
che, con amabile discrezione aiutava, di tanto in tanto, il
marito a ricordare quelle storie che lei certo conosceva a
memoria e che avevano scandito numerosi momenti della sua
esistenza.
Lentamente, come la sua memoria, anche il nonno se ne andò,
in punta di piedi, così come era venuto, così
come era sempre vissuto nella semplice dignità di una
camicia di flanella e del vestito di robusto fustagno.
I suoi racconti, i toni pacati, la pazienza del vivere, la
dignitosa umiltà che ho avuto modo di conoscere e avvicinare
sono ormai molto lontani, solo in sogno, a volte, mi è
dato di riviverli.
Nel mio mondo nessuno ha più tempo per raccontare,
per trasmettere ai bambini lezioni di vita; chiusi nei nostri
appartamenti e mascherati dietro stupidi biglietti da visita
noi siamo ancora, non certo per merito nostro, gli ultimi
inconsapevoli eredi della cultura delia montagna, fatta di
uomini per i quali il silenzio era una voce, la parola era
un valore, fatta di dialetto, di stufe accese nei lunghi inverni,
pregna dell'umile aroma dell'aglio, bella come una manciata
di noci posate sul piano del tavolo.
Enrico Rettagliata
(Questo articolo è stato tratto dal N° 20 del 22/05/03
del settimanale "La Trebbia")
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