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Poesie - Le poesie di Attilio Carboni
Scritto da Attilio Carboni   
Mercoledì 11 Marzo 2020 18:56

Giugno giallo il grano indora,
“bionda macchia”  terra onora.
Tante spighe; pane tanto , 
del lavoro  sogno e  vanto.

L’esistenza?  Un’avventura,
spesso incerta, sempre dura!
Ma chi avrà buone scorte,
fronteggiar potrà sua sorte.

Ecco, dunque, le famiglie,
padri, madri, figli e figlie,
impegnate in mietitura.
Braccio forte, forte cura.
 
Il falcetto steli taglia,
sulla terra in fila staglia.
  Mani e sole, bel concerto,
ai covoni fan  da serto.

Giorno intero si lavora,
pausa pranzo: una mezz’ora!
Poco spazio per ristoro.
Sol sollievo è canto in coro.

Campanella della pieve,
dolce, dolce; molto lieve,
ciascun chiama  alla preghiera,
sul calare della sera.

All’invito religioso,
buona fede in cuor radioso,
tutti, oranti, son sul prato,
dalle stoppie colorato.

Sale al Cielo lode pura,
forte e flebile; sicura:
“Grazie, o Dio! Grano colto,
dal timore ognun ha tolto”.

Ora i carri coi due buoi,
laboriosi; anch’essi  eroi,
fan ritorno con il grano:
 peso grande;  piano, piano.

Il rito della mietitura nella civiltà contadina era liturgicamente preparato, condotto, compiuto.    Aveva il suo apogeo nella festività di San Giovanni Battista (24 giugno).   Un giorno pieno di simboli, riferimenti, significati, sacri e profani.   Il giorno del raccolto, il premio alle fatiche, veniva celebrato con tripudio e gioiosità universale.   Ma anche con un impercettibile velo di tristezza sullo sfondo: un altro anno agrario era trascorso;  il tempo della luce del giorno avrebbe cominciato ad affievolirsi, lento e inesorabile.    Durante la notte i balli campestri ponevano  il loro sigillo alla stagione.   Ricordo, a questo proposito, con riconoscenza e stima, il dott. Michele Paramidani (1921/69), nativo di Cerreto di Zerba.   Professore per diversi anni di italiano e latino a Bobbio, poi Preside a Rivergaro, Travo e Ottone.   E’ stato il mio primo Dirigente alla scuola media (Anni Sessanta, secolo scorso).   Ottimo scrittore ha elaborato belle pagine di pedagogia e didattica;  di storia e letteratura.  Nell’ultima parte della sua vita si era occupato di tradizioni rurali, di lavoro, di sensibilità religiose, di tradizioni, specie della sua Val Boreca.   Non riuscì,  avverso destino, a completare e  stampare la sua opera.   Sarebbe stato uno studio preziosissimo circa il nostra passato.   Nella sua ricerca ogni fatto agricolo, oltre ad essere perfettamente descritto, era stato collegato al medioevo, alla precedente romanità…  Una storia millenaria.  Interessantissima.   Un vero peccato la perdita di un uomo tanto grande, ancora troppo giovane!
Come gli antichi Liguri da cui discendiamo con orgoglio, la nostra gente era robustissima e instancabile.   Non poteva che essere così in un ambiente allora difficile, come la montagna, sempre dura ed inesorabile.   Ho conosciuto uomini dalla forza straordinaria: vere macchine da lavoro.     Canevari Giovanni (Dagli ultimi decenni dell’Ottocento agli anni Cinquanta del secolo scorso), di Orezzoli Qua, detto “Tulla”.  Quel forte si caricava sulle spalle qualche quintale, merci varie, a Ottone e, incredibilmente, scaricava il grave peso al suo paese con spontanea disinvolta, tranquillità.   Era un trattore vivente a lavorare nei campi;  una mietitrebbia, una ruspa!   Ricordo Davide (Nicola) Coppelli (1928/78), di Rovereto di Cerignale: forza erculea, rilevante.   Si racconta che alle campagne del riso e del grano nel Piacentino e nel Vercellese, ben noto ai datori di lavoro, venisse assunto volentieri, con paga doppia rispetto agli altri lavoratori.
Ricordo, infine, un grande parroco della Val d’Aveto, Don Bruno Guasco di Torrio (1876/1954; a Torrio dal 1904).   Si era dedicato alla sua gente in modo paterno e continuativo.  E’ stato eccellente benefattore, religioso e civile.   La prima trebbiatrice delle nostre valli fu una sua idea (Tra numerose altre prodigiose imprese).    La cooperativa, sorta sotto la sua sapiente direzione, si occupava del grano di Torrio, poi si trasferiva nei paesi intorno, per la prima volta sollevando la montagna da gravi fatiche.     Il rombo di quel motore, preghiera moderna, saliva fiducioso al Cielo.

Attilio Carboni

 

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