La grande fatica della gente della Valtrebbia rivive in una foto ingiallita dell'ultima guerra PDF Stampa E-mail

Valutazione attuale: / 0
ScarsoOttimo 
Articoli e racconti - Giampiero Zanardi
Scritto da Giampiero Zanardi   
Giovedì 08 Giugno 2017 00:00

Gruppo di Alpe

E poi arriva il giorno, che, rovistando tra l'antico cartaceo e le vecchie fotografie, ne ritrovo una particolarmente ingiallita dal tempo, tanto speciale da richiamare l'attenzione del disordinato "archivista".
La fotografia è antica, ancora figlia del bianco e nero e riprende volti noti che riesco a malapena, e solo in parte, a riconoscere perché sono immagini che emarginano volti ripresi nel pieno della loro gioventù, volti e che sono stati, e qualcuno ancora è, un figlio legittimo della Valle.
Tra i tanti volti riconosco visi familiari e tra questi il volto giovanile di mia madre. Nei suoi racconti in epoca passata, questa fotografia riprendeva vita e vigore, ogni riconosciuta presenza nel gruppo, era un aneddoto ed una storia, il bianco ed il nero si coloravano di fatica, sudore ma anche di tanta allegria. La sana allegria che solo la gioventù poteva e può sempre dare. Erano gli anni a cavallo della seconda grande guerra, quella che coinvolte tutta l'Europa e non solo, anni di fame e di sudore per tutti i Valtrebbiensi, anni in cui per garantirsi la sopravvivenza si iniziava a guardare oltre confine, oltrepassando le rive del nostro grande fiume. La necessità portava i nostri a catapultarsi in lavori durissimi e spesso malpagati, lavori stagionali pesanti che avrebbero segnato il fisico nel tempo a venire.
Le risaie piemontesi, ed in particolare quelle Vercellesi erano la meta e l'obiettivo, il sorriso e la disperazione, la paura dell'ignoto e il conosciuto strumento per sopravvivere. Ma, in assenza di alternative, le gambe immerse nell'acqua fino a mangiarsi le ginocchia, le mondine, testa bassa e fazzoletto in testa si sudavano la sopravvivenza senza tutele o rivendicazioni, si guadagnavano il magro vitto sempre uguale e facevano delle cascine in zona, gli improvvisati giacigli per la notte. Era un lavoro stagionale dove si doveva sputare sangue, era un lavoraccio che non prevedeva contributi o Tfr, era quello e solo quello era. La paga era un sacco di riso da caricarsi sulle spalle a fine stagione e pochi soldi... ma questo era e altro non esisteva. Solo negli anni a venire, sarebbe cominciato il grande esodo verso le città e con esso tutte le rivendicazioni poi garantite dallo Stato, che hanno suggellato il trionfo di una generazione che dal nulla ha saputo costruire il meglio per gli adulti di oggi. Sulla scia del grande fiume, a piedi fino a Piacenza e poi direzione risaie con il trasporto su ferro.
Dai paesi appollaiati sui nostri monti e anche dalle località più a valle, dal versante ligure come da quello emiliano, il fiume di allegra disperazione viaggiava per raccogliere la misera paglietta monetizzata solo in parte, mentre il frutto materiale del faticoso lavoro colmava la restante quota. Solo nei film le mondine cantano il riso amaro, solo nei film tutto è allegria, la realtà quotidiana era fatta di acqua maleodorante fino a le ginocchia e schiena ricurva per "mondare" il riso, acqua invasa da insetti che mordevano e segnavano le gambe degli addetti.
La fotografia è la fedele testimonianza di quanto venne narrato dai nostri vecchi, la fotografia è la fedele ricostruzione di questa miscela di paesani, un miscuglio dove alcuni sapranno riconoscere volti noti, visi giovanili di provenienza ligure o romagnola. Chi scrive riesce a riconoscere volti di Alpe, Varni e certamente di Barchi. Dal sacrificio e dalla fatica di questi uomini e di queste donne, il miraggio attuale che abbiamo il dovere di conservare e celebrare per onorare il lavoro e la fatica che hanno dato ai Valtrebbiensi la fama di grandi lavoratori... Non era riso amaro soltanto, ma certamente anche riso dolce se ha saputo fare dei nostri vecchi un esempio da seguire.
Le "risaie" che ogni giorno incontriamo, sulla scia del grande esempio tramandato, saranno meno amare se avremo la capacità di guardarci qualche volta indietro e trarre l'umile ma fortificante insegnamento.

Giampiero Zanardi

(Articolo tratto dal N° 20 del 08/06/2017 del settimanale “La Trebbia”)

 

Cerca nel sito

Traduttore - Translator

Iscriviti alla newsletter!

Amministratore

Alta Val Trebbia, Powered by Joomla! and designed by SiteGround web hosting

Questo sito utilizza cookies tecnici e di terze parti per offrirti un servizio migliore. Per saperne di piu sui cookie che utilizziamo e come eliminarli , vedere la nostra Informativa sui cookies.

Accetto i cookie da questo sito .

EU Cookie Directive Module Information