Puffo, amico mio PDF Stampa E-mail

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Articoli e racconti - Giulio Saccomandi
Scritto da Giulio Saccomandi   
Domenica 08 Febbraio 2009 01:00
Quando vado nel bosco vengo sempre seguito da un mio caro amico, il più fedele di tutti. E’ un puffo. Un puffo che vedo soltanto io. E raramente, molto di rado, chi mi vuole davvero un mucchio di bene. Colori sgargianti scintillano sui suoi abitini. Ha un berretto di lana rosso vermiglio che indossa estate e inverno. Sostiene che così i cacciatori lo vedono e non lo prendono per un povero animale. Una giacchetta verde pisello, larga di spalle e stretta sui fianchi. E i calzoni d’un giallo acceso che più di così non si può. Gli stivaletti di cuoio coprono solo metà polpaccio e sono appuntiti e fanno un male cane quando si irrita e mi piglia a calci ma stranamente sulle mie gambe non restano segni. Sento solo il dolore. Quante cose fanno male senza lasciare cicatrici... Mi prende a calci il mio amico puffo, soltanto quando mi incupisco e vedo tutto nero. Lui sostiene che la vita è sempre rosa e che i colori di tutte le cose servono appunto per accenderla, per renderla fantastica. Salta come un grillo e corre con la velocità d’una lepre, si arrampica sugli alberi come uno scoiattolo. E’ giocherellone e impietoso, mi sottopone a scherzi atroci come catturare serpi e liberarmele tra i piedi. Spesso sistema lacce di ogni genere sulla via che sto percorrendo, tanto che mi tocca agguantarmi a qualche ramo per non ruzzolare a terra. E lui ride a crepapelle, con la pancia che gli balla fino a dover tirare profondi respiri per non ingolfarsi. Dice che lo fa per il mio bene, per tenermi attento e sveglio. Se cerco di rincorrerlo per dargliene quattro mi deride perché sa che non riuscirò mai a prenderlo e inizia a mitragliarmi con castagne secche, pigne e quant’altro gli capiti sottomano. E’ incredibilmente preciso. Capace di dialogare con qualsiasi animale, predilige gli uccelli che gli svolazzano intorno e cinguettano festanti e gli si posano sul berretto, sulla giacca, sulle dita, non tanto perché lo adorino ma per il fatto che procura loro briciole di pane e ogni sorta di cose buone da beccare. Prima di ogni altra cosa le creature hanno bisogno di cibo, universale manifestazione d’amore. Ma il mio puffo intrattiene discrete relazioni anche con i mammiferi. Soltanto mamma cinghiale, quando ha i cuccioli, lo allontana caricandolo. Bisogna fare molta attenzione agli animali che hanno i piccoli. Se avvertono un pericolo, anche minimo, si imbufaliscono e passano all’attacco. Quand’ero bambino ebbi la possibilità di osservare una coppia di capinere che grazie alla loro grinta, furono capaci di tenere a bada una biscia, ormai vicina al loro nido, dove giacevano indifesi e ancora implumi i nidiacei. La natura è straordinaria. Dà anche alle creature più piccole, apparentemente più fragili, una forza interiore così grande da riuscire a spaventare i predatori, quasi sempre molto più grossi di loro. Solo certe persone non si spaventano. Continuano a spadroneggiare sull’ambiente come se le cose della natura non avessero alcun valore. Miopi esseri viventi, vedono solo l’immediato, non riescono a spingersi oltre nel cercare di comprendere quanta sia la loro responsabilità per mantenere in vita molte specie di insetti, d’uccelli, di rettili, di mammiferi, di pesci, di fiori, di piante, che rischiano l’estinzione. Con la sola compagnia del mio amico puffo, incapace come sono di portarmi dietro esseri umani, ché nessuno mi va bene perché fa chiasso, trascina i piedi, allontana la vita selvatica dalla mia vista, pesta i rari fiori che in esso vivono, sono di casa nel parco dell’Antola ma in alto, in mezzo ai faggi, nel folto del bosco, mai ho incontrato guardie. Sono state decimate dai provvedimenti salva-bilancio che si sono succeduti negli anni. Con il risultato che non pochi visitatori del parco strappano fiori rarissimi per farli poi seccare nello zaino prima ancora di raggiungere casa. Altri invece, in Ottobre, spinti dall’irrefrenabile passione della caccia scarpinano fino ai passi più alti, dove ci vuole tempo e fatica per salire e dove sanno che le poche guardie rimaste non potranno andare perché impegnate in cento altri compiti. Da quei siti, nascosti dietro un capanno allestito in fretta e furia prima dell’alba, sparano a ogni sorta d’uccello s’affacci alla loro vista, per il gusto di colpirlo, di vederlo roteare nell’aria e cadere. Non solo fringuelli, verdoni, cardellini, ma anche rondini e falchi e poiane terminano la loro esistenza in mezzo alla rosata di pallini sparata da un fucile da caccia, prodotto a prezzi popolari dalla più recente tecnologia, caricato con cartucce capaci di portare piombo letale ben oltre i sessanta metri. Cibo per mosche e formiche perché i tipi neppure li raccolgono questi uccelli, non potendoli esibire in quanto protetti dalla legge. E mentre i primi si definiscono camminatori e conoscitori della flora appenninica e seminano ammirazione tra i conoscenti della valle, i secondi se la tirano da cacciatori e raccontano, senza tema di denunce e neppure di disprezzo, delle loro bravate lassù oltre lo sguardo di chi è rimasto a vigilare. Come ci si può coricare la sera e prendere sonno dopo aver abbattuto un uccellino tanto gaio quanto fragile e indifeso? E’ una domanda alla quale non sono ancora riuscito a trovare risposta. Da tanti anni. Da quando, superbo cacciatore anch’io seppur rispettoso della fauna protetta, ferii una beccaccia che il cane mi riportò ancora viva e mentre la tenevo in mano mi guardò con il suo grande occhio scuro che esprimeva ancora la vita. Vidi, in quell’occhio, la stessa espressione che avevano i miei bambini quando qualcosa li spaventava e compresi che la vita è tale per ogni essere vivente, che c’è solo una diversità di abitudini, di comportamenti, di conoscenze, d’intelligenza, d’istinto. Che le sofferenze inflitte gratuitamente a qualsiasi creatura torneranno indietro a tormentare la nostra coscienza quando la saggezza dei capelli bianchi ci farà rifiutare qualsiasi sciocca giustificazione, come quella vanitosa di un ottimo tiro o quell’altra pretestuosa che tanto di fringuelli ce ne sono a bizzeffe.
Lui, il mio amico puffo, è rannicchiato sulla seggiola alla mia destra, guarda curioso lo schermo del computer, le lettere che scorrono, lo spazio bianco che si riempie. E piange. Si comporta sempre così quando ode parlare di sofferenza. Lacrime grandi come gocce di rugiada gli rigano le piccole, abbronzate guance. Sa bene che certi animali si possono cacciare e l’ho visto addentare pezzi di cinghiale e gustare i tagliolini al sugo di lepre ma non riesce proprio a capire come un uomo o meglio un essere vivente che si ritiene tale, possa sparare a degli uccellini, per giunta severamente protetti dalla legge. Nessuno li può difendere in modo serio dalle schioppettate. Un giorno non canteranno più, non annunceranno la bella stagione con le loro melodie d’amore se non comprenderemo rapidamente quanto sia importante il rispetto di ogni essere vivente in un ambiente pulito e curato, unica maniera per garantire la continuità della vita. Se un giorno, vagabondando per il bosco non vi sentirete più soli, guardatevi intorno, aguzzate la vista, può darsi che capiti anche a voi di vedere un’entità cui state molto a cuore. Può manifestarsi sotto forma di puffo o di Angelo Custode o di chissà cos’altro. Di certo posso dirvi che sarete soli soltanto se vorrete davvero restarlo.

Giulio Saccomandi

 

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