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Articoli e racconti - Giulio Saccomandi
Scritto da Giulio Saccomandi   
Venerdì 06 Febbraio 2009 01:00

La pioggia scrosciante, leggera, temporalesca, ci ha tenuto compagnia per mesi. Da pochi giorni, brilla un sole caldo che toglie il fiato a chi vive in città ma riscalda questi monti e noi, abitanti, inumiditi fino all’osso dalla troppa acqua. Di funghi ne sono già nati ma sono i soliti porcini di Giugno, funghi molli, funghi poco profumati, inadatti da mettere sott’olio, impossibili da seccare in modo adeguato. Non ci sono ancora andato a funghi. Ho fatto diverse passeggiate nei miei sentieri ombrosi preferiti, dove gli ultimi castagni si mescolano con i primi faggi e poi ancora più in alto, nella faggeta. Ho incontrato i cinghiali, poco sospettosi, grassi come raramente li ho visti, per via dell’acqua che ha scoperto tuberi e creato ulteriori vasti ecosistemi pieni di vita. Vanno matti di bacche, di vermi i cinghiali. Mangiano di tutto. Dalle tenere radici ai bagodi che nascono tra le pietre dei muretti a secco laggiù sul mare. Ospiti sgraditi a chi deve recintare le colture di patate e di erba medica, a chi coltiva frutti di ogni genere. Ora ci sono anche caprioli in buona quantità e daini e lassù in alto un po’ di lupi, nessuno sa quanti davvero siano. Lupi che si tengono lontani dall’abitato e non hanno certo fame tenendo conto dei molti pascoli che in questi ultimi tempi hanno ripreso ad abitare i nostri monti. Agnelli, puledri, vitelli sono spesso il cibo più facile dei lupi perché i cinghiali sono difficili da isolare. Più mamme di cinghiale fanno quadrato con decine di piccoli ed è impossibile attaccare il branco con successo. Perché di lepri ce ne sono poche rispetto ai troppi predatori e di conigli quasi niente. Perché i caprioli corrono più dei lupi e i piccoli di capriolo, anche se momentaneamente soli, non hanno orma, sono inodori. A chi ama la notte, il suo dolce silenzio, le sue stelle scintillanti capita di udire una fucilata specie con luna piena. Un colpo di carabina ma a volte anche di un calibro dodici, uno solo, letale. Chi vive quassù non si fida troppo delle teorie ecologiste che vogliono il lupo laddove non c’è selvaggina minuta per nutrirlo. Chi ha cavalli e vitelli e pecore al pascolo vive sempre nel terrore di trovare una bestia dilaniata dai lupi e qualche testa calda finisce per disertare le lunghe riunioni dove si parla di ambiente, a volte senza conoscere bene come funziona un ecosistema, e appostarsi di notte vicino ai vitelli, ai puledri che prendono ancora il latte e l’usta di tante bestie si fiuta da lontano. Monti. Monti che hanno sempre richiesto sacrificio a chi ha deciso di viverci lasciando i sogni della città, del tutto e subito, di carriere con camicie sempre pulite, bianche e inamidate per dedicare la sua vita a questi alpestri e selvaggi siti e trarne poche cose ma buone, d’una qualità eccelsa come l’aria che vi si respira. Non c’è ancora la dovuta attenzione a questa gente. Da Roma, dalla Regione, dalla Provincia i segnali ci sono ma non sono ancora sufficienti per garantire all’allevatore di montagna che fa anche il contadino, una vita un poco più facile. Chissà quanti giovani sceglierebbero questa strada se ci fosse una maggior sensibilità ai loro bisogni, un’attenzione consapevole alle loro esigenze, un progetto lungimirante. Non pezze che rattoppano i buchi ma tessuti nuovi e forti su cui costruire un futuro. Per ora ci godiamo i villeggianti e la loro capacità di sorprendersi di tutte o quasi le piccole grandi cose della vita alpestre. Con i loro mezzi e la loro allegria portano vivacità e soldi nei nostri monti e sono, per noi tutti, una piacevole amicale risorsa. E intanto una merla continua a nutrire l’ultimo pulcino rimasto nel nido che ha piume sufficienti per volare ma pare un po’ pigro, sonnacchioso. La merla prende frutta e lombrichi dalle dita del mio amico contadino che conosce da mesi, senza la minima titubanza, tritura bene quel cibo e poi infila l’impasto nella gola del piccolo. Di fronte a questi spettacoli così semplici, commoventi e veri, viene da chiedersi cos’avrà in testa chi caccia ancora questi uccelli ma ci si consola quasi subito osservando con gioia che anno dopo anno sono sempre di più i merli che nidificano nei nostri boschi. La caccia ha senso solo se l’animale ucciso ha un importante valore nutritivo e se – contemporaneamente – la sua consistenza faunistica sul territorio costituisce danno o pericolo per i suoi abitanti. Tirare agli uccelletti prova soltanto la cattiveria dell’uomo, insensibile ai ripetuti spettacoli che madre natura offre all’occhio attento di chi conosce l’ambiente e fa del suo meglio per rispettarlo che, il più delle volte, vuol dire guardare e ascoltare e godere della frescura di questa valle a tratti aspra, talvolta dolce, piena di torrenti e ruscelli e di siti freschi e silenziosi.

Giulio Saccomandi
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