La mia Genova PDF Stampa E-mail

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Articoli e racconti - Caterina Saias
Scritto da Caterina Saias   
Martedì 08 Novembre 2011 16:37
L'alluvione di genova del 1970 Il primo ricordo che ho di Genova è legato ad una alluvione.
Ero una bambina allora e vivevo in Toscana con la mia famiglia.
I miei genitori ebbero la necessità di spostarsi ancora, “emigranti” in cerca di buona fortuna.
E fu scelta Genova.
Io e mia sorella rimanemmo in Toscana ad aspettare che i miei trovassero casa.
Era l’ottobre 1970.
E Genova e l’alluvione di una città che non conoscevo, divenne per me assurdo dolore.
L’alluvione, la difficoltà delle comunicazioni, una serie di sfighe impedirono ai miei genitori di tornare a prenderci nei tempi prestabiliti.
Una suora mi diceva ogni giorno che mia madre era cattiva, che ci aveva abbandonato e mai più sarebbe tornata. Io divenni una bambina ferita, dispettosa e da allora odio le suore.
Ricordo una pesante porta imbottita, contornata da piccole borchie per tutto il perimetro. Un oblò di vetro ad altezza d’uomo.
 

Io guardavo continuamente la porta, oltre l’oblò, oltre i muri nell’attesa spasmodica  di vedere il viso di mia madre.
Poi il trasloco, lasciare tutto ciò che conoscevo. La casa nuova, con i mobili alluvionati,acquistati con pochi soldi.
Prima di dormire cercavo di trovare i segni lasciati dall’acqua.

Poi divenne la “mia” Genova.
Via Fereggiano, Corso Sardegna divennero la strada di ogni giorno, la strada di casa.
Brignole e la sua caravella, stazione per viaggi in treno  e parole d’amore.
Ricordo tantissime volte il Bisagno impetuoso a lambire gli argini.
E il traffico assurdo di Corso Sardegna per il mercato, e al mattino presto, giù dall’autobus e via di corsa per non arrivare tardi a scuola.
Mamma a volte diceva” oggi è troppo brutto”. Restare a casa. E la meravigliosa sensazione di rimanere al caldo sotto le coperte, un regalo inaspettato.
E via XX settembre con i negozi scintillanti dai prezzi inavvicinabili con il sogno di un paio di jeans di marca.
E i vicoli stretti pieni di negozi.  Profumi speziati, bagasce, magliette di griffe a prezzi stracciati..
Erano i “gabibbi” allora ad animare le vie con lingue diverse.
La focaccia calda al mattino, il mare ai S. Nazaro, marinare la scuola ai parchi di Nervi.
Genova casa, Genova vento, Genova Faber,  vissuta con l’impazienza dell’adolescenza.
Poi sono partita da Genova a inseguire sogni e a coltivare pensieri  e l’orgoglio  provato a sentirmi dire….”c’è di tutto come a Genova”
Poi il mio tsunami personale, e Genova è tornata casa, è stata rifugio, riscossa, rivalsa, è diventata rinascita.
Ora sono ancora lontana, come se la mia vita fosse trasportata dalle onde del mare.
Ma Genova è ancora casa, figli, amici, affetti profondi, persistenti, presenti  sempre, come il vento,  come il mare.
Vederla ancora un volta, da lontano, violentata, martoriata, in lacrime mi riempie di dolore e di paura, come quando ero bambina.
Ora la televisione trasmette in diretta, distruzione, terrore.
L’agonia di  una città che si arrende alla violenza della natura.
Oggi abbiamo internet, i sms, il meteo, cartelloni luminosi.
Guardiamo il tempo per andare al mare, per programmare le gite a pasquetta.
Possiamo senza avere studiato scrivere in tutte le lingue del mondo. Sappiamo le notizie da tutto il pianeta in tempo reale,  ma non abbiamo ancora imparato a rispettare la natura.
Non  la rispettiamo, non ne abbiamo timore siamo presuntuosi e imbecilli.
Viviamo in un delirio d’onnipotenza come se la vita fosse un video game, dove persa una vita ne avessimo altre per giocare ancora.
E allora via come giocare alla roulette, sempre più veloci, a costruire a cementificare la terra.
Senza lasciare spazi ai bambini, ai giardini, all’acqua che scende.
Non abbiamo più posto nelle nostre case per i nostri anziani, per i bambini, ma vogliamo il garage per custodire l’auto.
Poi all’improvviso la natura ci dà prova della sua forza del suo potere. Ci ricorda la vulnerabilità di noi piccolo uomini presuntuosi e poi non bastano tutte le nostre lacrime a ripulire le strade.
E non serviranno le urla, gli insulti,  o le parole inutili a rimarginare ferite o a ricostruire vite.

Caterina Saias

Ultimo aggiornamento Martedì 08 Novembre 2011 19:17
 

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