La piccola agricoltura una realtà da difendere PDF Stampa E-mail

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Articoli e racconti - Massimo Angelini
Scritto da Massimo Angelini   
Venerdì 15 Ottobre 2010 00:00

Forse non tutti sanno che nel comune di Genova si svolge una fitta attività rurale; basti pensare che, al tempo dell'ultimo censimento, nel territorio comunale risultavano ben 1623 aziende (un quinto delle aziende di tutta la provincia!) con 4.081 ettari di superficie agricola censita, tutte attive nei paesi che fanno corona alla città: da Vesima fino a Sant'Ilario, passando per Murta, Cesino, Aggio, San Desiderio e ancora altre cento località. Eppure non ricordo programma politico che abbia tenuto in serio conto questa realtà, né ricordo un ufficio comunale, non dico un assessorato, che specificamente si sia occupato di agricoltura: eppure, almeno per riguardo verso i numeri, sarebbe il caso di pensarci. Il fragile interesse verso la piccola agricoltura non si ferma certo alle porte della città, ma comprende, più in generale, il mondo rurale di tutto il nostro entroterra, troppo spesso relegato nell'ombra del florovivaismo, delle colture da serra, della viti-olivicoltura, perché considerato figlio di un'economia minore, al massimo più da sovvenzionare e mantenere in vita giusto per ritardarne l'agonia o solo perché nulla vada del tutto perduto.

Che la piccola agricoltura, quella di dimensione contadina, quella delle periferie e dell'entroterra, sia economicamente poco rilevante lo dicono i fatturati, ma se si esce dalla contabilità di quanto possa riguardare la circolazione dei prodotti, allora il discorso cambia e merita un cenno. Una decina di anni fa, partecipando a un convegno dedicato al dissesto idrogeologico, avevo sentito relatori che suggerivano soluzioni raffinate gestione del territorio: chi ragionava sulle arginature, chi sulla "glassazione" della montagna (proprio come i marroni), chi auspicava una crescita della pianificazione e dell'ingegneria territoriale, tutti invocavano maggiori stanziamenti.

Nessuno ricordava che le premesse di quello che era successo a Firenze nel 1966, a Genova quattro anni più tardi, e pressoché ogni anno a partire dagli anni Ottanta (vogliamo ricordare Stava 1986, Alessandria 1994, Sarno 1998 ...), erano state scritte nell'immediato dopoguerra, quando si era accelerato il processo di abbandono delle montagne e intere vallate in pochi decenni si erano vuotate, lasciando la terra incolta, i boschi nell'incuria, le terrazze in rovina, l'acqua senza controllo. Ecco, a volte dimentichiamo che le nostre valli erano popolate di bravi "ingegneri" del territorio: erano i contadini che sapevano come tenere in piedi le montagne, regimentare le acque, amministrare il taglio dei boschi e, in poche parole, gestire il territorio, senza progetti né fondi comunitari e come nessun pianificatore saprebbe fare.

Questo è solo uno dei valori della piccola agricoltura - per il commercio poco rilevante, determinante per l'ambiente - che ancora sopravvive nella "Genova dei cento paesi" e nelle nostre valli, ed è uno dei motivi seri perché le istituzioni dovrebbero cominciare davvero a prendersene cura.

Massimo Angelini, presidente del Consorzio della Quarantina

(Articolo tratto da Il Secolo XIX del 15/10/2010)
 

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