Il rovere grosso della val Trebbia PDF Stampa E-mail

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Articoli e racconti - Francesca Lavezzoli
Scritto da Francesca Lavezzoli   
Sabato 14 Febbraio 2009 19:46
A Pieve di Montarsolo, natura e storia si fondono in una sorprendente creatura. 
Un albero millenario è fonte di ispirazione.  

Il rovere grosso della val Trebbia

La strada tortuosa, il paese, un prato immenso e poi un piccolo bosco. 
L'insegna sulla strada: Rovere grosso. Un breve sentiero e il bosco rivela il suo cuore: una radura, come quelle delle favole, di un verde tenero, 
vellutato. Silenziosa, ristoratrice e viva.
      Con le sue fresche felci che ti sfiorano mentre avanzi, l'erba odorosa e inebriante. E in mezzo, la forza fatta creatura. Il Rovere Grosso.
      Emerge possente dalla terra, davanti ai tuoi occhi come un titano. La sua corteccia è ritorta, un vortice immobile che si protende verso il cielo. 
I suoi rami come le dita di una grossa mano ossuta che con immenso sforzo cerca di afferrare l'azzurro del cielo. Sono trattenuti da tiranti che 
frenano questo movimento ascensionale, e lo sostengono. Le sue foglie sono una scommessa vinta, la vita che resiste, sopravvive ai secoli.
 
      Perchè quest'essere potente è testimone di secoli: mille anni, uno dopo l'altro. Da seme indifeso caduto in questa magica radura a piccolo 
germoglio che prendendo coraggio buca la terra ed emerge, a ramoscello baldanzoso che dalla terra si allontana e cambia la sua prospettiva e poi 
aggiunge foglie e rami che si biforcano e si ricoprono a loro volta di foglie e ancora si biforcano in altri rami. E il tronco si allarga, si 
adatta al peso sempre nuovo, cerca di volta in volta il nuovo equilibrio e si ritorce, si sfoglia. E vede il sole lasciare spazio alla pioggia e poi 
alla neve, sente l'acqua mutarsi in ghiaccio su di se, trasformandolo in un enorme candelabro di cristallo e poi di nuovo sciogliersi e liberarlo dalla 
sua morsa, e poi accoglie le carezze dei nuovi raggi di sole prima tiepidi e poi ardenti. Fino ad oggi.
 
      Quale storia avrà visto, quali mani lo avranno sfiorato, chi lo avrà ammirato. In mille anni a quali avvenimenti sarà stato testimone.
      Fatiche e sudore, giochi e corse, risa, pianti, incontri, feste, notti buie e silenziose e giorni tristi e giorni allegri e notti illuminate da 
fiaccole festose, e poi da lanterne e lampade. Musiche ritmate e tribali e poi valzer e note di fisarmonica. Cavalli e messaggeri, e poi carrozze e poi 
le prime automobili. Il mondo scorrere e cambiare ai suoi piedi.
      E lui immobile e dinamico, fermo e saldo sulle sue radici e nello stesso tempo mai uguale a se stesso, in continua crescita e cambiamento, 
verso tutti i punti cardinali, mosso da tutti i venti della rosa, testimone del tempo.

Francesca Lavezzoli
GENOVA, 25 AGOSTO 2008
 

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