La casa cantoniera PDF Stampa E-mail

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Articoli e racconti - Franca Oberti
Scritto da Franca Oberti   
Mercoledì 22 Gennaio 2014 09:03

Casa cantoniera sulla SS45

“Quando vedi la casa rossa vuol dire che siamo vicini a Sanguineto” diceva mio padre, quasi al termine di ogni lungo e massacrante viaggio estivo per andare da nonni che vivevano, appunto, a Sanguineto di Cortebrugnatella.
Si riferiva alla casa cantoniera visibile, ancora oggi, poco prima di giungere a Marsaglia, provenendo da Genova, proprio in corrispondenza del curvone, di fronte alla confluenza tra Aveto e Trebbia.
Noi abitavamo a Genova e mia madre, nativa di Sanguineto, ogni estate desiderava tornare alle sue origini per passare alcuni giorni coi suoi cari e gli amici.
Papà doveva tornare subito al lavoro, infatti ripartiva puntualmente il giorno dopo averci accompagnate nella valle.
Qualche volta, non potendo accompagnarci, prendevamo la “fiumana bella” e così, senza il suo aiuto, dovevo “cercarmi” da sola la casetta rossa, per capire se il nostro viaggio si stava avviando a conclusione.
A volte sbagliavo, perché lungo tutta la Valle del Trebbia se ne trovano molte altre, ma col tempo cominciai a riconoscerla senza errore.
Erano le tante “case cantoniere”, costruite dall’ANAS, in colore rosso pompeiano, distribuite lungo le strade italiane come alloggi per i cantonieri, e le loro famiglie; i cantonieri avevano il compito di manutenere un certo numero di chilometri della strada, di solito erano collocate nel mezzo del percorso a loro affidato.
Spesso si trattava di famiglie che arrivavano da regioni e paesi lontani e presto si inserivano nel tessuto sociale senza difficoltà. Erano famiglie umili, di lavoratori, con figli che presto si facevano amici del luogo.
Le “casette rosse” della mia infanzia erano curate, ridipinte spesso, vive, con piccoli orti coltivati e giardinetti pieni di fiori e tanti bambini che si rincorrevano entro i recinti e giocavano trasmettendo allegria col loro vociare.
Ricordo bene i “vecchi cantonieri”, sempre all’erta, vigili, con la ramazza in mano, che salutavano tutti quelli che passavano col sorriso e un gesto della mano.
Erano felici se qualcuno si fermava per chiedere informazioni, occasioni che non si lasciavano sfuggire, data la rarità delle auto di passaggio.
Tuttora vado in vacanza a Sanguineto e dalla finestra di casa vedo la “mia” casetta rossa.
Ora è scolorita, abbandonata, decrepita, oserei dire, le imposte stanno cadendo a pezzi e in certi casi le finestre sono già come orbite di un teschio vuoto. L’orto è ricoperto di erbacce e i fiori del giardino sono scomparsi, insieme alle grida dei bambini.
Lo scopo per cui era stata costruita, insieme alle tante disseminate in Italia, si è perso completamente di vista. Per qualche tempo sono diventate anche ricovero di attrezzi, poi sostituiti da macchinari che si spostano ogni giorno da un deposito centralizzato per svolgere un lavoro che non ha nulla a che vedere coi gesti accurati del cantoniere di un tempo.
Gli alberi sui bordi della strada venivano tenuti a bada con interventi mirati, sicuri e accurati; i tombini controllati e i rigagnoli puliti per impedire allagamenti e tracimazioni sulla strada.
Mi chiedo con quale criterio si sia scelta la strada delle brutture, delle deturpazioni del verde con costosissime macchine e personale che sta a guardare invece di completare l’opera con piccoli gesti di finitura.
Squadroni di persone sono in cassa integrazione, mobilità, ci sono esodati che avrebbero bisogno di completare i loro percorsi lavorativi, eppure si preferisce spendere miliardi in macchinari altamente tecnologici che inquinano, distruggono e non lasciano sicuramente i tombini e i ruscelli puliti, anzi, talvolta fanno più danni che interventi utili.
Per la dignità di una persona è meglio offrire un lavoro all’aria aperta, magari sottopagato, ma che consenta ancora di sentirsi parte di una società civile, o è più interessante farsi mantenere, diventare nullafacenti, assistiti dei servizi sociali, a rischio di delinquere o di diventare depressi?
La figura del “cantoniere” si è inesorabilmente persa nella notte dei tempi, insieme ai tanti “mestieri” che la tecnologia emergente ed imperante ha lasciato morire. Un salto generazionale durante il quale si sono sistematicamente annullati secoli di “sapere” contadino nella cura dei luoghi.
Sono un’illusa, forse, ma spero ancora nel buon senso di qualcuno, tra le tante istituzioni che credono di governarci; sogno ancora di rivedere la “casetta rossa” abitata e chissà che dalle finestre di Sanguineto, la sera, non possa ancora scorgere, dall’altra parte della valle, quelle finestre illuminate.

Franca Oberti


Ultimo aggiornamento Mercoledì 22 Gennaio 2014 09:06
 

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