Il mio modesto e piccolo sogno PDF Stampa E-mail

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Articoli e racconti - Franca Oberti
Scritto da Franca Oberti   
Mercoledì 06 Novembre 2013 09:07

Val Trebbia

“I have a dream”, così tuonava dai palchi Martin Luther King qualche decennio fa, e il suo sogno, in parte, si è realizzato. Nelle nostre valli appenniniche tuoniamo da tempo! Abbiamo tutti sogni più o meno grandi da realizzare, ma non riusciamo ancora a vedere i risultati. Un governo che opprime, che invita alla delazione e che per tamponare i debiti aumenta le gabelle ai soliti noti, non è un governo!! Siamo in clima di dittatura, ormai l’abbiamo capito. I nostri dittatori sono tanti, troppi... forse era meglio uno solo?
Dopo tutti i colori dell’arcobaleno, abbiamo raggiunto un’unica bandiera incolore, piena di allusive pretese e di concrete vessazioni.
Passare in Val Trebbia, valle Scrivia e all’incrocio delle 4 province, in questi giorni, è un viaggio incomparabile! Come ogni anno, ho percorso la “via dei cimiteri”, portando un fiore a chi mi ha voluto bene. Sono tanti i chilometri, ma coi panorami che ho avuto intorno, non mi sono resa conto di averne fatti ben 600!
Il tempo era inclemente; sono partita col sole e nel salire sulle vette verso il monte Antola, ho trovato il piumaggio di nebbia a cappuccio sulle cime più alte. La nebbiolina bagnata, ma pulita, mi è penetrata addosso, ma l’ho lasciata fare, beandomi di quel momento di sana e inviolata umidità.
Non ho potuto godere della vista dai monti, del mare di nebbia, delle cime delle Alpi innevate, ma ho visitato il primo cimitero del mio percorso, parlando con tutti loro che mi guardavano sorridenti. A loro non interessa se piove o c’è il sole, quando andiamo a trovarli ci sorridono sempre.
Sono scesa dalle vette per inoltrarmi nelle strette valli che portano alla Val Trebbia. Da lontano salutavo il Castello della Pietra e mentre scendevo nella Valbrevenna, ringraziavo la Madonna dell’acqua, poco lontano, perché mi consentiva ancora questo pellegrinaggio.
Casella, Montoggio, Laccio, Torriglia... e poi tutti quei paesini formati ormai da un’unica casa abitata che segnano, come un rosario, tutto il percorso da fare.
Ogni anno scopro angoli nuovi, particolari che non avevo mai notato, presa dalla frenesia del viaggio.
Prima di Laccio ho scoperto una piccolissima chiesa; chissà in quanti ci possono stare lì dentro? Sembrava fatta su misura per il luogo.
Poco più avanti una cisterna a cielo aperto. Per i nostri contadini l’acqua era un bene da conservare e da ricercare come oro. Non c’erano dispute, si lavorava insieme per racimolare pozze che poi venivano usate da tutti. Che differenza con le lotte di oggi, con l’oro blu che viene sempre più conteso e “rubato” a chi lo usa da centinaia di anni!
Dopo Torriglia la strada diventa una danza, un rituale che si deve gustare con prudenza, non come i motociclisti di oggi che oltre a rischiare la propria vita ad ogni curva, solitamente coinvolgono le vite di altri che non hanno niente a che fare con la loro e li trascinano in paurosi incidenti.
La macchina si inclina dolcemente a destra e a sinistra, nella lentezza obbligata del percorso, che però consente di guardarsi intorno, attraverso un tunnel di alberi di ogni colore, piegati dalle piogge e dalle foglie che non vogliono ancora cadere.
Sotto, a picco, il fiume, torbido e rumoroso per le recenti piogge.
Montebruno, l’ultimo comune della provincia di Genova, passa velocemente, e così Loco, e penso a Caproni, alle sue secche e intense poesie, piene di sentimento e di amore per questi luoghi, ricche di emozionanti similitudini; come lui, ho amato e amo Genova, adoro la Val Trebbia e mi piace scrivere, nonostante mi senta ancora una scrivente e non una scrittrice. Raggiungo Ottone, dove la valle un poco si apre e guardo i pennacchi della nebbia sui monti circostanti. Lassù, sull’Alfeo non sono mai andata, dovrò provare ad arrivarci, per poter gustare altri panorami, per cercare erbe che forse lì potrei trovare.
Il mulino, lontano, mi ricorda il pane e i profumi che un tempo si sentivano uscire da queste tante case ormai vuote e diroccate. Per fortuna si sente un nuovo fermento trai giovani di Ottone, loro “hanno un sogno”!
Il cimitero di Marsaglia raccoglie i defunti degli ultimi decenni Prima si doveva salire a Ozzola per depositare i propri cari, ora li sentiamo più vicini a noi, che siamo quelli della “bassa”, nel comune di Cortebrugnatella.
Passare sul ponte di Marsaglia diventa pauroso, col Trebbia ingrossato; non sono più giovane e ho ancora nella memoria l’alluvione che lo portò via; fatti drammatici che succedono ancora oggi, perché quest’acqua è libera, non la si può imbrigliare! Quanti danni provocati dall’uomo! Ancora non l’abbiamo capito, eppure un proverbio brianzolo dice “doppu trent’anni e trenta mes, l’acqua la riturna al so paes”, forse dovremmo tradurlo e farlo girare ovunque...
Rivedere le persone che si conoscono da una vita è un piacere, ma è desolante ritrovarne così poche. I paesi si svuotano. Prima li ha svuotati l’industria e ora che l’industria non c’è più sono sempre più vuoti, perché i giovani se ne vanno, nella mitica speranza di trovare lavoro, magari anche fuori dall’Italia.
L’ultima tappa del mio cammino è il cimitero di Rivergaro. La famiglia acquisita riposa lì e doverosamente, ogni anno, ma anche ogni volta che passo e che ne ho il tempo, li ringrazio per quello che hanno fatto per noi.
Oggi si tende a credere di avere ogni diritto, ma ci si dimentica sempre più spesso che ci sono anche tanti doveri, soprattutto manca il rispetto, anche per le generazioni passate, per quello che hanno fatto e che ci hanno dato, pur coi tanti limiti delle diverse epoche, ignorando le tante possibilità che oggi sono palesate dal mondo dell’informazione.
Il mio viaggio “ai cimiteri” si è concluso; ho lasciato alle spalle, col magone, la variopinta Val Trebbia e le sue storie.
Anch’io ho un sogno. Non è invasivo, come la pretesa di creare autostrade che sovrastano il fiume o forare montagne come fossimo vermi, per correre di più e per arrivare prima alle mete. Il mio sogno è più concreto, legato alla terra, a quella terra che stiamo dimenticando essere la nostra prima “madre”. Senza la terra non siamo più nessuno e mi unisco al grido di Rossella O’Hara che dalla cima della collina ci ricorda ancora quanto sia importante coltivarla, rispettarla e conservarla. Il mio sogno non riguarda l’agricoltura forzata, quella che per produrre e vendere sacrifica l’essenza della terra e sfrutta le altre risorse, per esempio quelle idriche, e usa la chimica a scapito della salute pubblica. Il mio sogno è una vita a chilometro zero, dove un privato cittadino, contribuente vessato, magari dopo una giornata di lavoro da dipendente, possa finalmente scaricare le proprie tensioni nel suo piccolo orto, coltivandolo con amore, allevandosi piccoli animali senza dover denunciare la morte di una gallina! Il mio sogno è che i governi possano finalmente capire che non si può arrivare dappertutto e che ogni volta che spostano un granello di sabbia, rischiano anche loro il terremoto.
Il mio sogno è di rivedere i panorami delle nostre amate valli ancora antropizzati, coi campetti coltivati, i muretti a secco ripristinati e i boschi puliti; accompagnati, nel lavoro, dalle musiche che ci regala la natura e non da altoparlanti frastornanti; con il lento lavoro dei campi, senza il silenzio rotto dalle macchine agricole che non rispettano gli orari di nessuno. Il mio sogno è di ritrovare la fratellanza/sorellanza coi vicini, è l’aiuto agli anziani e alle tante mamme depresse che oggi popolano questo nostro tetro mondo, è ritrovare l’armonia coi luoghi, riappropriarci della “cosa pubblica” riscoprendo il senso civico; il mio piccolo sogno è di ritrovarci ancora in piazza per una chiacchierata, spegnendo per qualche ora le televisioni!
Alla fine del mio “cammino”, rientrando nel caos della Lombardia, regione  super-industrializzata, in rottamazione, il mio sogno si è rafforzato.
“I have a dream”? Sì, anch’io ne ho uno!

Franca Oberti

 

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