Lettera a mia madre nella ricorrenza del 25 aprile. PDF Stampa E-mail

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Articoli e racconti - Franca Oberti
Scritto da Franca Oberti   
Mercoledì 24 Aprile 2013 16:04

Ti ricordi, Mamma, quando ero piccola, che mi insegnavi a cantare “Fischia il vento”? E quando cantavi “Bella Ciao”, cercavi anche di imitare i gesti che faceva anche Yves Montand in televisione. Lavavi un immaginario fazzolettino, lo stendevi su un ramo di rose della tua fantasia e io ti guardavo ammirata, eri la mia soubrette, la giovane mamma sognatrice che si esibiva a tutto il suo pubblico: me, piccina, che pendevo dalle tue belle labbra.
Quando te ne sei andata eri ancora giovane, e ancora la nostra politica non era marcia come oggi. C’era già un sentore di puzzo, già succedevano cose assurde: il delitto di via Fani, Guido Rossa, il Magistrato Cocco... già si percepiva lo scontento, ma il benessere era un dato di fatto e per continuare a goderne, si doveva un po’ subire. Eri proprio tu, mamma, che mi insegnavi “per apparire, bisogna soffrire”. Tu intendevi le sofferenze del coiffeur, dell’estetista, della sarta che impiegava ore a modellarti un vestito, ma nella realtà di adesso, l’apparire ha distrutto la concretezza, ha vanificato i sacrifici che tu e i tuoi amici di quegli anni di fuoco e dolore, avete fatto.

C’era finalmente gioia nelle vostre canzoni. Credevate di aver liberato il popolo italiano. Le tante canzonette che erano nate le ricordo ancora, perché tu le canticchiavi, nei tuoi momenti di solitudine e di libertà, quei pochi momenti che stavamo in casa noi due sole, oppure le cantavi a squarciagola durante l’estate, insieme alle tue sorelle, nella casa dei nonni; cantavate ogni sera, insieme ai paesani che avevano vissuto la resistenza come voi, in quella valle, covo di partigiani e gruppi armati antifascisti. Sentivo le vostre storie rannicchiata accanto alla nonna, vicino alla stufa accesa per la sera, quando l’aria fresca delle montagne faceva pizzicare le gambe.Quante storie ho sentito raccontare! Peccato che l’ora tarda mi conciliava il sonno e spesso dovevi portarmi nel lettone, al piano di sopra, in braccio, addormentata.Qualche volta ti chiedevo, la mattina dopo, come era finita con quei soldati, come si erano salvati i partigiani e cosa aveva fatto il nonno quando i mongoli erano arrivati a bussare alla sua porta e pretendevano di dormire con le sue figlie, che erano fuggite a nascondersi sul solaio e tremavano di paura.

Sono passati tanti anni, troppi, certe storie l’ho anche dimenticate.
In quei tuoi ultimi anni, quando sembrava che lo Stato avesse le redini dei tanti atti terroristici sparsi in giro per l’Italia, tu parlavi della Russia e di come si doveva vivere bene. Sognavi di fare un viaggio a Mosca prima di morire, invece sei morta senza aver saputo che là, in quegli anni, si stava peggio di prima della guerra.
Hai goduto di tante illusioni, sull’onda della Liberazione; mio padre qualche volta cercava di farti aprire gli occhi, ma lui era il solo che ti comunicava verità. La tua famiglia, le tue sorelle e tutti quelli che erano stati anche partigiani, continuavano ad alimentare le tue illusioni e loro stessi, cercavano di non vedere la realtà.
Erano passati da poco gli anni di Kennedy, Papa Giovanni e Kruscev e tu conservavi ancora il quadro tridimensionale che era stato prodotto da qualche industrialotto furbone e lungimirante: un vero successo, tutti ci credevano!

La festa del 25 aprile l’avete portata avanti nelle balere improvvisate, nei cori d’osteria, nelle serate in campagna, finché un bel giorno, senza aver visto il Kremlino, te ne sei volata in cielo, fasciata nella tua rossa bandiera ancora immacolata.
Di lì a poco sarebbe arrivata la Glasnost, portata dal vento Gorbaciov, sarebbe caduto il muro di Berlino, rivelando un deserto di umanità perduta.
Lentamente, quella rossa tua bandiera, cominciava a diventare rosa, poi rosa pallido, mentre il nero scoloriva in azzurro e in una successiva tornata, mescolato al giallo, diventava verde, poi verde pallido e ora, ogni bandiera ideologica, è ormai uno straccio sgualcito e scolorito da tante lavatrici sbagliate, nel tentativo di togliere le numerose macchie che negli anni si sono formate.
Non più colori, non più realtà, né morale da sbandierare al vento.
Un’accozzaglia di personaggi ambigui, sempre gli stessi, reduci dai tanti processi in atto, sta tentando di condurre un paese di anime sofferenti ad arrancare al seguito di un carrozzone più grande, inesistente, che tenta di unificare le peculiarità di tutti i popoli.
L’Europa è un progetto di mercato; gli europei non esistono ed è inutile farsi tante illusioni, ma fagliela capire!
Rimanendo nel piccolo si potrebbe sopravvivere, emulando i grandi si fanno solo capitomboli.
Ti ricordi, mamma, mi insegnavate a ripetere: “fai il passo secondo la gamba!”
Ma qui, il passo non lo tiene più nessuno. Prendono tutti l’aereo, ma non per portare benessere, per completare un progetto che sia a beneficio di tutti. Piuttosto per portare i propri capitali privati, o rubati, nei tanti conti correnti bancari dei paradisi fiscali.
Forse era meglio quando c’erano i signorotti, lo sapevano tutti che si dovevano mantenere e c’erano tariffe stabilite. C’era anche lo “ius primae noctis”, ma lo si sapeva, mentre ora le donne sono violentate anche in casa, senza regole, sono anche uccise, rimangono sole e non ci sono leggi sufficienti a tutelarle e strappano anche i bambini dalle loro braccia, proprio come in tempo di guerra, proprio come nei lager.
Gli anni delle lotte sindacali per la parità femminile, non hanno sortito l’effetto che tu immaginavi, anzi, hanno distrutto le famiglie e reso i figli fragili, insicuri, sballottati da tutte le istituzioni che dovrebbero difenderli.
Cara mamma, per tua fortuna, non hai dovuto vedere tutto questo. Che ne sarebbe stato di te, quando il PCI è stato smembrato, quando ha dovuto cambiare identità persino nel nome, per arraffare credibilità, mentre una continua emorragia rossa cambiava colore. Tanti che conoscevi hanno raggiunto vette mai immaginate. Persino quelli che dovevano stare col popolo, si sono spostati dall’altra parte della barricata. Le lotte sindacali hanno subito un brusco ribaltamento. Ora, cara mamma, i sindacati aiutano il padrone, l’avresti detto? Le otto ore che voi mondine volevate conquistare, i tuoi nipoti le hanno già perse e la domenica, quando vi rifiutavate di andare a messa per fare una passeggiata al sole, i tuoi nipoti la passano al lavoro, perché così è adesso la legge del mercato nel lavoro. Non possono rifiutarsi, come non potevate voi rifiutare di stare dieci ore con le gambe nelle paludi del riso. Un bel progresso, vero mamma?

Ma noi ora abbiamo anche l’acqua inquinata, i campi inariditi dalla chimica e il cibo non si sa più da dove arriva, non certo come quei tuoi bei mazzi di insalata che andavi a cogliere nell’orto dietro casa! Forse, mamma, è meglio così. Meglio che tu non ci sia più, perché avresti dovuto accettare questi drammatici cambiamenti in totale passività e forse nessuno avrebbe più potuto nemmeno curarti, perché ora, qui sulla terra, gli anziani non contano più nulla, Né per dare consigli, né per aiutare in casa perché in casa non li vuole più nessuno, e nemmeno per aiutare economicamente, perché la pensione basta solo per comprare le medicine. Meglio così mamma, sicuramente tu stai già meglio di noi.

Buon 25 aprile, tra le flotte del cielo, buon giorno della Libertà!

Quella vera, quella che non ti tradirà mai!

                                                                           Tua figlia Franca

 

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