La carbonaia PDF Stampa E-mail

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Articoli e racconti - Franca Oberti
Scritto da Franca Oberti   
Mercoledì 20 Ottobre 2010 00:00

"... bruciare la legna per fare il carbone è un'occupazione piacevole: indubbiamente ha qualcosa di inebriante. Chi vi lavora, è risaputo, vede le cose in una luce particolare, è incline alla poesia e alle fantasticherie, ; demoni della foresta vengono a tenergli compagnia. E' bello, il carbone, quando lo si rovescia per terra, dal forno incandescente. Liscio come seta, materia liberata dalle scorie e dal peso, divenuta eterna, piccola saggia mummia nera del legno..."

(Karen Blixen, "La mia Africa")

Fu con un po' di timore che Giacomo seguì il padre, in quella fresca alba estiva.

Si erano preparati quando era ancora buio. Avevano riempito due fazzoletti da viaggio di pane,   formaggio e un po' di polenta che era avanzata la sera prima. L'acqua l'avrebbero trovata strada facendo. Guardando dalla finestra, scorsero i primi raggi del sole che schiarivano il cielo; piegarono due coperte, se ne caricarono sulle spalle una ciascuno, raccolsero dal tavolo i fagotti legati e uscirono, in silenzio, cercando di non fare troppo rumore con i pesanti scarponi.

La luce, a poco a poco. schiarì le montagne che si colorarono di rosa e l'azzurro del cielo impallidiva sempre più al sorgere del sole. Giacomo si voltò verso la valle, guardò il paese ancora addormentato e pensò al suo caldo lettino, abbandonato così presto quella mattina. Era la prima volta che saliva sui monti con la prospettiva di restarvi qualche giorno. Da generazioni, nella sua famiglia, si faceva il carbone.

Tutti i maschi, raggiunti i nove, dieci anni, venivano condotti dai loro padri, sulle montagne e lì cominciavano ad apprendere l'arte del carbonaio. Giacomo, però, si sentiva un po' sperso mentre affrontava quelle impervie salite per raggiungere i boschi più alti, quelli più ricchi di legna da sacrificare. Non gli piaceva il carbone. Lui era felice solo quando lavorava la terra. Gli piaceva frantumare le zolle con le mani nude e sentire la terra sbriciolarsi tra le dita e scorrervi in mezzo per ricadere leggera e silenziosa. La sentiva sua e sapeva che era lì, in attesa di essere adoperata. Si lasciava toccare, usare, era sempre disponibile e regalava sempre buoni raccolti, bastava trattarla bene. Il carbone invece, era nero, duro, intoccabile, caldo e nello stesso tempo freddo, era natura morta. Cercò di non pensarci più e si concentrò sulla strada che stavano percorrendo.

Avevano  superato i campi coltivati a terrazze. Stavano raggiungendo la vetta del primo monte. Tra poco avrebbero perso di vista il paese. Giacomo si sentì ancora più solo. Il padre camminava ritto e a passo cadenzato: era abituato a camminare in montagna. Non parlava, così non sprecava fiato e non gli veniva sete. Giacomo cominciò a fischiettare per farsi compagnia. Si inoltrarono nel bosco che divenne sempre più fitto. Pareva interminabile.

Passata un'infinità di tempo, comparve una radura. Si capiva che era stata liberata dagli alberi di proposito per creare uno spiazzo pulito. Si  scorgevano ancora, tutt'intorno, i resti dei tronchi che erano stati tagliati per ultimi. Era tutta coperta d'erba, ad eccezione di un grande cerchio al centro che era tutto scuro di terra bruciata. Giacomo non era mai arrivato fin lì. Gli sembrava di essere in cima al mondo. Quella era la prima volta che vedeva il luogo dove la sua famiglia, da generazioni, faceva il carbone che vendeva a tutto il paese. Il padre posò a terra la coperta e il fagotto e finalmente si girò verso il fìglio. "Siamo arrivati" disse "ora dobbiamo cominciare a lavorare. Per questa sera dobbiamo riuscire ad accendere la carbonaia.” Giacomo annuì, trovò, accanto ad un albero, un'accetta e una sega che il padre aveva provveduto a portare fin lì alcuni giorni prima. Giacomo prese la sega e porse l'accetta al padre. Lo seguì mentre lui gli stava spiegando quello che sarebbe stato il suo compito. "Quando taglio un tronco grosso, tu devi liberarlo dei rami più piccoli." "E delle foglie cosa ne faccio?" chiese Giacomo. "Quelle si  adoperano per coprire la catasta di legna,   cosi brucia più lentamente e si può controllare meglio il fuoco."

Giacomo ascoltò pazientemente tutte le spiegazioni nel corso di quella lunga giornata. A sera si sentiva già in grado di poter condurre la carbonaia da solo. Quando il sole cominciò a tramontare, si sedettero a mangiare, poi il padre gli disse: "lo torno a casa per vedere se c'è bisogno di me. Quando tornerò indietro porterò altra roba da mangiare, ho visto che avevi appetito e hai finito tutto. Ora stendi la coperta vicino alla carbonaia. Ti scalderà quando comincerai a sentire freddo. Cerca di dormire. Tornerò presto." Giacomo non disse nulla e si preparò la coperta come gli era stato detto.
"Ma come" pensò "mi lascia qui da solo, mentre sta venendo notte. E se arrivano i lupi? Oppure le anime dei morii? E se la legna prende fuoco e io non riesco a spegnerlo? Sarà vero che torna presto, o avrà intenzione di lasciarmi solo tutta la notte?" Questi e altri mille pensieri tormentarono Giacomo, mentre tentava di prendere sonno. Non avrebbe mai osato rivelare al padre che aveva tanta paura, e così lo guardò allontanarsi  e venire inghiottito dal buio della notte.

Il tempo trascorreva lento, i minuti sembravano ore. Giacomo non riusciva a dormire, si appisolava e subito si risvegliava di soprassalto. Nemmeno il calore della carbonaia riusciva a scaldarlo. Era una notte senza luna e quando il sole lasciò definitivamente il posto alla notte,  il cielo si riempì di stelle. Giacomo tentava di tenere gli occhi chiusi, ma sentendo crepitare la legna della carbonaia, li apri e guardò il cielo. Una miriade di stelle si precipitò su di lui. Dal cielo piovevano stelle dappertutto. Erano migliaia di puntini luminosi che correvano in tutte le direzioni.

Giacomo dapprima non capì, poi si spaventò e cercò di coprirsi la testa con la  coperta per trovare un riparo. Temeva di essere colpito. Si mise a piangere, ma non c'era nessuno per abbracciarlo e tranquillizzarlo. Aveva solo dieci anni e doveva comportarsi come un uomo. Ma era pur sempre un bambino, un piccolo bambino sperduto sui monti. Se anche avesse voluto correre a casa, non avrebbe trovato la strada e si sarebbe perso. Era solo sotto la volta celeste.

Il padre, nel frattempo, era tornato a casa ed era sua intenzione lasciare Giacomo solo per tutta la notte, avrebbe dovuto abituarsi a quella vita e quello era l'unico modo per aiutarlo. Era seduto sul terrazzino a prendere una boccata d'aria fresca, quando volse lo sguardo verso il cielo e si accorse che qualcosa di insolito stava accadendo. Balzò in piedi come un fulmine. "E' San Lorenzo!" esclamò ad un tratto come illuminato da un ricordo. Le stelle stavano cadendo dal cielo e sembrava che quella pioggia non dovesse avere mai fine. Pensò a Giacomo     tutto solo, lassù sulla montagna e a quanta paura doveva provare in quel momento. Afferrò il fagotto che aveva già preparato per il giorno dopo e si avviò verso la montagna.

Camminava in fretta per arrivare il più presto possibile. Ansimava ma non ci pensò, il suo cuore batteva all'impazzata, ma pensò al cuoricino di Giacomo e a quanto doveva battere in quel momento e corse ancora più in fretta. Continuò ad arrancare su per il sentiero, sempre più stanco ma deciso ad arrivare a tutti i costi. Quando era quasi vicino alla meta cominciò a chiamare forte, per farsi sentire: "Giacomo! Giacomo! Sono qui, sto arrivando! Non avere paura!" Giacomo era sempre nascosto sotto la sua coperta. Ogni tanto sbirciava il cielo sperando che quel terribile diluvio fosse cessato, ma quello continuava e allora si rifugiava ancora sotto la coperta. Forse erano fantasmi, gli sembrava persino di sentirli parlare, urlare... "Giacomo! Sono qui, sono tornato!" Il ragazzo si scopri il volto e intravide nel buio un ombra. Subito pensò: "Eccolo il fantasma, mi ha trovato, è arrivato fin qui..!" Poi si accorse che era la figura del padre che si stava avvicinando, riconobbe la sua voce. 
Era felice e grato al padre, gli aveva dimostrato che aveva pensato a lui, che non lo aveva abbandonato e in quel momento tutta la paura svanì. Balzò fuori dalla coperta e gli corse incontro. Si fermarono uno di fronte all'altro rischiarati dai bagliori delle stelle e dal  fuoco della  carbonaia. Giacomo lo guardava, ancora spaventato. Il padre respirava ansimando per la fatica    di quella camminata. Un'arcana riservatezza li costrinse a guardarsi per qualche  attimo, poi  volarono l'uno nelle braccia dell'altro.
Il padre diede libero sfogo a tutto il suo amore, a quell'affetto che non osava mai dimostrare  per timore di sembrare troppo tenero. Giacomo, riconoscente, si mise a piangere come un semplice piccolo bambino di soli dieci anni. La  carbonaia continuava il suo lavoro di trasformazione.

Era il dieci agosto, la notte delle stelle cadenti.

Franca Oberti

(1° premio per la Fiaba, Città di Venezia, 1994)

 

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