Fedor Andrianovic Poletaev "Fjodor" e la battaglia di Cantalupo PDF Stampa E-mail

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Resistenza - Personaggi e caduti della Resistenza in Valtrebbia
Scritto da Marco Gallione   
Mercoledì 28 Gennaio 2009 15:38
Fedor Andrianovic Poletaev
Deportato russo in Italia, fuggiva dal campo di concentramento tedesco ove era internato per raggiungere le formazioni partigiane cui l’univa l’istessa fede nei pricipi di libertà. Combattente esemplare per disciplina e per ardimento, il 2 febbraio 1945, a Cantalupo (AL), durante un attacco in forze del nemico si portava, consapevole, ma incurante del certo sacrificio della sua vita, con una pattuglia da lui comandata, a tergo del grosso della formazione avversaria, aprendo di sorpresa il fuoco ed intimando a viva voce la resa. Il nemico, sotto l’imprevisto e temerario attacco, si sbandava arrendendosi. Nell’epico episodio che costò al nemico molte perdite e molti prigionieri e che capovolse le sorti della giornata cadde da valoroso per l’ideale della libertà dei popoli.

E' stato decorato alla memoria di medaglia d'0ro al V.M. ed è dal giorno della Vittoria, onorato in patria quale eroe dell'Unione Sovietica. La sua tomba si trova nel cimitero monumentale di Staglieno (Genova) nel Campo perenne dei Caduti della Libertà ed è sempre onorata dai marinai russi che sbarcano nel porto di Genova.

Il due febbraio al mattino arriva da Pertuso una staffetta del distaccamento "Villa" che ci porta il seguente biglietto: Alle otto di stamattina siamo stati attaccati al ponte di Pertuso da un centinaio di tedeschi e mongoli. Abbiamo reagito uccidendone 5 e ferendone 3, che sono stati portati via dai loro compagni. Jack, Tigre,Toscano ed io ci consultammo sul da fare e decidemmo di accerchiare il paese. Falco con Ramis ed un gruppo di una diecina di uomini si recò a prendere collegamento col distaccamento "Villa", Tigre con quindici uomini si appostò in alto sopra Cantalupo ed io con dieci uomini mi fermai sulla strada per bloccarla. Verso mezzogiorno, quando avevamo completato i nostri movimenti, la colonna dei tedeschi lasciò Cantalupo in file compatte per dirigersi verso Cabella.
Nascosti dietro ad un muretto sulla strada, con dieci uomini e con due mitragliatori attendevamo l'urto. Raccomandai agli uomini di non sparare senza ordine. I mongoli avanzavano in fila per cinque sulla strada. A duecento metri si distinguevano già i loro visi rotondi e giallastri e le loro maschingewhcr.
Quando furono a centocinquanta metri da noi, ordinai il fuoco. I due mitragliatori e i nostri stens e fucili cominciarono a sparare. In un attimo i mongoli si erano dispersi, cacciandosi caricati sulla neve ai due lati della strada, mentre qualche ferito si trascinava sulla neve.
Dopo un po', il fuoco si rallentò, da parte nostra, per non sprecare munizioni, poiché i mongoli erano quasi invisibili nelle loro buche scavate nella neve. Appena saspendevamo il fuoco i mongoli cominciavano ad indietreggiare a gruppetti, facendo qualche passo e poi buttandosi nella neve.
Ogni volta che uno si alzava per scappare una nostra raffica lo salutava. Con noi vi erano alcuni russi, che gridavano con tutta la la loro voce ai mongoli e ai tedeschi di arrendersi. Anche noi italiani ci mettemmo a gridare. lntanto i mongoli cercavano di indietreggiare in massa.
Allora stimai opportuno contrattaccare. Ci dividemmo in due gruppi e cominciammo ad avanzare cautamente, gli uni sopra la strada, gli altri sotto. Mentre un gruppo avanzava, l'altro sparava in modo da impedire ai mongoli di reagire.
Ci avvicinammo così a cinquanta metri dai nemici, sempre sparando e coricati nella neve.
Il combattimento però continuava accanito, e sarebbe durato probabilmente fino all’esaurimento delle nostre munizioni, il nemico ben armato resisteva, occorreva capovolgere la situazione a nostro favore.
Ad un certo momento Fiodor, un russo che era con me, urlando in lingua Russa (lingua che comprendevano i cosìdetti mongoli [n.d.r.]) si slanciò avanti col suo sten ormai quasi scarico fino a pochi metri dai mongoli, terrorizzandoli sia per l’audacia della sua repentina azione come per la sua figura gigantesca che troneggiò sul nemico.
Molti alzarono le mani mentre l’eroico Partigiano Sovietico Fjodor, colpito al cuore, cadeva morto.
Un primo gruppo dì trenta fu subito disarmato. Venivano di corsa verso dì noi con le mani alzate e coi visi terrorizzati. Intanto ai nostri segnali, i nostri cominciavano a scendere guidati da Ramis, da Tigre, da Jack. Toscano nel fiume inseguiva qualche fuggiasco. Un gruppo di mongoli si era rifugiato in una casa che fu ben presta assediata da Tigre. Noi ci lanciammo avanti verso Cantalupo dove un gruppo resisteva. Sei di questi furono falciati dalle nostre raffiche unite a quelle di Ramis, Michele, Leonzio e Condor. Di corsa ci mettemmo ad inseguire alcuni fuggiaschi che si dirigevano verso Pertuso.
Traversammo Cantalupo a gran velocità mentre la popolazione, che aveva seguito il combattimento dalle finestre, ci applaudiva al nostro passaggio. Di corsa arrivammo fino a Pertuso sparando sui fuggitivi e incontrammo Jack che era già sceso catturando una diecina di mongoli.
In pochi minuti il combattimento era finito: quarantasei prigionieri tra cui due marescialli, dodici morti nemici ed i cinque feriti del mattino erano il bilancio della nostra vittoria.
Fjodor giaceva, ormai ghiacciato, nella neve rossa del suo sacrificio.
La vittoria di Cantalupo portò il nostro morale alle stelle. La stima della popolazione ed il timore del nemico aumentò grandemente. Il tenente tedesco che era riuscito a fuggire ferito con quattro uomini da Cantalupo, raccontava a Borghetto di essere stato attaccato da mille partigiani, mentre noi non eravamo che sessantacinque nel combattimento.
Dall’interrogatorio dei prigionieri veniamo a sapere che erano diretti a Carrega per catturare il comando di zona e le missioni alleate.

Dal " Ponte rotto ". Ediz. del Partigiano. Genova, 1946 ( pag. 195-197 )
 

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