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Itinerari ed escursioni
tra “I nostri monti” |
Una passione che non si è mai appannata. Un entusiasmo
che è andato sempre crescendo nel tempo. Fabrizio
Capecchi, nato nel 1958, "dal 1987 trascorre intere
stagioni in Appennino, territorio cui dedica gran parte della
sua attività di autore e fotografo".
Anagraficamente risiede a Pavia, ma durante l'anno potresti
incontrarlo tra le pinete del monte Penna o sui sentieri
percorribili solo a piedi verso il rifugio del monte Aiona,
o intento ad ammirare gli esempi di architettura rurale tipica
di Perlezzi alle spalle di Borzonasca o ancora mentre punta
l'obiettivo verso il Maggiorasca visto dal sentiero tra Rocca
d'Aveto e le pendici del Groppo Rosso.

Itinerari ed escursioni tra
I NOSTRI MONTI
di Fabrizio Capecchi
Edizioni Croma - Euro 40
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Nella sua ultima
opera "Itinerari
ed escursioni tra I NOSTRI MONTI", i capitoli
sono sette. Sembra proprio che il Capecchi non si senta
mai intellettualmente soddisfatto di quanto ci ha già regalato
nelle sue opere precedenti.
E allora ritorna sulle sue montagne, cerca approfondimenti
anche con l'ausilio della vasta bibliografia di cui
dispone, si sofferma su angoli di montagne mai penetrati
dal suo sguardo indagatore, anfratti di rocce meritevoli
di riesame o portali cosiddetti "eulitici", "Portali che comunicano un vero
e proprio senso di sacralità in corrispondenza della soglia di casa, rimarcato
talvolta dall'incisione di una croce o del trigramma di Cristo sul monolite che
funge da architrave" (pag. 37).
A lungo si sofferma anche sulle cime della catena dell'Antola, il Carmo, il Lesima,
l'Alfeo. Per orientare il lettore nella topografia ce li mostra in una inquadratura
perfetta da Casa del Romano in una giornata invernale. Il Lago del Brugneto gli
dà occasione per un pizzico di notizie sul fabbisogno idrico di Genova,
dall'acquedotto storico che capta le acque del Bisagno, all'era degli acquedotti
a metà ottocento, al Nicolay, alle dighe di Val Noci e nel 1977 a quella
della Busalletta. "La diga del Brugneto risale alla fine degli anni Cinquanta
e ha dato vita al più grande lago artificiale della Liguria: con i suoi
25 milioni di metri cubi di capacità, supera per portata quella di tutti
gli altri bacini idrici messi insieme" (pag. 64).
Ma il caleidoscopio di Capecchi, in un rapido susseguirsi di visioni paesaggistiche
e di catene montuose, riserva gli ultimi quattro capitoli sul versante ligure: "Il
gruppo del Beigua" alle spalle di Varazze e Arenzano, "Il
gruppo del Tobbio" incastonato tra la strada del Turchino e il territorio
di Busalla, " / monti di Genova" e "I monti del Tigullio", con
particolare riguardo al Monte di Portofino.
"Liguria terra di contrasti", la definisce l'autore, ma si
sofferma sull'antropizzazione lungo i secoli, la millenaria attività umana
su questi monti, la varietà dei toni, gli sforzi in passato per ridurre
in terrazzamenti interi versanti. "I liguri hanno dovuto edificare lo spazio
del loro lavoro, e le fasce sono la testimonianza di questo immenso sforzo".
(pag.132). |
Ariose le ultime pagine del volume sul Promontorio di Portofino
le cui "vicende storiche sono in gran parte legate alla
presenza dei monaci, i primi a colonizzare questo territorio" (pag.
146). Questi monaci, è giusto dirlo, provenivano dal
monastero di Bobbio. Nelle ultime pagine l'autore spazia sul
Tigullio orientale fino a toccare le Cinque Terre, la Val Petronio,
la Val di Vara e il Colle di Velva.
Ma a fianco di questa affascinante visione dei nostri monti
occorre rilevare "L'abbandono progressivo di molte aree
dell'Appennino da parte della popolazione residente in questi
ultimi anni..." (pag. 7). La tanto
invocata bio-diversità arretra così in presenza
di prati non più sfalciati, di «boschine» punteggiate
di cespugli e di arbusti, di un caos primordiale difficile
da contenere e da governare " . Annibale Salsa
- Presidente del Club Alpino Italiano - continua la sua analisi: "Le
montagne diventano allora ogni giorno più simili fra
di loro e talvolta banali per difetto di variabilità paesaggistica.
La natura inghiotte rapidamente sentieri e mulattiere
non più percorsi da uomini e da animali da soma. Spariscono
gli ultimi testimoni di antiche civiltà da tempo insediate
fra i monti nell'intento di presidiare territori e passi.
Ma ora che l'abbandono ha compiuto malinconicamente quasi
tutto il suo ciclo, gli uomini delle città avvertono
intenso il desiderio di ritornare, sulle tracce dei loro
antenati".
Il cordone ombelicale con le terre degli
avi non si è mai reciso del tutto. Resta come "archetipo
culturale" dentro le pieghe del linguaggio e della memoria
storica.
Un volume che si distingue per eleganza nella sua veste tipografica,
per l'impaginazione intelligente e appropriata, per
i testi accurati e chiari, soprattutto per le fotografie
eccezionalmente vive nelle tonalità e nell'accostamento
dei colori, nelle sfumature e nei chiaroscuri.
Arrivati alla fine dell'opera, gli occhi e il
cuore sono pieni di immagini, di monti, di boschi, di colori,
di paesaggi. Sembra di aver fatto un viaggio, un lungo viaggio
attraverso il nostro Appennino. Quasi avessimo visto un film.
Ancora un grande dono di Fabrizio Capecchi. E si chiude il
libro con rincrescimento e tanta nostalgia.
Guido Migliavacca
(Questo articolo è stato tratto dal N° 36 del 02/11/06
del settimanale "La Trebbia")
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