Faggio (Fagus sylvatica) PDF Stampa E-mail

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I boschi della Val Trebbia - Boschi della Val Trebbia
Scritto da Marco Gallione   
Martedì 03 Febbraio 2009 21:23
Faggio (Fagus sylvatica)

Famiglia: Fagacee

Habitat: Ambiente submontano e montano (Alpi, Appennini).

Fusto: Può raggiungere i 30-40 metri di altezza. Corteccia liscia di un caratteristico color grigio chiaro, può rompersi in squame.

Foglie: Alterne, lucide su entrambe le pagine, hanno margini ondulati. Gialle, successivamen- te arancione o rosso brune in autunno.

Fiori: Unisessuali, quelli maschili in amenti con peduncolo di 5 cm e penduli, quelli femminili solitari o a due chiusi in una capsula spinosa non pungente , fioritura aprile-maggio.

Frutti: Le "faggiole" sono formate da due noci racchiuse in una cupola a quattro valve.

 


Corteccia Foglie Fiori Frutti
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Fotografie di Pietro Gusso gentilmente offerte dal sito http://digilander.libero.it/alberiitaliani

L'areale del faggio si estende dalla Spagna al Mar Nero, dalla Norvegia alla Sicilia, ed è il piú importante costituente dei boschi di latifoglie del piano montano. Manca in Sardegna.
Sull’Appennino e sulle Alpi orientali forma estese foreste, spingendosi fino a quote rispettivamente di 1800-2000 e di 1200-1400 metri. A valle scende mediamente fino a 500-600 metri.
Nell’area appenninica il faggio domina a determinate quote e caratterizza un intero piano di vegetazione, mentre sulle Alpi, per effetto dell’azione antropica esso ha dovuto cedere terreno alle conifere presenti nel piano immediatamente superiore.
Lo troviamo in formazioni pure o associato ad abeti, pini, tasso, frassino maggiore, olmo montano, aceri, sorbi, ciliegio selvatico, carpini, fino a 1400-1800 m di altitudine.
La specie predilige clima temperato.
Il faggio è di temperamento "igrofilo", cioè gradisce l’umidità atmosferica (ma non quella nel terreno).
Non è particolarmente esigente per il terreno, purché sia ben aerato e drenato e non troppo acido; soffre per gelate tardive e forte vento.
E’ inoltre sciafilo, cioè tollerante dell’ombra almeno nella fase giovanile.
Essendo una specie socievole, ha una spiccata tendenza a formare boschi puri. E’ in grado di migliorare il terreno in cui vegeta creando abbondante humus. Per tale motivo la faggeta è detta anche “madre del bosco”.
Nonostante il faggio abbia una naturale tendenza a formare boschi con individui della stessa specie, in alcuni ambienti lo si ritrova di frequente consociato con varie altre specie, quali l’abete bianco, gli aceri, i carpini e le querce.
Questo bell'albero è molto diffuso per la grande importanza forestale, governato a ceduo o fustaia. Capita talvolta di osservarlo coltivato come ornamentale nei parchi per il bel colore del tronco e dei fogliame in tutte le stagioni.
Il legno è il principale prodotto del faggio; di color bianco-rosato, piuttosto duro e compatto, ha impiego in falegnameria, per lavori al tornio, rivestimenti, compensati, botti, zoccoli, manici di attrezzi. Si presta a essere curvato a vapore e si adopera per fabbricare sedie e mobili. E' ottimo combustibile.
I frutti, detti faggiole , vengono utilizzati come mangime per i suini.

Le voci del bosco
Il faggio è la folla, la massa, e la sua giornata è quella del lavoratore laborioso. La fabbrica funziona perché ci sono faggi che avvitano bulloni e svolgono lavori di manovalanza. Senza di loro la catena di montaggio non andrebbe avanti. Nessuna società può vivere e produrre solo con il riservato maggiociondolo, o con l’elegante betulla, o con il duro ma fragile acero. Ci vogliono tanti faggi che ogni mattina sono lì, a timbrare il cartellino. (…)
Dei faggi ho grande rispetto perché, da semplici operai, devono mantenere la famiglia, pagare l’affitto, mandare i figli a scuola. Nella città del bosco sono i manovali che impastano la malta, portano i mattoni e costruiscono le case. (…)
Molti faggi sono anche permalosi e tentano in ogni modo di ribellarsi al loro destino di uomini normali. Sognano ad occhi aperti e vorrebbero, ad esempio, diventare una elegante scultura e appena fiutano che invece li adoperi per ricavarne mestoli e cucchiai si chiudono in se stessi e diventano inattaccabili.
Allora devi prenderli e lavorarli subito, quando sono ancora ingenui, contare sulla sorpresa e non dargli tempo di ragionare sul loro destino.

(Brano tratto dal libro “Le voci del bosco” di Mauro Corona – Edizioni Biblioteche dell’Immagine di Santarossa)
Sito internet di Mauro Corona: http://www.dispersoneiboschi.it
Ultimo aggiornamento Martedì 03 Febbraio 2009 21:30
 

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