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Foppiano di Rovegno, le ultime vicende durante la guerra

Quando chiedo loro del mulino, caratteristico del paese, si spalanca un mondo: " il mulino era più in alto rispetto dove è ora - mi spiegano Stefano e Franco - era ad acqua e con la ruota in legno, si usava per macinare castagne e farina.
L'interno del mulino di Foppiano
Dal 1915 la ruota è diventata di ferro poi, dal 1950, il mulino è caduto in disuso". Stefano racconta della seconda guerra mondiale, quando " i soldati del Fascio hanno piombato il mulino, hanno legato con un filo di piombo le due ruote perché - spiega in dialetto - il mulino non doveva macinare troppo, così hanno fatto in modo che non lo potessimo più usare".  Finita la guerra il mulino ha ripreso a funzionare, ma non c'era un responsabile, tutto il paese lo era in eguai misura; dalle parole dei tre foppianesi emerge il senso forte di unità che si respirava in paese e che tuttora si sente se si approda in piazza, specie durante le feste che gli abitanti organizzano per stare insieme. "Era il fulcro del paese, era il centro delle attività e nessun foresto poteva usarlo" dice Giò, "era la nostra fonte di sostentamento, era la parte più importante del paese".
E' per questo che qualche anno fa, nel 1997, gli abitanti di Foppiano, hanno voluto rimettere in funzione il mulino "perché è un simbolo" dice Franco, che insieme a residenti, villeggianti e con l'aiuto competente di Giacomo Muzio, ha lavorato dal '97 al '99, per dare nuova vita al mulino.
Ma il mulino non è l'unico simbolo della località: anche la Cappelletta nel prato sotto il paese è una vera testimonianza di antichità; esisteva già prima del 1800, poi, "nel 1927 è stata rinforzata, "quando mio nonno era in America e io avevo 8-10 anni, perché si aveva paura delle frane", ricorda Giò. La frana è arrivata: la cappelletta è crollata ed è stata ricostruita sulla strada nuova. Quella che si vede ora è del 1975.
Non serve che io faccia domande: le parole si susseguono incessanti, i tre amici si scambiano i ricordi e aneddoti. Nel '44-'45 Foppiano è stata la base del comando americano e dei partigiani che qui si nascondevano: "al tempo qui vivevamo in 10/ 12 famiglie - raccontano Giò e Steva - ed eravamo diventati amici sia con gli uomini della resistenza, sia con gli americani". Mi raccontano di quando gli alleati si facevano lanciare i viveri ai "pianazzi" dai loro aerei, di quando li portavano in paese coi buoi. "La parola d'ordine - svela Stefano- era "la luna è chiara": voleva dire che era il momento di lanciare viveri e approvvigionamenti". Steva è un fiume in piena: "Gli alpini della divisione Monterosa che stavano al Gorreto, venivano sempre a Foppiano fingendo di cercare i partigiani; in realtà - sorride - venivano a trovare le sorelle Razzetti!". "In paese gli americani avevano stabilito una tipografia - continua Franco- e una domenica hanno fatto portare a mio padre tutti gli strumenti fino a Loco". Finita la guerra, tutte le macchine tipografiche sono state portate alla Scoffera.
E' davvero un paese pieno di sorprese, Foppiano: Franco conserva ancora dei quaderni dei conti, dei diari dell' 800 in cui si possono leggere affascinanti composizioni di Luigia Foppiani, figlia del sindaco Giacomo Foppiani, nato nel 1836 e residente a Foppiano dal 1880 circa.
L'antica cappelletta di Foppiano
Franco mi racconta di questa curiosa figura: "era così buono che tutti i paesani andavano vicino alla sua casa perché lui donava farina e pane". Aveva comprato due proprietà nel piacentino e si era sistemato a Foppiano con un cavallo e una domestica. "Io andavo con mio nonno a vederlo giocare a carte" racconta Steva. Morì nel 1926 a novant'anni.
Oggi i viventi nati a Foppiano sono 25: da qualche anno Franco Poggi provvede a che si celebri per loro una S. Messa cui segue un momento conviviale. "Molti di noi negli anni '40 sono andati a lavorare a Milano e a Genova, ma Foppiano è sempre rimasta la nostra casa", dice Giò, che ha vissuto 50 anni a Milano e ora vive a Rapallo. Anche Franco e Steva vivono a Milano, ma: "Guai! - esclamano tutti e tre - appena abbiamo un momento vogliamo subito tornare".
La luce a Foppiano è arrivata nel 1922, "ma era una luce che andava e veniva", sogghigna Steva; fu accolta come una novità senza pari: la prima volta che videro una lampadina, alcuni "provarono ad usarla per accendersi la pipa" ricorda Stefano ridendo.
Ora a Foppiano c'è tutto quello che il moderno ha consentito, ma dell'antico è rimasto il profumo del grano mietuto e il rumore delle fonti. Alcuni vecchi foppianesi non ci sono più, ma i nuovi ce la mettono tutta per mantenere quell' atmosfera che tanto si invidiava ai Parigin. C'è da creder alle parole dei miei tre foppianesi doc: una volta che lo si trova, Foppiano è difficile lasciarlo.

Emanuela Sandali


(Questo articolo è stato tratto dal N° 37 del 10/11/05 del settimanale "La Trebbia")

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