I miei ricordi degli alunni di Pietranera.
pubblicati sul vostro settimanale
"La
Trebbia" nel marzo '99 sono giunti in modo fortuito
allo scolaro Giampaolo Savona che, riconosciutosi nel bimbo
che giocava col cane, mi ha inviato unitamente alla fotocopia
della sua pagella (custodita per cinquant'anni) il tema che
trascrivo: Divagazioni sul tema: Io uno di loro.
Così scrisse alla sua insegnante sig.ra Pelucchi.
Il giorno 17 aprile 2000 salivo in quel di Foppiano, piccola
frazione del
Comune
di Rovegno invitato dalla famiglia Gio Foppiani a festeggiare
i 100 anni di "Candidin" la mia seconda madre.
Quella volta Gio, il figlio di Candidin mi mostrava un articolo
apparso su "La Trebbia", piccolo ma bellissimo giornale
della vallata, dove un'anziana maestra di Scuola Elementare,
la sig.ra Pelucchi di Rovegno, ricordava quando scortata dal
cane Ali saliva a piedi fino alla scuola di Pietranera per
insegnare ad una ventina di "diavoletti" le tabelline,
i verbi, la storia e tutto ciò che ci avrebbe aiutato
nella vita.
La buona signora maestra ricordava in particolare alcuni bambini
che non erano nativi del luogo, ma piccoli pastori provenienti
soprattutto da Milano. È vero! Io ero quello che giocava
col cane.
Bisogna ricordare che la guerra, l'ultima grande guerra era
da poco finita e le grandi città purtroppo portavano
ancora i danni provocati dalle incursioni aeree e le distruzioni
segnavano ancora fame e povertà.
Quando in una famiglia vi erano molte bocche da sfamare, era
necessario mandare i bimbi più grandicelli a fare piccoli
lavori o sistemarli presso famiglie che assicurassero loro
almeno il vitto e l'alloggio.
Era l'epoca del grande esodo dei giovani contadini verso la
città dove si ricercava manodopera per la ricostruzione.
Così si creava un flusso inverso di bambini della città
richiesti dalla gente di campagna per sorvegliare il bestiame
e condurlo al pascolo e per altri cento piccoli lavori agro-pastorali.
Io fui uno di questi piccoli lavoratori che, orfano di madre
a otto anni, mi svegliai una mattina in un piccolo letto,
in una piccola stanza, in un minuscolo paesino: Foppiano di
Rovegno. Quanti ricordi, cara signora maestra!
Come dimenticare l'autobus sbuffante e malandato che mi portò
da Milano, in compagnia di Rafelin il mio "padrone",
dopo ore ed ore di viaggio fino a Rovegno dove ci lasciò
in piena notte. Sempre in piena notte, senza nessuna luce
mi incamminai seguendo Rafelin su per quel sentiero che anche
Lei ben ricorda.
Quanta paura ebbi quella notte per le ombre, i rumori, le
voci di animali notturni, a me allora sconosciuti e che poi
sarebbero diventati familiari ed amichevoli, Quanto fu per
me splendido il viso di Candidin che mi vedeva e vedevo per
la prima volta. Tutte le paure svanirono d'incanto per la
sua indescrivibile gentilezza.
Mi mise subito a mio agio, mi diede da mangiare, poi mi accompagnò
nella mia stanzetta dove per la prima volta dormii su un materasso
di foglie di granoturco. Mi salutò, spense la luce
e... ricominciò la paura. Come descrivere l'emozione
del mattino dopo, quando per la prima volta vidi Foppiano
e i monti che lo circondano illuminati dal sole? Che spettacolo!
E che dire dei
boschi
di castagno, dei faggeti, dei ginepri e delle mille specie
di fiori campestri?
Ma come dimenticare la tristezza della sera quando pensavo
a mio padre, a mio fratello rimasti a Milano e quanto era
doloroso il ricordo di mia madre che ci aveva lasciato per
sempre. Mi prendeva uno smarrimento tale che solo la fatica
giornaliera cancellava col sonno.
I giorni che seguirono furono per me la scoperta di una realtà
tanto diversa da quella vissuta a Milano, dove avevo conosciuto
soltanto il lato negativo della vita.
I miei ricordi erano soprattutto di una costante ricerca di
cibo giornaliero per poter vivere. Fino al 1945 avevo visto
solo bombardamenti, ricordavo il continuo fuggire per le incursioni
aeree di giorno e di notte negli scantinati e nei rifugi.
Rivedevo la gente ammazzata e fucilata per strada e sui marciapiedi,
prima erano partigiani e poi fascisti.
Poi la guerra finì, ma non la fame e gli stenti. Sì,
a Foppiano c'era tanto lavoro da fare, ma finalmente avevo
trovato una famiglia che mi voleva bene, dei pasti sicuri,
regolari e abbondanti: incominciava una nuova vita tutta da
scoprire. Ricordo quando scesi per la prima volta nella stalla
e Rafelin mi convinse ad avvicinarmi alle mucche e ai buoi.
Erano animali splendidi e allora mi sembravano enormi. Ricordo
ancora i loro nomi: Castellin e Baciocu erano due bellissimi
buoi bianchi con lunghe corna e aspetto possente.
Le mucche avevano al collo un campanaccio di suono diverso,
così quando la mandria era al pascolo il pastorello
poteva, tramite il suono, individuare dove fossero. Noi pastorelli
seguivamo le mucche al pascolo tutti i giorni d'estate e negli
altri mesi, tranne quelli invernali.
Ci si alzava alle 5 del mattino, si accompagnavano le mucche
sui monti poi si tornava giù in paese, si prendevano
libri e quaderni e si andava a scuola a Pietranera. Lì
ce la mettevamo tutta per far disperare Lei, cara signora
maestra. Poi a mezzogiorno di corsa fino a Foppiano (2 Km).
Avremmo mangiato anche il tavolo per la fame. In autunno avevamo
sempre le tasche piene di castagne che completavano i nostri
pasti consumati quasi sempre mentre ci si arrampicava sui
monti alla ricerca delle mucche da ricondurre nelle stalle.
Come dimenticare il nome di quelle cime? Montarlone. Monte
Dego, Monte Alfeo, i Passi dei Corvi, le Vaglie, la Luga,
la splendida valle del torrente Gramizzola. Quanti sogni!
Quanto inebriarsi di verde, di sole nel correre su e giù
per quei canaloni alla ricerca di qualche vitellino smarrito.
Quando il sole calava dietro il Monte Alfeo, si radunava il
bestiame e si ritornava in paese seguendo il sentiero della
Ciappa, dove altri pastorelli con altre mandrie si erano già
mossi verso il paese.
Era tutto una scampanio di campanacci, che riempiva i sentieri
col muggito delle mucche e gli urli dei pastorelli che tornavano
alle case nel colore rosso del tramonto, che colorava tutto
e tutti. Che giorni meravigliosi furono quelli, signora maestra.
Come dimenticare quel tempo sui monti, come dimenticare la
buona gente che vi viveva, le luci delle case si accendevano
ad una ad una all'imbrunire, le campane di Pietranera, di
Ravilla e di altri piccoli paesi sparsi sui monti che chiamavano
alla preghiera con l' "Ave Maria".
Quanta malinconia mi assale al pensiero e al ricordo di quei
giorni, di quelle sere, di quella vita, di quando stanco nel
mio lettino mi addormentavo col suono delle voci degli uomini
anziani che seduti al fondo di una piccola fontana facevano
le previsioni del tempo scambiandosi opinioni sulla semina
o sul probabile raccolto.
Che belli quei tempi senza la televisione! Rimanevo sbalordito
come questi uomini riuscissero ad azzeccare le previsioni
del tempo sulle quali si poteva scommettere anche in barba
al meraviglioso cielo stellato della notte precedente.
A proposito, se lo ricorda quel cielo signora maestra? La
notte era di una bellezza indescrivibile. Penso che allora,
per me, tutte le stelle del firmamento si dessero appuntamento
sopra la Val Trebbia forse attratte o innamorate della sua
bellezza.
Noi bambini si rimaneva vicini vicini, seduti su di un tronco
d'albero, lì sulla piazzetta del paesino con gli occhi
fissi nel cielo per cogliere quell'immenso spettacolo. Si
udiva in lontananza nei boschi il canto degli uccelli notturni,
degli usignoli o, i suoni dei gufi e delle civette, il ripetitivo
canto del cuculo e grida e stridii di gioia o di dolore di
altri animali presi nel vortice dell'eterna lotta della sopravvivenza.
Là era la vera scuola di vita, là si era veramente
a contatto con la natura. Sui monti allora diventava tutto
un canto, si mescolavano cinguettii e muggiti, monologhi di
chi sa quali animali. Ricordo la chiesa, la scuola piccola
ed accogliente, la mia maestra giovane e sorridente.
Oggi che ho 63 anni, vissuti a Milano come tassista, vorrei
esternare tutta la mia riconoscenza a lei, signora Pelucchi,
alla famiglia della Candidin. ai miei compagni di scuola,
perché con affettuose premure mi avete insegnato a
camminare nella vita, proprio nel momento in cui mi sentivo
più solo e indifeso. Mi avete aiutato a inserirmi nella
società, mi avete insegnato ivalori morali, civili
e religiosi che attuati ti dimostrano che la vita è
bella e merita sempre di essere vissuta.
A lei, signora maestra, un grazie per avermi fatto rivivere
con il suo articolo sul giornale "La Trebbia" il
periodo della mia fanciullezza, trascorso felicemente con
voi. E grazie anche a tutti imiei amici di lassù. Non
potrò mai dimenticarvi.
Giampaolo Savona (Un suo scolaro)
La signora Pelucchi si è commossa leggendo questo scritto
di un suo lontano alunno di Scuola Elementare.
E termina la sua lettera inviata al nostro giornale con queste
parole: 'A Giampaolo e a tutti gli altri alunni che mi hanno
accompagnato in quarant'anni di insegnamento vorrei dire:
grazie per aver segnata la mia vita e resa serena la mia vecchiaia".
(Questo articolo è stato tratto dal N° 30del 02/08/01
del settimanale "La Trebbia")
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