Metà ottobre, sono in viaggio per
Fontanigorda. Salgo
gli ultimi quattro chilometri di provinciale, quando il sole
sta per nascere. Appare all'improvviso. E' uno sfondo quasi
lunare. I monti neri si ergono nel cielo blu cobalto, le
nuvole, al di sotto delle case impregnano la valle di
un vapore bianco e denso. I raggi, imprigionati dalla montagna,
gettano un argento luminoso sui tetti e sui muri, mentre
una scia dorata è testimone del veloce passare del
tempo.
Dal giallo intenso del tiglio, all'arancio del ciliegio,
al rosso acceso della rovere, all'amaranto della quercia,
sono rapita dall'infinita varietà dei colori
che affiorano nella mattina d'autunno; il pensiero e
lo sguardo inchiodati a contemplare l'amore che Dio ha donato
a questa terra. Al mio arrivo i muri imbiancati moltiplicano
la luce e non posso che ricordare l'estate appena trascorsa
in questo paese dove la temperatura della mia casa, ad agosto,
non supera i 22 gradi e l'acqua sgorga, abbondante e gelida,
da 15 fontane. Tutte queste cose le sanno i villeggianti
che se ne innamorano, e tornano ad ogni estate, nel luogo
dove uno Spirito divino ha stabilito la sua dimora. E lo
so io, che la Svizzera, con i suoi sempreverdi ortogonali
e i fili d'erba di uguale altezza, non ha tutti questi colori.
Le belle passeggiate nei
boschi per raccogliere
mirtilli e
funghi: a Fontanigorda, di percorsi segnati ce ne sono
a partire da cinque minuti, dieci, un'ora, e così di
seguito, fino a quattro ore o più. Una varietà di
sentieri, sempre all'ombra di
castagni e
faggi, percorribili
anche nelle ore più calde della giornata. Dal bosco
delle fate, splendido parco all'interno di un castagneto
da frutto fino alle Piane, inaspettato pianoro a mille metri
e, poi su ancora, fino ai monti, anfiteatro naturale
attorno al paese. La particolare conformazione geologica
del territorio ha portato alcuni esperti a immaginare
l'esplosione di un antico vulcano per spiegarne l'origine.
Un ambiente ricco di fascino e mistero è ciò che
appare oggi ai nostri occhi. Grandi pietre nere, dislocate
un po' ovunque, creano anfratti, voragini, caverne mascherate
da grandi alberi e rovi.
A chi passa da queste parti non è difficile pensare
a folletti, elfi e fate. A druidi in preghiera o alla
ricerca di rimedi taumaturgici. E di certo, un segreto impenetrabile
celano le grotte, testimoni di una drammatica involuzione
demografica che ha portato i paesi dell'Alta
Valtrebbia a perdere quasi tutti i loro abitanti. Chissà, al
loro interno un mostro dalla testa taurina non abbia rapito
le vergini che una volta abitavano queste radure.
Grandi manifatture, concentrazione cittadina, consumismo,
economia globalizzata tecnologia avanzata, lavoro, benessere,
i segni distintivi di un tempo che ha divorato i suoi figli.
Interi paesi popolati da famiglie numerose e schiere di bambini
vocianti, si sono trasformati in eremi silenziosi e vuoti.
Di anno in anno si rileva una mai interrotta perdita di popolazione
con un saldo certamente negativo della curva demografica.
Gli ultimi giovani rimasti lavorano nel commercio e nei pochi
servizi che ancora sono offerti: gli uffici del comune, la
posta, la farmacia (per quanto ancora?).
Cosa potrà mai fermare o capovolgere un processo che
sembra irreversibile? Eppure, questo spopolamento dell'Appennino
ha causato danni territoriali che investono la vita stessa
della città. Dall'emergenza alluvioni e frane,
all'accumulo di polveri velenose nell'aria che rendono la
vita cittadina esposta al rischio di malattie gravi e devastanti.
La salvezza e la conservazione di un territorio non contaminato è indispensabile
alla vita stessa della città.
I bambini che trascorrono le vacanze a Fontanigorda,
pallidi e inappetenti, al loro arrivo, se ne ripartono con
un bel faccino colorito, pieni di vigore. Gli anziani possono
uscire da casa ogni giorno, ossigenarsi i polmoni e assorbire
i raggi di sole così indispensabili alle loro ossa.
Tutto ciò non basta alla politica, che fatica a gettare
lo sguardo nel lungo periodo e preferisce fermare l'attenzione
su esigenze contingenti. Nella democrazia diretta, dove sono
i numeri, meglio i voti, che contano, la montagna ligure
non ha peso rispetto alla costa e alla città. Bisogna
avere coraggio per vivere in alta Valtrebbia: gli ospedali
sono lontani e la statale ha uno scorrimento ancora troppo
lento per consentire spostamenti rapidi e agevoli.
Un tempo era la donna a mantenere vivo il focolare, ma oggi,
quando in inverno, torna a casa dal lavoro, trova la
casa fredda e inospitale. Il gas metano non ha abbastanza
pressione per arrivare a 800 metri e il GPL ha costi proibitivi.
Il gelo costringe ad eliminare l'acqua dalle tubature nelle
case sfitte, così il turismo invernale domenicale è,
al momento, una strada non percorribile. Solo un progetto
complessivo per la montagna che tenga conto di questi aspetti
potrebbe avere successo: una previsione di incentivi
consistenti per installazione di pannelli solari per
mantenere l'acqua, nelle case vuote, al di sopra dello zero,
un deciso abbattimento del costo del gas, la costruzione
di una ferrovia da Genova fino a Piacenza attraverso la Valtrebbia,
potrebbe trovare l'accordo
di futuristi e ambientalisti. Senza dimenticare che l'IVA,
al 20%, praticata sulle prestazioni d'opera, è un
altro agente frenante dello sviluppo della Vallata.
In questo sogno ci voglio credere e vorrei che ci credessero
anche gli amministratori locali, preparando stralci di progetto
in questo senso, e non si stancassero mai, giorno e
notte, di bussare a tutte le porte.
Non bastano più i contributi a fondo perduto in favore
dell'agricoltura, che è sì un settore fondamentale
per la conservazione territoriale, ma che può occupare,
tuttalpiù, una famiglia per ogni paese. Se davvero
abbiamo a cuore una migliore qualità della vita cittadina,
soprattutto, è necessario dare alle scelte politiche
un respiro ampio che sia di forte motivazione alle opzioni
del presente.
Una buona notizia mi sembra la costruzione della piscina
a Casanova, ma non dimentichiamoci che l'acqua dovrà essere
riscaldata, se non vogliamo che pochi impavidi v'immergano
un solo alluce. Di Fontanigorda mi ha colpito il completo
abbandono di alcune strade mulattiere che un tempo rappresentavano
l'unica via per la Valdaveto: sono ancora intatti i muri
a secco costruiti dai nostri nonni, ma alberi abbattuti dal
gelo e arbusti impediscono il passaggio. Riaprire e conservare
questi sentieri, mi sembra il compito minimo che una comunità montana
dovrebbe svolgere per non svilire l'unico settore economico
che integra le pensioni INPS. E non posso evitare di rivolgere
una preghiera agli amministratori del mio comune, affinché abbiano
il coraggio di ripristinare un fondo stradale più adatto
a bambini in carrozzina e a persone anziane spesso malferme
sulle gambe.
Naturalmente il mio invito più accorato è rivolto
alla Provincia di Genova, affinché non dimentichi
che gettare oggi le basi per lo sviluppo della sua montagna,
significa salvare la vita stessa della sua città.
Marina Biggi
(Questo articolo è stato tratto dal N° 1 del 11/01/07
del settimanale "La Trebbia")
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