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La flora
della Val Trebbia |
In passato le nostre montagne sono state
sottoposte ad un intenso sfruttamento da parte degli abitanti,
che una volta erano numerosi, e si è protratto, sia
pure in maniera decrescente, fino ad una trentina di anni
or sono; ciò ha causato indubbiamente il modificarsi
dell'aspetto originario della valle ed in particolare della
vegetazione. All'elevato disboscamento, per ricavare legname
ed aprire ampie superfici da destinare al pascolo, a prato
o seminativo, si univa la conversione a castagneto di vasti
pendii boschivi. Tuttavia il costante lavoro dell'uomo aveva
creato nuovi equilibri. Negli ultimi anni le cose sono nuovamente
cambiate e nei terreni che un tempo venivano sfruttati si
assiste alla crescita di una vegetazione atipica e infestante.
I pascoli si coprono di erba alta che nessuno più raccoglie
e che marcisce con l'avanzare della stagione, le "fasce"
sono invase dai rovi ed i boschi di castagno e di quercia
sono sporchi e sempre meno agibili. Per questi motivi, benchè
si possa ancora ammirare in questa isola montuosa una flora
rigogliosa, è evidente che si sta attraversando un
momento di transizione verso nuovi equilibri, non più
collegati con la presenza dell'uomo ma solo in parte connessi
con le sue passate attività.
L'albero simbolo della Val Trebbia è
il faggio (Fagus
silvatica), il quale trova il suo habitat naturale nei ripidi
terreni calcarei, particolarmente sui versanti umidi e freschi
volti a settentrione. I faggi occupano gran parte della fascia
compresa tra gli 800 e i 1500 m. di quota e la loro crescita
è favorita dall'elevata piovosità della zona
unita ai venti umidi provenienti dal mare. Il faggio è
sempre stato, per le popolazioni di queste valli, una delle
principali fonti di sostentamento, sia per la sua abbondanza,
sia perchè il suo legno è fra i migliori combustibili
e fornisce ottimo carbone.
Inoltre veniva utilizzato per la fabbricazione di oggetti
di uso domestico ed agricolo: cucchiai, ciotole, rastrelli
e manici di scopa.
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Oltre
i 1500 m. il faggio comincia a diradarsi e lascia spazio
ad altre specie di piante che normalmente si trovano
a piccoli gruppi quali il sorbo
degli uccellatori (Sorbus aucuparia) e il sorbo
montano o farinaccio (Sorbus aria); il primo così
chiamato perchè le sue bacche, acidulo-amare,
venivano utilizzate come richiamo per gli uccelli che
se ne nutrono mentre il sorbo montano deve il suo nome
alla peluria bianca diffusa sulla parte inferiore delle
foglie. Ad alta quota si spinge anche il maggiociondolo
(Laburnum anagyroides) detto anche asborno o avorniello;
dai suoi rami, nel mese di maggio, pendono grappi di
fiori gialli, piccole cascate d'oro.
Sparsi qua e là si innalzano gli stupendi aceri
montani (Acer pseudoplatanus), dalle caratteristiche
foglie a cinque punte; in autunno si tingono delle più
belle sfumature di giallo, rosso ed ocra. La massiccia
opera di disboscamento alla quale in passato sono state
soggette le nostre montagne, probabilmente ha causato
la quasi totale scomparsa delle conifere ad alte quote;
la conifera più diffusa doveva essere l'abete
bianco (Abies alba) che cresceva fino ai 1600 m. Compare
ancora qualche esemplare di larice
(Larix decidua). |
Nelle radure pianeggianti, dove l'acqua
tende a ristagnare con maggiore facilità, si può
rinvenire l' ontano
bianco (Alnus incana); come il faggio predilige i terreni
calcarei e si presenta, a volte, in formazioni arbustive abbastanza
estese. Nello stesso ambiente cresce il pioppo
tremolo (Populus tremula), dal legno tenero e leggero.
Al di sotto dei 1000 m. il faggio cede gradualmente il posto
ad altre specie arboree. Le piante più rappresentative
della media montagna e della fascia collinare sono la quercia,
nelle varie specie, ed il castagno.
Tra le querce, nelle zone più alte si trovano il cerro
(Quercus cerris) e il rovere
(Quercus sessiflora). Più in basso, particolarmente
sui versanti soleggiati ed aridi, prevale la roverella
(Quercus pubescens) dalle dimensioni notevolmente più
ridotte.
Alle querce si associano numerose essenze che preferibilmente
crescono a carattere sparso. Particolarmente frequenti sono
il carpino nero
(Ostrya carpinifolia) ed il carpino
bianco (Carpinus betulus), due specie che venivano utilizzate
per ottenere carbone. Tra i carpini si trova frequentemente
l' orniello (Fraxinus
ornus) che in maggio, prima dei castagni, si riveste di numerose
infiorescenze profumate.
Il numero delle specie è arricchito dall'acero (Acer
campester) e dagli imponenti olmi (Ulmus campestris) i quali
in tempi recenti si sono ridotti notevolmente di numero a
causa di una malattia che li ha colpiti. Vicino ai corsi d'acqua
si trovano i pioppi (Populus alba e Populus canescens), diverse
specie di salici (Salix sp.) e l' ontano
nero (Alnus glutinosa).
Tra
le piante da frutto particolarmente diffusi sono il
ciliegio selvatico (Prunus avium), il pero selvatico (Pirus communis) ed il melo selvatico (Malus communis).
Una posizione particolare occupa il nocciolo
(Corylus avellana) che, abbastanza diffuso, assume le
caratteristiche di albero o di arbusto a seconda dell'altitudine
a cui cresce.Sui versanti più freschi, nè
troppo umidi nè troppo soleggiati, alle piante
che abbiamo ricordato si sostituiva, un tempo, il castagno
(Castanea sativa), ad una altezza massima compresa tra
gli 800 e i 1000 m. L'altezza imponente, il tronco non
di rado di straordinaria grossezza, la chioma ampia
e maestosa come una cupola, il fogliame elegante, fanno
del castagno adulto uno degli alberi più belli.
Il suo legno, resistentissimo all'umidità e alle
intemperie, veniva utilizzato nelle forme più
svariate mentre le castagne per decenni sono state un'importantissima
fonte di sostentamento per gli abitanti della valle,
tanto da far assumere loro l'appellativo di "pane
d'albero". Lo spopolamento delle nostre montagne
ha causato uno stato di progressivo abbandono dei castagneti
i quali, una volta puliti e facilmente agibili, oggi
si presentano sporchi e intricati. I boschi di castagno,
nella loro forma pura, abbandonati a se stessi, rischiano
di scomparire.
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Fra la vegetazione arbustiva, nelle zone
più elevate si rinvengono il ginepro
(Juniperus communis), il rovo (Rubus
fruticosus), il lampone (Rubus idaeus)
ed il falso bosso (Polygala chamaebuxus). Meno frequente,
ma estremamente interessante, è il bellissimo fior di stecco (Daphne mezereum) che si ammira sopratutto in primavera
quando i piccoli fiori rosa, molto profumati, spuntano dagli
esili tronchi ancora privi di foglie. In alcune zone si trovano
distese di mirtilli (Vaccinium
myrtiluus). Più in basso, in zone ombreggiate o al
margine dei boschi, si trovano il corniolo (Cornus mas) dai
fiori gialli e dai frutti eduli, la fusaggine o berretta del prete (Evonymus europaea) così chiamata per la caratteristica
forma dei frutti di colore viola e arancione, il citiso (Cytisus sessilifolius) dai fiori gialli simili al loto. Nei luoghi
sassosi si rinvengono l' erica (Erica arborea) nelle due varietà
dai fiori bianchi o rosei, il pungitopo
(Ruscus aculeatus) i cui frutti, piccole bacche rosse, sono
attaccati alla pagina inferiore delle foglie scure ed appuntite.
A formare siepi di notevoli dimensioni sono la vitalba (Clematis vitalba) che si sta diffondendo in modo preoccupante, invadendo
le fasce di terreno un tempo coltivate e soffocando le piante
circostanti, ed il caprifoglio (Lonicera caprifolium) con
le foglie saldate intorno al busto. A queste si aggiungono
il biancospino (Crataegus oxyacantha) e la rosa
selvatica (Rosa canina).
Le rive più aride e franose in primavera sono ravvivate
dall'imponente fioritura della ginestra (Spartium juncum);
si tratta di un arbusto estremamente tenace, dai rami verdi
e giunchiformi che svolgono la stessa funzione delle foglie,
molto piccole e presto caduche.
Le felci, che passano spesso inosservate per l'assenza di
fiori, contribuiscono ad arricchire il sottobosco, le rive
sassose ed i muri. Un tempo era più abbondante la felce
dolce (Polypodium volgare), conosciuta come liquerizia,
ma la raccolta frequente l'ha resa piuttosto rara. Più
numerose sono la ruta di muro (Asplenium ruta-muraria) dalle
delicate foglioline rotonde, e la felce maschio (Dryopteris filix-mas) di grandi dimensioni. Nelle zone in cui è
stato effettuato il rimboschimento, sotto l'umida e buia coltre
di foglie, si trova la felce aquilina (Pteridium aquilinum)
mentre sui pendii soleggiati e sassosi s'incontra la notolena (Notholaena marantae).
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Nelle
umide chiazze erbose o dove il manto bianco è
già ridotto di spessore, spuntano i crochi (Crocus vernus). Nel mese di maggio fioriscono la genziana (Gentiana Kochiana), la primula officinale (Primula veris), la
sambucina (Dactyloriza sambucina) nelle varietà
rossa e gialla e la nigritella (Nigritella nigra). Seguono
la genziana maggiore (Gentiana lutea), la viola farfalla (Viola calcarata) ed il botton d'oro (Trollius europaeus).
In prossimità delle Case del Romano, intorno
a Fontanarossa, sopra l'abitato di Fascia e su tutto
il crinale in direzione del Monte Antola assistiamo
a imponenti fiorture di narcisi (Narcissus poeticus).
Simile alla genziana maggiore, prima della comparsa
dei fiori, è il velenoso veratro (Veratrum album)
raramente accompagnato dal veratro nero (Veratrum nigrum)
dai fiori raccolti in spighe rossastre. La genziana
si distingue perchè porta le foglie opposte,
mentre nel veratro sono sparse. Molto rara e rinvenibile
solo su terreni particolari è la fritillaria (Fritillaria tenella)fritillaria (Fritillaria tenella) dalla bellissima corolla violacea
variegata a scacchi, reclinata verso il terreno. |
All'inizio
della stagione estiva compaiono il giglio rosso (Lilium
croceum) ed il giglio martagone (Lilium martagon). Nei
prati più alti, sopratutto nella zona del Monte
Antola, si trovano due fiori che ricordano l'ambiente
alpino: l' arnica (Arnica montana) e l'astro alpino (Aster alpinus).
Il sottobosco, nei mesi estivi, è ricco di fiori
che prediligono l'umidità e crescono al riparo
dai raggi del sole. Le specie più frequenti sono
l'aquilegia (Aquilegia vulgaris) dalla corolla formata
da cinque speroni, la digitale (Digitalis aurea) i cui
fiori sono allineati sui lunghi steli e tutti rivolti
dalla stessa parte e il geranio selvatico (Geranium selvaticum).
In luoghi più esposti si rinviene la liliagine (Anthericum liliago), la margherita (Chrysanthemum leucanthemum)
mentre veri pionieri delle rocce ed incuranti del sole
e della siccità sono l'erba viperina (Ecchium vulgare), la bozzolina (Polygala vulgaris) dai fiori
lilla o porporini, la sassifraga (Saxifraga bulbosa),
alcune piante grasse della famiglia delle crassulacee
(Sedum album, Sedum acre, Sempervivum tectorum). L'inizio
dell'autunno, sia nella zona collinare che quella montana,
è annunciato dal colchico (Colchicum autumnale). |
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(Il testo è tratto dal volume "Un'isola fra i monti"
di Fabrizio Capecchi, Edizioni Croma 1990)
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