Non è facile capire come sia stato possibile
ai nostri nonni trasformare le ripide pareti della montagna
in tanti gradini e fare di ognuno di questi un piccolo spazio
su cui coltivare.
La montagna ne è piena, ancora adesso è possibile
scorgerli, invasi di spine o popolati da querce.
Chi volesse vederli e godere delle loro geometrie imprecise
ma armoniose deve farlo in inverno, quando la neve ha coperto
la terra lasciando in evidenza il nero dei muri a secco che
ne costituiscono la struttura portante.
Via via che questo lavoro procedeva in
senso orizzontale, si venivano ammucchiando sassi, anche di
grandi dimensioni, sempre più in basso. In questo modo
tutte le pietre che erano state portate alla luce e che erano
state faticosamente accumulate, venivano impiegate per la
costruzione del muro a secco che avrebbe costituito l'alzata
del gradino di terra.
Senza l'aiuto di calce o cemento il paziente artista sovrapponeva
i sassi, formando un muro perfetto, nulla veniva lasciato
al caso, ogni pietra trovava la propria esatta collocazione
e in questo modo "legava" con tutte le altre.
Si dice di uomini talmente capaci in questo lavoro da essere
diventati "famosi" in diversi paesi per la loro
abilità e perizia.
Un muro ben fatto costituiva una base sicura che aveva lo
scopo di reggere la terra che in un secondo tempo il contadino
raccoglieva, sistemava e trasportava sulle spalle dentro a
cestoni fatti con salici intrecciati. Il terriccio veniva
versato all'interno del muro fino a quando il gradino non
era completo.
I fazzoletti di terra ricavati si chiamavano "fasce"
e la loro costruzione avveniva durante l'inverno, quando il
lavoro di raccolto e di semina non occupava la manodopera.
Queste strisce erano così abbarbicate sui fianchi dei
monti e di così piccole dimensioni che non potevano
essere lavorate con l'aratro ma richiedevano il costante uso
della zappa e della vanga; il prezioso elemento costava fatica
ed esigeva il massimo rispetto tanto che, per non sprecarlo,
ogni intervento seguiva la legge economica di lavorare sempre
mandandolo "a monte" e cioè rigirando la
terra verso la parte superiore della fascia.
Nell'
Alta Val Trebbia i terrazzamenti
resistono ancora oggi, per la maggior parte i muri a secco
si sono conservati intatti, il fatto di non essere legati
con cemento permette un perfetto drenaggio dell'acqua che
può scorrere a valle senza causare smottamenti.
Nel tempo, il duro lavoro dei nonni sembra insegnarci parecchio,
rimane anche un detto in questi paesi; quando qualcuno si
lamenta per non sapere cosa fare, può sentirsi rispondere
non senza ironia: "ma vai a roncare!".
Enrico Rettagliata
(Questo articolo è stato tratto dal N° 18 del 10
Maggio 2001 del settimanale "La Trebbia")