Cenni storici PDF Stampa E-mail
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Scritto da Marco Gallione   
Giovedì 15 Gennaio 2009 23:32

Le prime tracce della presenza umana in Val Trebbia risalgono al periodo neolitico come dimostra, tra l'altro, la scure di selce trovata in prossimità di Rovegno agli inizi del Novecento; la scure, di piccole dimensioni, perfettamente levigata e in ottimo stato di conservazione, non è l'unico reperto ritrovato in un territorio ricco di tracce storiche che evidenziano l'importanza del comprensorio quale asse di collegamento tra la costa e l'entroterra padano.
Un'ascia e una daga dell'età del bronzo sono state rinvenute durante scavi nella zona bobbiese, ma è al periodo romano che risalgono i maggiori ritrovamenti e i primi dati storici certi.
I nostri monti erano abitati dall'antica tribù dei Liguri, dove vivevano una vita irta di difficoltà sopravvivendo grazie ad una agricoltura rudimentale, alla caccia e alla pastorizia.
La presenza romana è testimoniata dai fondi di Cognolo "Coloniolum" e di Fognano "Faunianus" e dai ritrovamenti, in prossimità di Pietranera, di asce, pezzi di terracotta e frammenti di utensili in bronzo. Non mancarono insediamenti romani e liguri come risulta da lapidi e oggetti votivi rinvenuti in vari punti della vallata: un bronzetto affiorato durante gli scavi eseguiti sul Monte Alfeo nel 1955 a circa mezzo metro di profondità, raffigura un giovane offerente di forme particolarmente eleganti e classiche.
Il comprensorio della Val Trebbia non è direttamente interessato dai tracciati, rimasti pressochè invariati, delle due principali arrterie romane, l'Aemilia Scauri (Aurelia) che si snoda lungo la costa e l'Emilia che corre lungo l'asse Parma-Piacenza; nè da percorsi secondari tra le due arterie, ma da sistemi viari minori che seguono il corso della valle o da essa si dipartono, mettendo in collegamento la pianura con i centri costieri liguri e con la Toscana; quanto all'antichissima via pedonale per la Val Trebbia, la via Patrania, si possono fare solo ipotesi.
La principale traccia storica relativa alla presenza romana si riferisce alla battaglia della Trebbia combattuta durante la seconda guerra punica alla fine del 218 a.c. tra i soldati cartaginesi di Annibale e i romani guidati dal console Sempronio sulle alture alla destra del fiume a sud di Piacenza. Il ritrovamento di zanne di elefanti venuti al seguito delle milizie di Annibale, fanno ritenere assai probabile che colonie puniche discendenti dai soldati stanziassero sulla riva sinistra del fiume e venissero poi comprese nella giurisdizione piacentina che in epoca imperiale romana estendeva il suo potere sull'area padana confinando con quella di Velleia e col municipio di Libarna.

 Venuta a mancare l'amministrazione romana, segue un periodo buio del quale non rimangono tracce storiche, ma nel settimo secolo il formarsi del nuovo elemento accentratore quale è il monastero di Bobbio, getta nuova luce sulla storia e sullo sviluppo degli insediamenti umani. Il monastero fu fondato nel 614, alla confluenza tra la Trebbia e Bobbio dal monaco irlandese Colombano sulle rovine di un antico tempio dedicato a San Pietro.
Di capitale importanza è l'ubicazione del monastero: posto in posizione avanzata verso la Liguri, ancora in mano bizantina, esso offre molte possibilità di comunicazione e di espansione per i bizantini, per i quali è il passaggio tra Liguria e Esarcato, quanto per i Longobardi che, attraverso la Val Trebbia, hanno la possibilità di comunicare con la Tuscia avendo precluse le strade che passano attraverso il territorio ligure.
Dalla Valle Trebbia infatti, attraverso ripide gole, l'antica strada segue il corso dell'Aveto, valica il fianco orientale del monte Fascia, passa Villa Cella e imbocca quindi la valle dello Sturla che scende verso l'entroterra chiavarese, ove si estendevano molti possessi del monastero. La Liguria è invece collegata da un percorso che, nella parte più alta della valle, si snoda in quota parallelamente al corso del fiume Trebbia e che prosegue, oltre Bobbio, fino a Piacenza lungo un itinerario costellato di possessi monastici tra i quali Travo, centri di una vasta corte bobbiese.
Dopo la caduta del regno longobardo, avvenuta nel 774 ad opera di Carlo Magno, il monastero si arricchisce di nuovi territori: passano sotto la giurisdizione del Convento di San Colombano i territori limitrofi, gran parte della Valle dell'Aveto e i possedimenti si estendono, oltre la pianura padana, a Pavia, Mantova e Ravenna.
L'attività dei monaci è fondamentale per l'opera di colonializzazione agricola della valle e per l'impulso dato allo sviluppo culturale che fece di Bobbio un centro importantissimo. Per molti secoli l'attività dei monaci influenza lo sviluppo della Valle Trebbia ma, ottenuta la dignità episcopale e formata la diocesi, per il monastero inizia un periodo di decadenza che culmina nel 1795 quando, soppressa l'Abbazia, andò dispersa anche la celebre biblioteca e parte dei rarissimi codici furono trasferiti a Roma e a Torino.
Con la morte di Carlo Magno l'impero si frantuma e i Saraceni, che prima erano stati fermati dalla presenza di un così potente interlocutore, ora dilagano e raggiungono anche l'entroterra ligure alla ricerca di bottino.
Un altro fattore caratterizza la storia dell'Alta Val Trebbia è il dominio dei marchesi Malaspina.
I marchesi, che avevano la loro residenza nella rocca di Oramala nell'alta Valle Staffora, si insediano nel territorio attorno all'anno Mille. Da questo momento le vicende storiche della valle si confondono in gran parte con quelle della famiglia che ne ebbe per lunghi secoli il dominio in qualità di feudataria. I marchesi Malaspina, discendenti del ceppo Obertengo dei marchesi di Toscana, che estendevano originariamente i loro possessi dalla Lunigiana fino al Tortonese, in Val Trebbia affermarono la loro influenza oltre che nei territori a monte di Bobbio anche nella bassa valle fino a Rivalta.
Il dominio dei Malaspina è tutt'altro che tranquillo: insidiati da Piacenza, cercarono di conquistare i territori del monastero di San Colombano a Bobbio e di San Paolo a Mezzano, tuttavia la bassa valle rimane a Piacenza e alla famiglia degli Anguissola, mentre i marchesi Malaspina rimangono i dominatori incontrastati dei territori a monte di Bobbio.
Le alterne vicende storiche, associate alle eccessive suddivisioni del patrimonio con conseguenti lotte tra i rami della stessa famiglia, portano alla disgregazione dei possedimenti.
Attualmente i castelli malaspiniani di Zerba, Carana, Castel del Lago, Campi, Brugnello sono completamente in rovina e di alcuni non restano neppure le vestigia.
Verso la metà dei XIII secolo appaiono i nuovi Signori: i Fieschi Conti di Lavagna e proporzionalmente al crescere della loro importanza politica cresce la loro espansione territoriale.
Ai Malaspina succedono i Fieschi per un periodo di oltre tre secoli: nel 1505 questi ultimi acquistano dai Malaspina il possesso di Croce e poco dopo anche il castello e il territorio di Cariseto.
In seguito al fallito attentato contro Andrea Doria ad opera del conte Luigi Fieschi, quest'ultimo perde tutti i suoi beni che sono concessi ai Doria.
I Doria riprendono con maggior vigore la politica espansionistica della Val Trebbia e già nel 1540 hanno fatto proprio il castello e il feudo di Ottone, nel 1583 quello di Casanova, nel 1651 quello di Fabbrica e nel 1695 quello di Frassi.
I vecchi feudatari però sono lentamente sostituiti dalle ricche famiglie di mercanti genovesi che aspirano, mediante l'acquisizione di titoli nobiliari, ad ottenere un nuovo lustro sociale.
Questa situazione ha però breve durata, il Congresso di Vienna del 1815 decreta aboliti i feudi imperiali e decaduti i nuovi signori e cede i territori al Regno Sardo.
L'analisi delle vicende storiche evidenzia come il territorio della Val Trebbia sia stato legato, in passato, più alla Lombardia, sotto la Provincia di Pavia e al Piacentino che non alla Liguria, e ciò si può ritrovare oggi nelle inflessioni dialettali strettamente legate alla lingua italiana e che risentono molto del dell'influenza del dialetto piacentino.
Durante l'ultimo conflitto mondiale l'Alta Val Trebbia è stata teatro della lotta partigiana contro i tedeschi: nel rifugio Musante, sul Monte Antola, si organizzarono le prime formazioni partigiane e Fascia dal 1943 al 1945 fu una sede operativa del comando partigiano e dove nacquero due divisioni, la Bisagno che prese il nome di battaglia del suo leggendario comandante Aldo Gastaldi detto appunto "Bisagno" e la "Scrivia" che prese il nome dal suo comandante Aurelio Ferrandi; uno dei capi partigiani che operò a Fascia fu il senatore Paolo Emilio Taviani, con il soprannome di "Pittaluga" e che in seguito rimase sempre molto legato alla Val Trebbia. Ma la guerra di Liberazione fu combattuta anche in altri paesi, il cui isolamento una volta tanto giocò a favore delle popolazioni contadine. In Val Trebbia nel 1943 c'era soltanto la strada del fondovalle; i partigiani sfuggivano ai grandi rastrellamenti lungo la ragnatela delle mulattiere, passando da un monte all'altro, avendo per di più sempre sotto controllo la Statale 45. Fu allora che la valle divenne rifugio per soldati mandati allo sbaraglio dall'8 settembre, ebrei, perseguitati politici, prigionieri alleati, riusciti a sfuggire dalle mani dei nazi-fascisti.
Il contributo determinante della popolazione della vallata nella lotta contro i nazi-fascisti per la conquista della libertà, è ricordato dai numerosi monumenti alla Resistenza eretti in moltissimi paesi della Val Trebbia.

Ultimo aggiornamento Sabato 17 Gennaio 2009 07:22
 

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